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  • Resoconto teleriunione  19 novembre 2013

Capitolazioni a non finire

La notizia della quotazione in borsa di Twitter è stato il primo argomento trattato durante la teleconferenza di martedì sera a cui si sono connessi 16 compagni. Il titolo del sito di microblogging ha fatto il suo ingresso nel mercato a quota 26 dollari, sfondando in pochi minuti il tetto dei 50 per poi assestarsi, alla chiusura di Wall Street, a un valore per azione di 44,90 dollari. Secondo gli analisti, a fine 2013, la società farà registrare guadagni per 583 milioni di dollari. Ma sono altre le cifre da considerare, ad esempio gli attuali 240 milioni di "twitteristi" che, si calcola, già entro la fine dell'anno potrebbero arrivare a 300. A fronte di un'esigua componente di dipendenti (Twitter ne ha 2000), le aziende dei social network agganciano milioni di utenti che utilizzano e migliorano il servizio offerto. Su Repubblica si fa scherzosamente il calcolo di quanto spetterebbe a ogni utente:

"A questo punto nasce una considerazione fin troppo elementare: senza utenti Twitter non esisterebbe, senza cinguettii, senza quei 140 caratteri porzione singola non ci sarebbe nessun titolo quotato. Quindi Twitter dipende da tutti noi, allora la domanda ironica (ma non troppo) che ci si potrebbe porre è: di tutti quei milioni di ricavi quanto ci spetterebbe? La stessa domanda se la sono posta al Time ed hanno messo a punto un tool, che noi abbiamo replicato, in grado di calcolare quanto siete stati importanti nella storia di Twitter (in base a numero di tweet, follower e simili) e quindi quale sarebbe il corrispettivo in denaro che meritereste per il vostro 'lavoro' in rete."

Twitter non produce beni materiali, ma cinguettii, un flusso di bit che scorre da una parte all'altra del mondo in tempo reale. Come per Facebook, si tratta di un'azienda che mette a disposizione di chiunque un servizio on line e non vuole niente in cambio. Mentre per qualsiasi tipo di servizio (trasporti, luce, gas) si paga un biglietto o un canone, il social network in questione è totalmente gratuito. La ricchezza, per questo tipo di servizi e per i motori di ricerca, è data, oltre che dalla pubblicità, dalla possibilità di sfruttare per fini commerciali le informazioni ricavate dagli utenti. Se indaghiamo sulla natura del valore in questo settore high tech, dobbiamo prendere in considerazione la teoria della rendita: l'informazione in natura è gratis e la rendita deriva da posizioni di monopolio sui bit, i quali non vengono prodotti dai dipendenti, che al massimo tengono in ordine il sistema, ma dagli utilizzatori finali:

"Sovrapprofitto e rendite analoghe si hanno per coloro che dispongono, con lo stesso titolo di proprietà della terra agraria, di cadute naturali d'acqua, di miniere, di giacimenti di ogni genere, e di suoli edificatori nonché di fabbricati e manufatti diversi necessari agli imprenditori industriali. In tutti questi casi l'organizzazione della società borghese, fondata sulla sicurezza del patrimonio privato, forma e garantisce una serie di monopoli, che sono insiti alla sua natura. Non è quindi la concorrenza libera il carattere di base dell'economia borghese, ma il sistema dei monopoli, che permette di vendere tutta una gamma di prodotti, tra cui quelli preminenti della terra agraria e dell'industria estrattiva, a prezzi superiori al valore ossia alla somma di sforzo sociale che essi costano, dopo aver anche pagato il normale profitto dell'industria 'libera'. La teoria quantitativa della questione agraria e della rendita è quindi la completa ed esauriente teoria di ogni monopolio e di ogni sopraprofitto da monopolio, per ogni fenomeno che stabilisca i prezzi correnti al di sopra del valore sociale". (Vulcano della produzione o palude del mercato?)

