E' online il numero 43 di n+1 (aprile 2018)

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n+1 rivista n°43

Editoriale: Si fa presto a dire moneta

Articoli: Dimenticare Babilonia - L'eredità problematica

Rassegna: Il missil prodigo - Big data a tutto spiano - Mangime standard per umani - Elezioni pop

Terra di confine: Elementare, Watson

Spaccio al bestione trionfante: L'urlo del bonobo

Recensione: Verso un nuovo paradigma

Doppia direzione: Il computer e la coscienza

 

Appuntamenti

21-23

Set

71° incontro redazionale
Temi: - Le rivoluzioni come fatto fisico, - Gli enciclopedisti e la rivoluzione europea, - Sintomatici consensi, - Prospettiva di lavoro. Leggi la locandina >>>

19

Mag

Conferenza, ore 16.30
c/o Il Cosmonauta, via dei Giardini 11 Viterbo

A cinquant'anni dal '68.

11

Mag

Conferenza, ore 21.00, sede di Torino
Che differenza passa tra una caserma e un albergo di lusso? Rispondendo a questa provocatoria domanda faremo un viaggio fra le modalità del cohousing.

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  18 luglio 2017

"Il capitalismo è morto per overdose"

La teleconferenza di martedì sera (presenti 11 compagni) è cominciata con un riferimento all'ultima newsletter, in particolare al trafiletto sulla struttura del debito americano.

Il dollaro è ancora la principale moneta di riserva e di scambio internazionale, ma non è più sostenuto dalla potenza economica di una volta. Se gli Stati Uniti consumassero di meno avrebbero meno debito, ma comprerebbero anche meno merci dalla Cina che, ricordiamolo, possiede buona parte del debito pubblico americano. Quest'ultima intanto vede aumentare la sua presenza nel mondo: dal porto del Pireo in Grecia alla nuova base militare in Gibuti, passando per il progetto della Nuova Via della Seta, il Dragone è costretto a espandersi per dare sfogo alla sua esuberanza produttiva. Anche l'India, che per numero di abitanti è salita in prima posizione, sarà costretta a fare altrettanto. Però il pianeta è piccolo e la crescita di un paese va a scapito dell'altro. A tal proposito, abbiamo ricordato l'articolo "Il fiato sul collo" (n+1, n. 4):

"Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina per la loro politica orientale, ma gli servirebbe meno indipendente. La quadratura del cerchio non è fattibile. D'altra parte Giappone, Russia e India non sono alleati tradizionali e gli Stati Uniti devono per forza continuare la politica orientale imperniata sulla Cina iniziata da Nixon. Ognuno dei due paesi non può che appoggiarsi all'altro, ma non può ovviamente rinunciare al proprio ruolo locale e mondiale. I sondaggi reciproci, compresi gli 'incidenti' di percorso, vanno intesi in questo senso: sempre più concorrenti, ma sempre più legati da comuni interessi."

Insomma, se saltano gli Usa salta anche la Cina e viceversa. E siccome i rapporti interimperialistici stanno velocemente degenerando, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti lancia l'allarme. Un compagno ha letto e commentato alcuni passi dell'articolo "Pentagon study declares American empire is 'collapsing'" del giornalista Nafeez Ahmed, il quale analizza uno studio del Pentagono in cui si afferma che l'ordine internazionale sostenuto dagli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi starebbe crollando, portando gli americani a perdere la propria posizione di "primato" negli affari del mondo.

Per contrastare questo processo il Dipartimento della Difesa propone più sorveglianza, più propaganda e più espansione militare. Nello studio si nota inoltre che non è solo l'America ad avere dei problemi ma è l'autorità dei governi di tutto il mondo che si sta dissolvendo:

"Gli Stati e le strutture tradizionali delle autorità politiche sono sotto la pressione crescente di forze endogene ed esogene... La frattura del sistema globale post Guerra Fredda è accompagnata dalla lacerazione interna del tessuto politico, sociale e economico di praticamente tutti gli stati."

E' stata letta anche un'intervista dell'Espresso al sociologo Wolfgang Streeck, direttore del Max-Planck Institut di Colonia, che nel suo ultimo libro, How Will Capitalism End? Essays on a Failing System, sostiene che il capitalismo è fallito:

"Il fatto che il capitalismo sia riuscito a sopravvivere alle teorie sulla sua fine non significa che sarà in grado di farlo sempre. La sua sopravvivenza è sempre dipesa da un costante lavoro di riparazioni. Ma oggi le tradizionali forze di stabilizzazione non possono più neutralizzarne la sindrome da debolezza accumulata. Il capitalismo sta morendo perché è divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove. Siamo di fronte a una dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso. Seguirà un lungo interregnum, un prolungato periodo di entropia sociale e disordine. La sua fine va intesa come un processo, non come un evento."

