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  • Resoconto teleriunione  12 novembre 2013

Robot al posto di uomini

La teleconferenza di martedì, a cui hanno partecipato 16 compagni, è iniziata dal commento di alcuni articoli sul tema della robotica. Un articolo di Wall Street Italia segnala che tra non molto tempo il 70% del lavoro manuale sarà svolto da robot e in particolare che, secondo uno studio condotto da un gruppo di scienziati dell'Università di Oxford, il 47% dei posti di lavoro rischia di scomparire già nell'arco di una sola generazione (circa 20 anni). Non stupisce quindi l'annuncio di Foxconn, la grande fabbrica cinese "dei suicidi", di voler introdurre nei suoi stabilimenti un milione di robot: questi possono lavorare ventiquattro ore su ventiquattro, non scioperano, non protestano e sono sempre meno costosi. I media ufficiali trattano il tema della robotica dal punto di vista della sfida di costruire robot con sembianze umane; molto più interessante invece, per il nostro lavoro, l'articolo Andate e moltiplicatevi apparso qualche anno fa su Le Scienze, in cui si indaga la possibilità di produrre macchine autoreplicanti:

"Alcuni ricercatori hanno costruito dispositivi in grado di replicarsi; 40 anni fa il genetista Lionel Penrose e suo figlio Roger realizzarono piccoli costrutti di compensato che esibivano una semplice forma di autoreplicazione. Ma l'autoreplicazione delle macchine è così difficile che la maggior parte dei ricercatori la studia grazie allo strumento puramente concettuale ideato da von Neumann: gli automi cellulari. In un computer, gli automi cellulari possono simulare un'enorme varietà di dispositivi autoreplicanti in una serie di ambienti che equivalgono a universi con leggi fisiche diverse dalle nostre. Simili modelli fanno sì che i ricercatori non debbano preoccuparsi di problemi logistici, come l'energia e la costruzione materiale, e possano invece concentrarsi sui problemi fondamentali del flusso dell'informazione. Come è possibile che un essere vivente sia capace di replicarsi da solo, mentre gli oggetti meccanici devono essere costruiti? Come è possibile che la replicazione di un organismo si attui dalle interazioni fra tessuti, cellule e molecole? In che modo l'evoluzione darwiniana ha dato origine a organismi autoreplicanti? Le risposte che stanno emergendo hanno ispirato lo sviluppo di chip di silicio in grado di autoripararsi e di molecole autocatalizzanti; e questo potrebbe essere solo l'inizio. I ricercatori nel campo della nanotecnologia affermano che l'autoreplicazione sarà cruciale per costruire macchine a scala molecolare, mentre i sostenitori dell'esplorazione spaziale vedono una versione macroscopica del processo come un modo per colonizzare i pianeti. Recenti risultati sembrano rendere meno incredibili queste idee."

Kevin Kelly dedica diverso spazio a questo argomento nel libro Out of Control: le macchine diverranno sempre meno distinguibili dagli organismi viventi, poiché il regno del nato – tutto ciò che è natura – e il regno del prodotto – tutto ciò che è costruito dall'uomo – stanno diventando una cosa sola; le macchine stanno diventando biologiche, e ciò che è biologico sta diventando meccanizzato. Lo scrittore statunitense descrive quindi una civiltà neobiologica, dove le macchine – e i sistemi politici, economici e sociali – assumono i connotati degli organismi naturali (cellula, cervello, ecc.) per poter continuare a funzionare. Nel tentativo di costruire macchine che abbiano la capacità di auto-replicarsi, gli scienziati sono costretti ad attingere informazioni dalla biologia, dalla cibernetica, da una conoscenza più approfondita e unitaria possibile. Non si tratta solo della sostituzione di uomini con automi nella produzione, ma della possibilità, ben più dirompente, di avere macchine in grado di autoripararsi e autocostruirsi.

Se oggi l'utilizzo massiccio dei robot vuol dire aumento della miseria, al tempo stesso, giusta Marx, la questione dell'utilizzo della macchina va analizzata nel divenire dell'uomo nel proprio ambiente, ovvero nella formazione dell'uomo-industria. Il termine robot deriva dal cecoslovacco e significa letteralmente lavoro pesante, ovvero, dall'etimologia della parola, macchine che eliminano lavoro permettendo agli uomini di vivere una vita in armonia con la natura. In un video presente su You Tube, Federico Pistono sostiene che le macchine stanno sostituendo lavoro umano gettando fuori dal ciclo produttivo masse enormi di lavoratori. La soluzione alla crisi in corso sarebbe quella di puntare sullo sviluppo di progetti open source, una gestione collettiva dei beni comuni, e la circolazione della conoscenza su piattaforme aperte e condivisibili. Luca Figni nell'articolo Il robot intelligente spaventa gli scienziati sostiene che "bisognerà abituarsi a vivere con macchinari capaci di rispondere alle nostre sollecitazioni in modo quasi umanoide. Per non parlare del fatto che Internet ha fatto passi da gigante e c'è chi prevede che una nuova forma di intelligenza possa sprigiornarsi dal Web. Difficile prevedere questa eventualità, anche perché la grande Rete è talmente variegata e multiforme che potrebbe in qualche modo aggregarsi e trovare una sua forma per ragionare, metabolizzare dati e trarre conclusioni e comportamenti."