Su Twitter è venuta a crearsi una strana simmetria: viene investito del capitale per ricavarne profitto (quotazione in Borsa), ma il servizio offerto può essere usato anche contro il capitale stesso (organizzazione di rivolte). Calcolare il valore dei bit diventa quindi un'impresa problematica e ci si inoltra in una terra inesplorata. Un capitalismo che smista plusvalore invece di produrne in continuazione non ha senso, questa società non potrebbe esistere un minuto di più se non vi fosse la garanzia che da qualche parte qualcuno viene sfruttato. Sulla questione del valore in ambito informatico, qualche anno fa abbiamo scritto un articolo sull'acquisizione di Time Warner a opera di American on line, fatto avvenuto durante il boom della new economy, quando in Italia l'immateriale Tiscali "valeva" più della materiale Fiat. Tra la quotazione in borsa di un'industria automobilistica e quella di Twitter c'è un'invarianza di fondo: in entrambi i casi ci viene in aiuto la "teoria del monopolio", ma c'è anche trasformazione perché diventa difficile definire cosa venga quotato nel caso del social network. L'economia sta scoprendo di essere una scienza dell'informazione, il denaro sta completando il suo arco storico di sviluppo dalla materia ai bit, la finanza mondiale corre lungo il sistema nervoso globale rappresentato dalla Rete.

A noi interessa la relazione che intercorre tra il valore prodotto socialmente a livello mondiale e la sua ripartizione in ambito finanziario, il collegamento tra il pompaggio di liquidità nel mercato e la quotazione in borsa di aziende che offrono questi particolari servizi. A tal proposito è stato ricordato lo strano caso di Wall Street che attualmente, nonostante la crisi, macina record positivi. Il Tesoro americano continua a comprare bot immettendo liquidità nel sistema e questa massa di denaro è pronta a gonfiare bolle di varia natura.

Sempre in tema di social network, un compagno ha parlato di social street, la piattaforma sviluppata da un ragazzo di Bologna dedicata allo sviluppo di nuovi rapporti sociali con il vicinato: "L'importante è ricreare quel senso di comunità che nelle città si è perduto" spiega il fondatore Federico Bastiani. Alla presentazione ufficiale del progetto ha partecipato anche l'economista Loretta Napoleoni: "Il modello può avere molto futuro, anche in altre città d'Italia. A patto che ci sia l'iniziativa". La struttura del lavoro sociale, la sua rete internazionale, la sua configurazione come specchio del cervello collettivo dell'umanità sta sviluppando una socialità altra, basata sulla condivisione e il mutuo soccorso.

Si è passati poi a discutere delle ultime uscite di Beppe Grillo in merito al reddito di cittadinanza. In un comizio elettorale andato in onda su Servizio Pubblico, il comico genovese sosteneva, a differenza di quanto ripetono gli eredi dello stalinismo, che la crescita della forza produttiva e l'introduzione di nuove tecnologie liberano forza lavoro, e chi viene espulso dal ciclo produttivo deve essere salvaguardato con un reddito universale. Questi temi fino a non molto tempo fa erano considerati iperuranici, adesso vengono ripetuti davanti a migliaia di persone e raccolgono consenso: "Non mi interessa da dove prenderemo i soldi per il reddito di cittadinanza, li prenderemo da qualche parte. La crescita toglie posti di lavoro. Il reddito non lo può più dare il lavoro." Queste proposte hanno senso da un punto di vista keynesiano in quanto, aumentando i redditi bassi, si aumenta la propensione marginale al consumo. Se da una parte Beppe Grillo alza i toni, dall'altra i lavoristi del Pd si fanno vivi con proposte alla "tedesca", per cui in cambio di pochi soldi si è costretti a recarsi periodicamente ai centri per l'impiego, frequentare corsi di formazione e accettare i lavori che vengono proposti, pena la perdita del sussidio (proposta Giovannini). Anche in Spagna si tenta di mettere una toppa alla miseria dilagante con misure di tipo keynesiano: la regione Andalusa vuole garantire gratuitamente acqua e luce ai più poveri. La velocità con cui tutti stanno cambiando indirizzo in materia economica è un segno dei tempi e registra la preoccupazione delle classi dominanti per lo scoppio di moti di piazza. In Italia, al contrario di quanto vanno ripetendo ministri e politici, la situazione economica è disastrosa: al ventunesimo calo consecutivo della produzione industriale si assommano sei milioni di disoccupati e la minaccia deflazionistica. La tenuta sociale traballa e le forze preposte al mantenimento dell'ordine sono in allerta.