Interessante: il capitalismo è morto perché ha avuto troppo successo. Viene in mente Marx quando scrive che il maggior nemico del capitale è il capitale stesso.

Nella citazione riportata sopra, termini e linguaggio assomigliano ai nostri, ma non c'è da stupirsi: siamo tutti risucchiati dal vortice della rivoluzione e tutti dobbiamo fare i contri con essa, però solo chi ha gli strumenti teorici adatti riesce a orientarsi nel marasma sociale in corso. Streeck proprio non ce la fa a trarre conclusioni coerenti con le premesse del suo ragionamento e arriva a sostenere che dobbiamo rendere "meno globale" il capitalismo perché "non esiste futuro ordine europeo senza gli Stati-nazione."

Che dire di fronte a questo rigurgito di nazionalismo? Che è impossibile far tornare indietro la ruota della storia, de-globalizzare il mondo come vorrebbe il presidente Trump. L'involucro capitalistico non corrisponde più al suo contenuto, deve saltare per lasciare il posto ad una forma sociale superiore.

Due articoli del Sole24Ore hanno attirato la nostra attenzione: 1) "Ecco perché il 2017 non sarà l'anno del gran ritorno dell'inflazione"; 2) "Metà della ricchezza mondiale in mano all'1% della popolazione". Nel primo si dice che la rivoluzione tecnologica ha reso obsolete tante professioni e per questo i salari non crescono, nel secondo che entro il 2021 gli "almeno milionari" arriveranno a controllare la metà della ricchezza planetaria, percentuale che toccherà quota 70 negli Stati Uniti. Queste cifre sono importanti perché la polarizzazione economica è il fattore scatenante della polarizzazione politica tra le classi, come spiegato nel filo del tempo "Imperialismo vecchio e nuovo" (1950):

"Per la dimostrazione che il sistema capitalistico deve cadere, per la rivendicazione del suo abbattimento, per il diritto, se così vogliamo esprimerci, di denunziarlo infame, non è condizione necessaria la prova che sopravvivendo abbasserà il tenore medio di vita mondiale. Il capitalismo deve cedere a forme di più alta resa economica oltre che per le sue infinite conseguenze di oppressione, distruzione e di strage, per la sua impossibilità ad 'avvicinare gli estremi delle medie' non solo tra metropoli e paesi coloniali e vassalli, tra zone progredite industriali e zone arretrate agrarie o di agricoltura primordiale, ma soprattutto fra strato e strato sociale dello stesso paese, compreso quello dove leva la sua bandiera negriera il capitalismo più possente ed imperiale."

Abbiamo inoltre accennato al pezzo della newsletter sui partigiani che vanno a combattere in Siria a fianco delle milizie curde delle YPG, aiutate dai tanto odiati - almeno nell'ambiente sinistroide - Yankee. Per quanto ci riguarda, la consegna è: non tradire, che vuol dire lottare contro il coinvolgimento dei proletari in una partigianeria per l'uno o per l'altro fronte borghese, sia esso americano, europeo o islamico.

La teleconferenza si è conclusa con un breve commento sulla disoccupazione giovanile, la crescita dell'astensionismo e gli scandali di pedofilia che vedono coinvolta la Chiesa, tutte manifestazioni di disgregazione delle vecchie strutture politiche e sociali. Come in Brasile, Polonia, Marocco e Turchia, dove cresce il disagio sociale e centinaia di migliaia di persone si riversano nelle strade dando vita a mobilitazioni anti-governative (potenzialmente out of control la situazione in Egitto e Venezuela). Sono movimenti che possono trascendere in altro, ma per adesso non rappresentano l'anti-forma. Occupy Wall Street, non ci stanchiamo di ripeterlo, è stato l'unico movimento del XXI secolo che fin dall'inizio si è posto contro il capitalismo, senza fare rivendicazioni, senza leader e voltando le spalle al sistema politico dell'1%.

