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  • Resoconto teleriunione  4 gennaio 2022

Sciupio irreversibile

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 20 compagni, è iniziata prendendo spunto da alcune notizie sulla questione energetica, in particolare riguardo la tecnologia nucleare.

Nella bozza presentata dalla Commissione europea agli stati membri circa le misure necessarie per mettere in pratica la green economy si fa riferimento, oltre al gas, anche al nucleare. Sul tema i pareri sono discordanti dato che alcuni non credono sia corretto definire questa tecnologia una fonte di energia pulita. Il nuovo nucleare, sostengono invece i favorevoli, è più sicuro delle centrali di vecchia generazione, soprattutto inquina meno di carbone e combustibili fossili e perciò porterà ad un'Europa ad emissioni zero. Sarà anche vero, ma è difficile credere che si possa risolvere a livello tecnico il crescente bisogno di energia dell'attuale modo di produzione: il vagheggiato capitalismo a basso consumo energetico non esiste. Così come non esiste un capitalismo pacifico. Si pensi agli interventi militari della Francia prima in Mali e poi in Niger, ufficialmente motivati dal contrasto al terrorismo jihadista, ma in realtà volti a garantire la fornitura di uranio alle centrali nucleari del paese.

La fusione nucleare di cui in questi giorni si parla speranzosamente non è una soluzione nel breve periodo: nella migliore delle ipotesi l'applicazione finale di questa tecnologia si prospetta per il 2040. In generale, le centrali nucleari necessitano di tempi di progettazione e costruzione di almeno dieci anni e, al di là delle opinioni favorevoli o contrarie, quelle esistenti sono state abbandonate un po' ovunque perché costose (vedi problema dello smaltimento delle scorie radioattive).

Nei siti nucleari di Francia, Usa, Russia e, da ultimo, Giappone ci sono stati diversi incidenti. Nell'articolo "Fukushima in cifre" (rivista n. 29) abbiamo visto che non esistono centrali sicure al 100%, e ciò che si può fare, peraltro a costi crescenti, è solamente ridurre le probabilità che qualcosa vada storto. Ma dato che in un'economia di mercato è fondamentale abbassare i costi di produzione, sappiamo che la sicurezza va a farsi benedire. La questione delle fonti energetiche (gas, petrolio, nucleare, rinnovabili) è strettamente legata a quella sociale: il capitalismo è un sistema ultradissipativo, che più invecchia più diventa energivoro, mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della nostra specie:

"Si tratta di vedere se il ciclo degli scambi tra l'ambiente naturale con le sue riserve di materia-energia e la specie vivente tende a raggiungere un'armonia di equilibrio dinamico (teoricamente indefinita), o tende a cadere in un progressivo sbilancio e quindi a divenire insostenibile, in tempo storico, determinando regressione e fine della specie" (PCInt., Mai la merce sfamerà l'uomo, cap. VIII, 1954).

Il capitalismo giunto alla sua fase senile vede il giganteggiare della rendita (immobiliare, energetica, ecc.), la quale attira quote crescenti di sovrapprofitto, intacca i margini di profitto dei capitalisti e rischia di compromettere gli stessi meccanismi di accumulazione. Di energia fossile imprigionata nel sottosuolo ne esiste ancora in grande quantità (il carbone, che fu il protagonista della rivoluzione industriale, non è per nulla finito, e nel mondo il 25% dell'energia elettrica è prodotta da questo combustibile), ma la sua estrazione è sempre più difficile e costosa. Come affermava l'ex ministro saudita del petrolio Zaki Yamani, "l'età della pietra non finì perché ci fu una mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà perché mancherà il petrolio". L'aumento del costo dell'energia porterà nel breve periodo anche all'aumento del costo dei fertilizzanti, essenziali nella produzione agricola e, di riflesso, nell'industria alimentare. In pochi ne parlano, ma la chiusura dei grandi impianti di questo settore potrebbe innescare un effetto domino con importanti conseguenze sul costo del cibo. Il modo di produzione capitalistico non si ferma di fronte a niente, a scapito non solo della salute e del cibo per gli uomini ma anche della stessa riproduzione della specie.