A proposito di tempo di vita liberato, alcuni compagni hanno letto e commentato alcuni passi dall'Elogio dell'ozio, un saggio di Bertrand Russell pubblicato nel 1935. In questo testo, pur partendo da basi politiche diverse dalle nostre, l'autore intuisce come il culto del lavoro sia dannoso per l'umanità e che lo sviluppo delle forze produttive richiede una drastica riduzione del tempo di lavoro:

"Io voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro".

L'etica e il culto del lavoro fanno parte di un passato che non ha più senso di essere. E l'ozio non deve essere inteso nella maniera borghese del nullafacente, bensì come tempo di vita liberato per consentire lo sviluppo integrale dell'individuo-comunità. Da un paio di milioni di anni, dal primo sasso scheggiato ai moderni robot, gli uomini hanno inventato macchine per risparmiare tempo di lavoro. Nel capitalismo l'introduzione di nuove macchine non libera direttamente forza lavoro: se troppa automazione diminuisce il plusvalore prodotto, i capitalisti ritornano a forme di schiavitù salariata basate sull'estrazione di plusvalore assoluto.

Siamo giunti ad una soglia non più superabile, dove non è più questione di robot o computer ma di massiccia penetrazione della macchina nella vita dell'uomo (Natural-Born Cyborgs, Andy Clark). E l'odio verso una società infame non giustifica rigurgiti di luddismo. Marx ed Engels ci hanno tramandato i loro insegnamenti dopo aver passato la vita a studiare nei dettagli questa forma sociale, la sua scienza e le sue rivoluzioni tecnologiche, traendone conclusioni pratiche e funzionali per l'abbattimento. Amadeo Bordiga, analizzando l'avvento dell'elettricità al posto dell'energia a vapore, vede in ciò l'introduzione di elementi della società futura nel capitalismo e spiega la famosa parola d'ordine "futurista" di Lenin sul comunismo come la somma dei soviet con l'elettrificazione: la rete elettrica permette la distribuzione capillare di energia e, tramite attuatori e sensori, tutta la società diventa cibernetica. Già nei Manoscritti Economico Filosofici del 1844 Marx affronta il tema, descrivendo l'interazione tra uomo, che con i suoi sensori di tipo naturale riceve messaggi dalla natura e risponde a queste sollecitazioni, e industria: "La storia dell'industria sino ad oggi è stata intesa non nella sua connessione con l'essere dell'uomo ma sempre e soltanto in una relazione esteriore di utilità". Al contrario, l'industria va intesa come "rivelazione essoterica delle forze essenziali dell'uomo".

Quando parliamo di robot dobbiamo parlarne anche dal punto di vista del futuro del capitalismo: quanto a lungo questa forma sociale sopporterà la produzione di macchine per mezzo di macchine?

Il partito storico della rivoluzione deve impadronirsi di questi argomenti e saperli maneggiare. Per i più al momento è difficile immaginare uno sviluppo sociale in tale senso e le conseguenze in termini organizzativi, ma non ci sono alternative possibili che non lasciarci guidare dalla necessità dell'evoluzione futura. Il mondo della politique politicienne che ci circonda ignora o contrasta apertamente la potenza di questi temi, ovvero gli elementi di negazione del capitalismo all'interno del capitalismo stesso. Eppure non sono elaborazioni personali, si tratta della descrizione del mondo così com'è.

Quanto detto finora a proposito di liberazione di tempo di lavoro ha degli inevitabili risvolti sul piano sociale. E' di questi giorni il dibattito innescato da Beppe Grillo intorno al reddito di cittadinanza. La proposta di legge avanzata dal M5S prevede l'erogazione di un reddito universale di 600 euro al mese ad una platea di cittadini di circa 9 milioni di persone, con un impegno di risorse che si stima di poco superiore ai 19 miliardi di euro. L'aumento del numero dei disoccupati costringe la borghesia a prendere in considerazione l'idea di una diversa ripartizione del valore prodotto socialmente. Uno spostamento di valore da una parte all'altra della società sarebbe una bella capitolazione rispetto al "movimento reale". Il reddito di cittadinanza non è una misura economica impossibile da attuare, ma forse la considerazione più importante in merito è che il surplus sociale è così alto che la società stessa si incarica di sfornare teorie intorno al modo di utilizzarlo. Di qui il solito fenomeno codista degli araldi dell'esistente.