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    La storiografia ufficiale, scritta perlopiù da antifascisti, colloca il fenomeno fascista principalmente nel periodo che va dal 1922 al 1945. La Sinistra Comunista "italiana" ha sempre messo in guardia da tali interpretazioni: "Il fascismo è moderno: il suo carattere saliente è l'adattamento darwiniano delle ideologie, non importa quali, alla difesa degli interessi materiali della classe dominante" ("Che cosa è il fascismo", Il Comunista del 3 febbraio 1921). E ancora, nel secondo dopoguerra in "Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario" (Prometeo, 1947), scrive che il riformismo ha spinto al "rafforzamento dell'imperialismo capitalistico. Questo aveva così superata nella guerra, per una intera fase storica almeno, la minaccia insita nelle contraddizioni del suo meccanismo produttivo, e superata la crisi politica determinata dalla guerra e dalle sue ripercussioni coll'assoggettare a sé gli inquadramenti sindacali e politici della classe avversaria attraverso il metodo politico delle coalizioni nazionali".

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    La teleriunione di martedì scorso è cominciata con la segnalazione da parte di uno dei compagni collegati (12 in totale) della proliferazione su YouTube di filmati tesi a dimostrare che il crollo del ponte Morandi di Genova non è avvenuto accidentalmente ma sarebbe invece un fatto voluto. Questo genere di video, visualizzati in breve tempo da decine di migliaia di persone, rientra nel fenomeno, già visto in passato in occasione dell'attentato alle Torri Gemelle o, ancor prima, dello sbarco sulla Luna, della diffusione di teorie strampalate solitamente a sostegno di una visione più o meno complottista dell'ordine delle cose.

    Il Web è lo specchio della società e quindi in esso non possiamo che trovare tutto quello che esiste nel mondo, compresa la vita senza senso alimentata dal capitalismo. Questa sorta di grande magazzino globale contrasta con l'idea, propria di molti intellettuali, della profondità della cultura accademica. Secondo tale schiera di pensatori, solo esperti o specialisti dovrebbero potersi esprimere su determinati argomenti, mentre il resto dell'umanità dovrebbe limitarsi ad esternare le proprie "opinioni" al bar. Tra questi spicca Umberto Eco che, contraddittoriamente, nel suo "Ur-fascismo" non riesce ad approfondire il tema preso in esame, ma si limita a fornire una lista di caratteristiche estetiche e morali del fascismo (la camicia nera, l'autoritarismo, il culto della tradizione, il culto dell'azione, ecc.), tralasciando l'analisi della società e dei rapporti di produzione che produsse quel tipo di governo. Evidentemente, all'esimio professore era sfuggito che negli anni '20 del '900 tutto il mondo volgeva lo sguardo, avvicinandosi, al fascismo, un movimento internazionale - così come lo definisce la nostra corrente - capace di dar vita a numerose correnti nazionali che discutevano e dibattevano tra loro. Solo per citare alcuni tra i nomi più conosciuti, ricordiamo il tedesco Werner Sombart e il belga Henri de Man, a cui si aggiungono i collegamenti con alcuni esponenti russi sviluppati durante l'importante congresso di Amsterdam del 1931 e i progetti di programmazione economica.

  • La Cina non salverà il mondo capitalistico

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata commentando due articoli pubblicati sull'edizione del 28 luglio di The Economist dedicata alla nuova via della Seta cinese: la Belt and road initiative (BRI).

    Nel primo articolo, "China's belt-and-road plans are to be welcomed-and worried about", viene evidenziato il fatto che il progetto si configura come qualcosa di più rispetto ad una rete stradale e navale da e verso Pechino. Anche se per ora non sono chiare le strategie di investimento sia in termini di cifre sia per quanto riguarda le rotte commerciali e i relativi accordi bilaterali, la Cina descrive la BRI come un piano globale, programmando la costruzione di una "Pacific Silk Road" verso l'Oceano Pacifico, di una "Via della seta sul ghiaccio" attraverso l'Oceano Artico, e di una "Via della seta digitale" nel cyberspazio. "I paesi desiderosi dei finanziamenti cinesi", scrive The Economist, "accolgono il progetto come fonte di investimenti nelle infrastrutture tra Cina ed Europa, passando per Medio Oriente ed Africa. Quelli che temono la Cina lo vedono invece come un sinistro piano teso a creare un nuovo ordine mondiale in cui il Dragone è il potere preminente." "La BRI rappresenta", conclude l'articolo, "un motivo in più per l'America per rimanere in Asia". La Cina tenta di espandere maggiormente la sua sfera d'influenza e lo fa a partire proprio da quell'heartland (il cuore del mondo) che, secondo la teoria del geografo e diplomatico inglese H. Mackinder, è essenziale per chiunque voglia prendere il controllo del pianeta.

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