Recentemente è uscito il film Don't look up, una satira feroce della situazione in cui versa la specie umana, in cui la minaccia dell'arrivo di una cometa potenzialmente in grado di distruggere il pianeta è metafora delle tante emergenze (crisi climatica, pandemia, crisi energetica, ecc.) che incombono sulla nostra società e che non vengono affrontate pur avendone i mezzi. La pellicola di Adam McKay mostra come gli allarmi inascoltati degli scienziati possono avere conseguenze catastrofiche e denuncia una classe sociale intenta a pensare ai propri tornaconti politici ed economici mentre la vita intera sulla Terra è in pericolo: la grande illusione della democrazia è sbeffeggiata vistosamente e i governanti altro non sono che semplici burattini in mano alle grandi lobby. Più volte abbiamo detto che il cinema rispecchia la società, in questo caso la sua decadenza. Notevole, a tal proposito, il quartetto di film sulla finanziarizzazione dell'economia: Too big to fail, Margin Call, La grande scommessa, The Wolf of Wall Street. Qualche mese fa la serie sudcoreana Squid Game, che descrive in maniera agghiacciante la lotta per la sopravvivenza all'interno della giungla capitalistica, ha avuto un successo planetario scalando la classifica delle serie più viste. Ormai le campagne di denuncia di leniniana memoria le fanno le case cinematografiche, trovando riscontro nel grande pubblico.

Per colpire e deviare la metaforica cometa e salvare il pianeta l'umanità ha bisogno di una struttura mondiale per la difesa della specie. Nelle Tesi di Napoli (il programma comunista, n. 14 del 28 luglio 1965) il partito della rivoluzione è descritto come quell'organismo che non conosce solo la storia del passato e del presente ma anche e soprattutto quella "diretta e sicura" che porta al futuro assetto sociale. Dato che questo futuro sarà senza classi e senza stato, il partito comunista sarà propriamente un'organizzazione che non dovrà più lottare contro classi avversarie e contro i loro partiti, tesa alla "difesa della specie umana contro i pericoli della natura fisica e dei suoi processi evolutivi e probabilmente anche catastrofici."

Contro il pericolo rappresentato dalla pandemia, per esempio, è evidente la necessità di un cervello sociale capace di coordinare le attività e le intelligenze sparse ai quattro angoli del mondo, agendo per i bisogni di specie. E invece la società continua ad essere in balia di interessi regionali e nazionali, legati alle categorie del valore. Ne è ulteriore riprova la Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26), che doveva salvare il pianeta ma che nei fatti si è conclusa con l'ennesimo fallimento.

E così, nell'assuefazione generale, il numero dei casi di Sars-CoV-2 cresce, confermando quanto dicevamo nelle passate teleriunioni. Pur essendo meno letale, la variante Omicron è più contagiosa e quindi porterà al collasso delle strutture sanitarie ospedaliere e, in ultima analisi, all'aumento del numero dei decessi. Negli Usa sono stati registrati un milione di nuovi positivi in 24 ore, 300 mila in Francia, 170 mila in Italia. Ci stiamo avvicinando a grandi passi ad un collasso generale, ma all'orizzonte non si vedono misure politiche all'altezza della situazione, al contrario, ai piani alti si continua a minimizzare i problemi, proprio come nel film Don't look up.

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    "Quella che stiamo analizzando è un'onda sismica la cui energia sotterranea è la stessa per tutti i differenti fenomeni di superficie, dove qua crolla un muro, là si apre una voragine e altrove cade una frana."

    Il Kazakistan ha fatto parte dell'Unione Sovietica fino alla sua disgregazione. Ha una superficie di circa 2,7 milioni di kmq (nove volte l'Italia) e 18 milioni di abitanti; nel suo sottosuolo giaceva il 60% delle risorse minerarie dell'ex blocco sovietico, mentre il suo territorio ne rappresentava il 20% delle terre coltivabili. Attualmente è uno dei maggiori fornitori di frumento e altri generi alimentari per tutta l'area russa. E' il primo produttore al mondo di uranio, ha ampie riserve di petrolio, ed è tra le poche nazioni a disporre di "terre rare", fondamentali nelle produzioni di tecnologia digitale, dalle rinnovabili all'auto elettrica. Dopo la caduta dell'Urss, in tutta la fascia centroasiatica si sono stabilite delle oligarchie, in Kazakistan ben rappresentate dall'ex presidente Nursultan Nazarbaev. Nel paese la ricchezza è concentrata nelle mani di élite ristrettissime, mentre la popolazione versa in condizioni sempre più precarie. Stando ai dati relativi all'anno scorso diffusi dal World Inequality Database, il 10% più ricco della nazione detiene circa il 60% della ricchezza totale, mentre più del 4% degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà.

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