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n+1 rivista n°44

Editoriale: Duecento anni nel nome di Marx

Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura

Terra di confine: Il capitalismo non è eterno

Rassegna: Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno

Doppia direzione: La misura e la scienza - La sovrapposizione fra modi di produzione

Appuntamenti

24

Mar

Seminario: "La socializzazione fascista e il comunismo"
Comitato di lotta Viterbo - Officina Dinamo
via del Suffragio 18 (VT) - ore 15.30

15-17

Mar

73° incontro redazionale
Temi: - La transizione alle classi, - In margine alla teoria rivoluzionaria della conoscenza, - Lo strano caso Olivetti, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

14-16

Dic

72° incontro redazionale
Temi: - Taylorismo, managerialismo e impersonalità del Capitale, - Lo stato a pezzi, - Fiorite primavere delle rivoluzioni, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  4 aprile 2017

Sindacati, proletariato diffuso e reti mesh

La teleconferenza di martedì sera, connessi 15 compagni, è stata incentrata sul rapporto tra sindacati e lotte di classe.

Partendo dalla battaglia della Sinistra Comunista all'interno del PSI durante il Biennio Rosso, abbiamo innanzitutto rimarcato la differenza tra sindacati e soviet. Se i primi nascono e si sviluppano per difendere le condizioni economiche dei lavoratori, i secondi possono diventare espressione di un contropotere; in un periodo post-rivoluzionario, afferma Bordiga in Per la costituzione dei consigli operai in Italia, i soviet possono diventare organismi esecutivi capillari:

"Ciò che importa stabilire è che la rivoluzione comunista viene condotta e diretta da una rappresentanza politica della classe operaia, la quale, prima dell'abbattimento del potere borghese è un partito politico; dopo, è la rete del sistema dei Soviet politici, eletti direttamente dalle masse col proposito di designare rappresentanti che abbiano un dato programma generale politico, e non siano già esponenti degli interessi limitati di una categoria o di una azienda."

Abbiamo sempre combattuto contro quelle correnti politiche che pensano che si possa attivare la lotta di classe fondando nuovi sindacati, magari più ideologizzati. Qualunque organizzazione per la difesa degli interessi economici dei proletari ha come fine quello di raccogliere il maggior numero di lavoratori, di diverso credo religioso e politico, e perciò non deve avere rigide connotazioni ideologiche. Nel contesto attuale, in una situazione storica di dominio dell'opportunismo, per i comunisti valgono le indicazioni di Lenin sull'importanza di lavorare nelle organizzazioni sindacali (mettendo sempre in primo piano gli interessi generali del proletariato) per tenersi in "allenamento" e non lasciar cadere la tensione nei confronti dell'avversario.

Solo una polarizzazione capace di provocare uno stravolgimento sociale può cambiare l'attuale assetto corporativo dei sindacati, di certo non i proclami battaglieri dei bonzi di turno. Sindacatini e sindacatoni puntano al riconoscimento da parte dello Stato e alla trattativa con i capitalisti. Detto questo, dobbiamo tener presente che il sindacato ha bisogno di iscritti e ogni tanto è costretto a portare a casa dei risultati scendendo in piazza e organizzando scioperi. Attualmente la CGIL ha circa 5,5 milioni di iscritti, ma più della metà sono pensionati. Questi, per ragioni anagrafiche, non possono rappresentare il futuro dell'organizzazione mentre, significativamente, i giovani precari e i disoccupati non si iscrivono.

Il nuovo sindacato sarà forse - come ha scritto qualcuno - un'app da scaricare sullo smartphone?

Negli Usa, alla fine degli anni '90, i lavoratori dell'UPS hanno utilizzato le apparecchiature satellitari montate sugli automezzi per coordinare uno sciopero che fu importantissimo, non tanto per le rivendicazioni, quanto per la dimostrazione delle potenzialità dell'organizzazione a rete. Occupy Wall Street ha rappresentato un salto avanti: il movimento è riuscito a coinvolgere vasti strati della classe operaia americana mettendo in piedi scioperi simultanei in tutti i porti della West Coast e trascinando i sindacati ufficiali nella lotta. OWS si è organizzato sul piano territoriale, fuori dalle aziende, sulle piazze, da dove è partito all'attacco del simbolico 1%. Dalla fine del 2011 e per tutto il 2012 sul territorio americano si sono formate decine di "acampadas" che hanno saputo risolvere problemi reali: cibo, accoglienza, assistenza medica e comunicazione con il resto del mondo.