Sempre nel quadro dell'aumentato disagio sociale sono state segnalate una serie di manifestazioni che hanno come filo conduttore la lotta contro l'inquinamento e la distruzione del territorio. A Napoli la manifestazione contro il "biocidio" ha portato centomila persone in piazza. In parallelo abbiamo parlato di quanto accade a Taranto, una delle città più inquinate, dove è ormai manifesta la rete di interessi che lega Ilva, Chiesa, politici locali e sindacati confederali. Non tutti i manifestanti che scendono in strada contro qualcosa hanno chiaro chi è il nemico, tuttavia ampie fette di popolazione ne hanno le tasche piene dello stato di cose presente. L'organizzazione delle proteste è territoriale e, nel caso di Napoli, con la scusa di combattere la mafia, il governo ha avanzato la proposta di schierare l'esercito. Questo si collega a quanto accade a Chiomonte, in Val di Susa, dove il rapporto tra militari presenti nell'area e residenti è di uno a due. Ci sono posti di blocco e veicoli militari in costante spostamento, elicotteri e pattugliamenti nei boschi.

Rispetto al dilagare delle manifestazioni in tutta la penisola, il Capo della Polizia avverte che esse potrebbero presto trasformarsi in sommosse: "C'è un rischio forte per il futuro di evoluzione e degenerazione delle manifestazioni di piazza". Tali scenari sono da evitare e una soluzione è lo schieramento di truppe provenienti da zone di guerra, come nel caso della Val di Susa dove il governo ha inviato 400 militari provenienti dall'Afghanistan. Il bisogno di mobilitare l'esercito per controllare la società fa venire in mente quanto scritto nel rapporto Urban Operations in the Year 2020, il piano strategico di intervento della Nato per reprimere tutti quei movimenti interni che mettono a repentaglio la stabilità dello Stato. E sempre a proposito di repressione, anche la Spagna fa capolino con la proposta di un ulteriore giro di vite contro chi organizza manifestazioni via Twitter: l'intento del governo è quello di scoraggiare le manifestazioni violente che degenerano in guerriglia urbana ma anche i cosiddetti escrache, ossia le forme di protesta effettuate sotto il domicilio delle persone ritenute colpevoli della miseria sociale. Di fronte a tutto ciò Paolo Savona, noto economista ed ex ministro italiano, nella recensione di un libro sulla situazione di crisi in corso e sulle prospettive di ripresa (Il Sole 24 Ore, 17/11) scrive:

"L'impossibilità di una nuova deflagrazione bellica accresce la probabilità di una deflagrazione sociale entrambe foriere di una restrizione dei sistemi di libertà."

La deflagrazione sociale è un ormai un dato di fatto in Nordafrica e in Medio Oriente. In Libia recentemente c'è stato il rapimento flash del primo ministro, mentre i ministeri vengono occupati a intermittenza. Questi fatti vanno inquadrati nello scontro tra bande per la gestione dei proventi del petrolio e sono da mettere in relazione allo spappolamento dello Stato. Qualche giorno fa sono avvenuti scontri armati a Tripoli tra opposte fazioni con decine di morti e feriti, a cui ha fatto seguito uno sciopero generale per chiedere la fine delle ostilità. Nelle ultime settimane gruppi di berberi hanno occupato militarmente il gasdotto dell'Eni che porta il gas in Sicilia e, anche se al momento l'occupazione sembra terminata, la situazione del paese è sempre più out of control: la Cirenaica ha proclamato l'autonomia dal governo di Tripoli mettendo in piedi un proprio governo. In Siria la guerra tra pro e contro Assad è diventata guerra di tutti contro tutti, e in Libano, secondo agenzie saudite, gli Hezbollah "si sono fatti" un attentato davanti all'ambasciata iraniana per dare la colpa ai sunniti e giustificare un attacco. Tutto questo mentre in Egitto proseguono manifestazioni e scontri.

La cosiddetta Primavera Araba e altri eventi contemporanei come la crisi libica, la guerra civile siriana, l'involuzione confessionale di Israele, la pressione sociale in Iran, le grandi manifestazioni anti-austerity in Europa e America, sono fenomeni che vanno ricondotti alla perdita di controllo economico e sociale da parte degli Stati. La crisi mondiale ha influito ma è anch'essa così grave proprio perché sono esauriti gli espedienti per risollevare l'economia.