Invece della richiesta di reddito, che ha un connotato interclassista in quanto prevede la distribuzione del valore a tutti i cittadini, la nostra corrente ha sempre sostenuto la rivendicazione del salario ai disoccupati insieme alla drastica riduzione dell'orario di lavoro. Da parte nostra, difendiamo caparbiamente "la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita e lavoriamo in funzione di quel risultato dell'avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista, che sembra miseramente espressa in ore e ridotta ad un conteggio di tipo sindacale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità di lavoro che tutti schiavizza e trascina".

Per i gruppettari, invece, il punto cruciale è la difesa delle garanzie e dei diritti, e quindi della forma sociale esistente. Si sono dimenticati il passo del Manifesto in cui si dice che i proletari non hanno da salvaguardare nulla di proprio, ma da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte le assicurazioni private che ci sono state fin qui.

Per noi ciò che fa la differenza è l'antiforma, avere una visione che va oltre le categorie economiche e politiche vigenti, che ci permette di proiettarci nel futuro per capire cosa fare nel presente. In molti propongono di lottare in maniera anche dura e radicale per conservare un posto (di lavoro) all'interno di questa società e strappare una qualche forma di garanzia. Ma è lo stesso capitalismo a sopprimere se stesso sviluppando anticapitalismo e mettendo in discussione i suoi stessi postulati. Gli occupiers americani accusano l'1% di vampirizzare il restante 99% della società, Paul Krugman afferma che gli ultraricchi sono anche meno dell'1%. In definitiva il problema ultra-riformistico della distribuzione del reddito e della sua diversa ripartizione è stato superato, i ricchi sono talmente pochi che non c'è niente da suddividere. C'è da abbattere un sistema marcio e liberare potenzialità tenute incatenate. Lo sciupìo capitalistico non è questione di ricchezza delle classi dominanti, ma del sistema, che pur di conservarsi è costretto a dissipare sempre più energia.

In chiusura della teleriunione si è accennato alle ultime notizie provenienti dal fronte delle lotte immediate. In un periodo di crisi anche il settore della logistica risente della situazione e in tale quadro la TNT ha in programma una forte riduzione del personale (si parla di centinaia di lavoratori lasciati a casa); la ristrutturazione avrà ricadute anche sulle cooperative di facchini in appalto presso TNT con tagli e licenziamenti. Mentre l'azienda, nell'attesa di attuare i piani di "risanamento", comincia a preparare il terreno seminando terrore nei magazzini e minacciando i lavoratori, la Questura di Bologna annuncia 179 denunce in arrivo contro facchini e solidali che dal 2 maggio al 13 Luglio hanno effettuato scioperi, blocchi delle merci e picchetti nel bolognese.

In reazione alla "macelleria sociale" in atto potrebbero nascere della comunità operaie, delle strutture di lotta per organizzare i precari. Negli Usa, per esempio, i sindacati hanno compreso l'importanza di appoggiare gli scioperi dei working poor nei Fast Food e alla Walmart, anche per dare un pò di forza alle mortifere strutture burocratiche. In Italia invece, di fronte alle lotte dei lavoratori della logistica, i sindacati confederali sono del tutto assenti e pure quel che rimane della sinistra sindacale non coglie l'importanza strategica di questo movimento. Forse è prematuro parlare di suicidio del sindacato, però lo stesso segretario della Fiom, in una recente intervista a Repubblica, afferma che se il sindacato non ha la capacità di rinnovarsi è morto:

"... il sindacato è in grande difficoltà. Se vuole avere un futuro deve cominciare a fare i conti con il fatto che si trova all'interno di una profonda crisi di rappresentanza, che interessa anche la politica come le associazioni delle imprese. Perché se è vero che sempre più cittadini non vanno a votare, è anche vero che la maggior parte dei lavoratori non è iscritto ad alcun sindacato. Ci sono milioni di precari, giovani ma non solo, che non vedono nelle organizzazioni sindacali un soggetto che li possa rappresentare".

In realtà non è il sindacato inteso come organizzazione per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori ad essere morto, bensì questa forma di sindacato che si muove su piani nazionali e nazionalistici, proprio mentre il Capitale si globalizza sempre più. La corrente a cui ci rifacciamo ha affrontato questo nodo dialettico in modo chiaro e netto: l'attività di tipo sindacale ha più che mai importanza proprio perché i sindacati sono stati "rubati" al proletariato e il campo della lotta è stato ristretto alla fase contrattuale, diventata più che altro "concertativa". Ma proprio per questa situazione di ristrettissimi margini di lotta, ogni volta che i proletari non sono appagati dalla concertazione, non possono far altro che rompere drasticamente sia con lo Stato che con le proprie organizzazioni acquiescenti. Di qui la nascita inarrestabile di nuove forme.

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