Il proletariato diffuso (precario, intermittente e senza riserve) non può che organizzarsi sul territorio, dotandosi di una rete di "luoghi fisici". In Turchia durante le rivolte del 2013 si è formata "Solidarity Taksim", un'aggregazione frontista formata da 116 organismi diversi che andavano dai partiti tradizionali d'opposizione ai gruppi calcistici di ultras normalmente nemici, dai sindacati ai gruppi anarchici o "marxisti". Queste forze sociali, per quanto eterogenee, hanno fornito non solo coordinamento ma anche centralizzazione tramite l'ormai consueta rete dei social network. In Egitto durante le manifestazioni anti-Mubarak i giovani smanettoni hanno messo in piedi reti mesh per collegarsi tra loro, bypassando le reti di comunicazione ufficiali; la stessa cosa hanno fatto i dimostranti di Occupy Central a Hong Kong che per comunicare usavano FireChat, una chat pubblica basata sui mesh network (sfruttando la prossimità dei dispositivi, l'app implementa una rete a maglie in cui ogni apparecchio funge da nodo per la trasmissione del segnale).

Va ribadito che l'unico punto di riferimento è il partito, inteso come organismo che anticipa la società futura, con i suoi legami forti e deboli all'interno dell'attuale forma sociale. La prossima rivoluzione sconvolgerà il mondo e interesserà tutta l'umanità, tutte le classi, nessuna esclusa. Gli schemi utilizzati per la rivoluzione di Ottobre e la fondazione della Terza internazionale, quelli della "doppia rivoluzione" (borghese e proletaria), sono superati. I rapporti tra le classi si sono semplificati: è sparito il peso dello stalinismo sulla classe operaia, la società è collegata in rete e organizzata in modo completamente diverso rispetto agli anni 20', le fabbriche moderne funzionano grazie ai robot e il sistema finanziario globale ha sincronizzato tutto. Il capitalismo "puro" non esiste, esiste invece una larga fetta di popolazione che non produce plusvalore e lavora non capitalisticamente, erogando gratuitamente milioni di ore di lavoro.

Parlando delle trasformazioni in corso nel profondo della struttura produttiva capitalistica, un compagno ha commentato l'articolo Se il lavoro va ai robot: un automa vale sei operai, di Rampini (Repubblica, 30.3.17):

"L'industria americana ha introdotto in media un nuovo robot industriale ogni mille operai, tra il 1993 e il 2007. (In Europa l'automazione è ancora più spinta: 1,6 robot ogni mille operai). Ogni robot nuovo che viene installato per ogni mille operai, distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare dello 0,7 per cento il salario. Tra il 1990 e il 2007 l'automazione ha distrutto 670.000 posti. E stiamo parlando solo di fabbriche manifatturiere negli Usa. Ma l'intelligenza artificiale avanza implacabile nella finanza dove elimina bancari, nel settore ospedaliero dove elimina tecnici delle analisi, nelle prenotazioni di aerei o di spettacoli, un giorno forse sarà alla guida di taxi e camion."

Le fabbriche sono automatizzate e quasi la metà del PIL americano è costituito da rendite su "diritti", brevetti e royalty su cinema, tv e musica; una situazione insostenibile per il maggior paese capitalistico. Il motto con cui Trump ha vinto le elezioni, "Faremo di nuovo l'America grande", non è altro che la confessione che gli Usa stanno diventando piccoli, una condizione pericolosa, non solo per gli americani.

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    Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 14 compagni, abbiamo ripreso l'articolo "Imperialismo in salsa cinese", pubblicato sul numero 44 della rivista, e in particolare il capitolo "Le mani sull'Africa".

    Il continente africano misura 30 milioni di km/q ed è formato da 54 stati che contano circa 1,2 miliardi di abitanti, una popolazione molto giovane e in costante crescita. Ciononostante, i maggiori media occidentali di rado si occupano delle vicende africane, se non in occasione di guerre particolarmente cruente o in relazione ai flussi migratori. Invece, quel territorio ha un'importanza strategica per molti paesi, a cominciare dalla Cina, che da tempo lì sta costruendo porti, strade e ferrovie.