In chiusura della teleconferenza si è accennato a un articolo di Giuseppe Bedeschi apparso su Il Sole 24 Ore lo scorso 13 ottobre, "Strenuamente antiscientifica", in cui viene redatta una breve introduzione al libro "Contro la modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia" a cura di Elio Cadelo e Luciano Pellicani. Nell'articolo si sostiene che "gli autori della Scuola di Francoforte si ispiravano a un hegelo-marxismo, in cui Hegel aveva completamente sopraffatto Marx: mentre per questi, infatti, il capitalismo aveva un ruolo fondamentale nella storia, quello di sviluppare enormemente le forze produttive, con l'applicazione della scienza ai processi produttivi (e di qui un alto apprezzamento per la scienza medesima), per i filosofi "francofortesi", invece, la struttura metodica delle scienze naturali era un prodotto della reificazione capitalistica, sicché le scienze venivano messe sotto accusa in quanto manifestazione genuina del capitalismo."

La tesi centrale del libro ruota intorno alla carenza di cultura scientifica in Italia proprio quando il motore dello sviluppo delle società è la scienza col suo risvolto tecnologico. Mezzo secolo di visione antiscientifica ha significato la perdita del concetto di scienza e Gentile e Croce ne sarebbero i principali responsabili. L'osservazione importante è la stessa che sta alla base di alcune nostre critiche allo stalinismo d'oggi e cioè che l'invasione hegelo-marxista del '68 ha dato vita ad una scuola che ha dipinto un Marx molto più hegeliano di quanto realmente fosse. Difatti Marx è stato molto influenzato dalla scienza del suo tempo e molto poco da Hegel, che aveva già superato e negato negli scritti giovanili. Curioso che il giornale degli industriali ospiti questa "posizione", di solito prevalgono proprio coloro che criticano Marx per essere troppo poco hegeliano.

Per molti, la scienza e la tecnologia sono i guai del secolo, tanti quei sinistri visceralmente contro la tecnica che considerano il cancro della società attuale. Come affermiamo da sempre, per il futuro dell'umanità la tecnica non sarà il problema ma la soluzione ai nostri guai. La scienza è bacata perchè si è sviluppata in una società di classe, specie quella borghese che è la più fetente di tutte. Allo stesso tempo, però, essa ha un carattere oggettivo indipendente e non si può fare a meno di sottolineare che il risultato scientifico è l'unico che abbiamo per valutare il mondo. Non si può certo rapportarsi con la natura attraverso l'opinione di qualche filosofo.

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    "A farci perdere la bussola sono stati un'estate vissuta al grido di 'è tutto finito', e un periodo di ripresa tra settembre e ottobre condotto con ulteriori allentamenti invece che usando le giuste cautele per limitare l'impatto di una maggiore frequentazione delle persone."

    Insomma, secondo il giornale di Confindustria c'è ben poco da stare tranquilli: l'epidemia non è uno scherzo ed è molto difficile da tenere sotto controllo. Inoltre, le interpretazioni semplicistiche e fuorvianti sull'evoluzione del contagio inducono nel grande pubblico un falso senso di distensione e sicurezza. I rappresentanti più lucidi della borghesia si rendono conto che andando avanti con questa (non) gestione del virus si rischia grosso. L'allentamento delle misure di lockdown previsto per i prossimi giorni e motivato dalla diminuzione del numero dei casi causerà sicuramente un nuovo aumento dei soggetti positivi. Una terza ondata, data per certa da Andrea Crisanti e da altri virologi, andrà così a colpire un'economia già in panne: secondo alcune previsioni riportate da Repubblica, a marzo dell'anno prossimo, con lo sblocco dei licenziamenti, in Italia ci saranno un milione di disoccupati in più. Per far fronte a questo tsunami sarebbe necessaria al sistema-paese una riforma complessiva del Welfare per semplificare e accorpare le varie forme di sostegno per chi è senza lavoro, ma al momento non c'è nessun programma all'orizzonte.

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