    Comunque sia, gli investimenti cinesi non saranno mai sufficienti a far diventare l'Africa una valvola di sfogo per il sistema capitalistico in crisi cronica di sovrapproduzione. Pechino investe in infrastrutture, acquista compagnie petrolifere ed estrattive africane, ma se mai dovessero sorgere nuove industrie esse sarebbero ultramoderne e automatizzate, rispecchiando il livello massimo raggiunto dai paesi a vecchio capitalismo. L'accoppiata capitali cinesi e risorse naturali africane potrebbe sembrare vincente, in realtà prepara situazioni esplosive sia a livello geopolitico che a livello ecologico. Pensiamo all'interscambio di persone tra Cina e Africa, che per ora è rappresentato da qualche decina di migliaia di studenti e operai africani che vengono addestrati in Cina, e da tecnici e operai cinesi che vengono mandati a lavorare in Africa: i numeri sono bassi rispetto al numero delle popolazioni in gioco (Cina e Africa messe assieme fanno quasi 3 miliardi di persone), ma in costante aumento.

  • Tutto il mondo è polarizzato

    La teleconferenza di martedì sera, connessi 16 compagni, è iniziata con il commento dell'articolo "Tutto il mondo è polarizzato", di Moisés Naím, pubblicato su La Repubblica lo scorso 4 febbraio. Il giornalista, che dal 1989 al 1990 è stato ministro del Commercio e dell'Industria del Venezuela, descrive quasi con le nostre parole la paludosa situazione in cui versa il mondo:

    "Il governo della superpotenza mondiale è in stallo, mentre il governo di un'ex superpotenza — il Regno Unito — è in preda alla paralisi, dopo una raffica di ferite autoinflitte. Angela Merkel, che fino a poco tempo fa era la leader più influente d'Europa, si avvia al ritiro. Il suo collega francese deve far fronte a una sorprendente rivolta, i famosi Gilet gialli. L'Italia, il Paese con la settima economia mondiale, attualmente è governato da una fragile coalizione, con leader così diametralmente opposti e dichiarazioni così sconcertanti che non si sa se ridere o piangere; sembra che gli italiani abbiano deciso di vedere com'è quando il malgoverno viene spinto ai limiti più estremi. In Spagna, il capo del governo non è nemmeno stato eletto da una maggioranza parlamentare, ma è arrivato al potere grazie a un tortuoso processo legislativo."

  • Argomenti concatenati

    La teleconferenza di martedì, presenti 14 compagni, è iniziata con una breve rassegna stampa su diversi temi, tra cui il trattato di Aquisgrana, il disastro sociale ed economico in corso in Venezuela, e il cambio al vertice del maggiore sindacato italiano.

    Nella sua prima apparizione in TV come segretario della Cgil, nel programma "1/2 ora in più" di Lucia Annunziata, Maurizio Landini ha affermato di voler cambiare il sindacato proponendo una "contrattazione inclusiva" per aprire l'organizzazione al territorio dato che "il problema è la solitudine": bisogna "tornare alle origini per cui sono nate le Camere di lavoro" ha spiegato, "tornare alle nostre radici, che fanno i conti con le nuove condizioni di lavoro che ci sono." A parte le buone intenzioni, su cui ci sarebbe molto da dire, sappiamo che per cancellare l'effetto storico della assunzione del sindacato entro lo stato borghese occorre molto di più, e cioè uno stravolgimento sociale di potenza gigantesca. Se ciò invece non avverrà, ogni organizzazione sindacale non potrà far altro che mediare fra capitale e lavoro, secondo le regole della concertazione/contrattazione. E non basterà l'elezione di un leader movimentista per cambiare direzione, tanto più ad un sindacato corporativo come la Cgil.

Materiale ricevuto

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  • Ancora superimperialismo
    Devo dire che la vostra riunione sulla guerra irachena come "capitolo di una guerra generale" mi ha lasciato un po'…
  • Parole d'ordine a ruota libera
    La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve…

Rivista n°43, aprile 2018

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f6Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica
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f6Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo
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