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  • Resoconto teleriunione  26 novembre 2013

Dentro e oltre la catastrofe

"[…] l'amministrazione dell'intervento sulla natura non esiste più in ambito tardo-capitalistico perché la società nel suo insieme soggiace alle esigenze del capitale, sia quello dei singoli che soprattutto quello sociale, anonimo, senza fisico padrone."

L'uragano Haiyan, il ciclone Cleopatra e gli 81 tornado che qualche giorno fa si sono abbattuti contemporaneamente nel Midwest degli Stati Uniti, si inseriscono nel lungo elenco di catastrofi naturali che sempre più frequentemente devastano qualche zona del Pianeta. In queste occasioni, report giornalistici, telegiornali e servizi "speciali" dei media mainstream, non mancano di descrivere le terribili e incontrollabili forze della natura che improvvisamente si "rivoltano" contro gli abitanti della Terra, sconvolgendone la pacifica esistenza.

In realtà, la naturalità della catastrofe è data dal fatto che questa società ha perso ogni carattere di organicità con ciò che la circonda. La specie umana, attraverso lo sviluppo del lavoro associato ha conquistato la Terra, ma si trova sempre meno in sintonia con essa.

E' con questa considerazione che abbiamo aperto la teleconferenza di martedì sera a cui hanno partecipato 18 compagni.

In Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, da cui abbiamo estratto la citazione sopra, leggiamo che "[…]possiamo conoscere tramite studio ed esperienza i problemi inerenti la regolamentazione del comportamento umano in un rapporto organico con la natura. Ma in primo luogo la conoscenza attuale è limitata dagli interessi reali della borghesia. In secondo luogo la possibilità di dominare gli effetti sociali della produzione non dipende dalla conoscenza ma dai rapporti di classe." Le catastrofi naturali nella società con il maggior grado di dissipazione nella storia dell'uomo, il capitalismo, non sono eventi improbabili. Il territorio ha bisogno di manutenzione continua, ma alla pulizia del letto dei fiumi e delle coste o alla ristrutturazione di infrastrutture e abitazioni, si preferiscono le grandi opere pubbliche. Allo stesso tempo sorgono come funghi megalopoli inquinate dove l'ammorbamento dell'aria, rigurgitante scarti industriali, è ai limiti della sopravvivenza. La borghesia, dai tempi della sua rivoluzione in cui teneva salde fra le mani le redini di Stato e Capitale, ha adoperato ogni mezzo per piegare ai propri fini la natura. Oggi la situazione è cambiata ed è il Capitale a far galoppare la borghesia al ritmo frenetico della valorizzazione, in cui i disastri climatici diventano linfa vitale per far ripartire nuovi cicli di accumulazione. Nel nostro piccolo, il terremoto dell'Aquila ha mostrato senza tanti fronzoli la sbrigliata euforia del Capitale di fronte a simili emergenze.

Ma anche qualcos'altro è cambiato. Se a pubblica utilità corrisponde la cuccagna privata, ad ogni evento disastroso, climatico o sociale, fa capolino sempre più spesso la nascita di strutture di auto-aiuto. L'avevamo già visto con Occupy Sandy, e ora lo ritroviamo nella nostra scalcagnata e "arretrata" penisola: nelle ore successive al passaggio del ciclone Cleopatra in Sardegna, quando molti paesi erano ancora isolati e l'intervento delle istituzioni tardava ad arrivare, è nata sul Web, tramite i social network, una rete di solidarietà in grado di fornire in tempo reale informazioni sui dispersi, e sui posti letto e pasti caldi disponibili per chi si ritrovava disperato e senza più nulla. Il servizio maggiormente utilizzato è stato Twitter, se ne è accorto anche Wired che in un articolo ha criticato le istituzioni proprio per non averlo utilizzato per coordinare i soccorsi. Da segnalare anche l'arrivo sul campo delle Brigate di solidarietà attiva: "Ciò che emerge dalla situazione è un stretto livello di legame di comunità che fa si che la solidarietà sia capillare e che le incapacità delle istituzioni burocratizzate vengano superate con un livello di attivismo e impegno diretto e solidale delle persone, come già abbiamo visto in Emilia, dove molte erano le situazioni di campi e magazzini autorganizzati."

Il documento Rising Out of Disaster with Occupy Sandy, pubblicato sul sito di OWS, ben descrive il meccanismo di formazione di reti di soccorso durante le situazioni di calamità naturale, quando emergono con forza il mutuo appoggio e la cooperazione. In quei momenti drammatici, decine, centinaia o migliaia di persone sono costrette, al di là di quello che pensano, ad organizzarsi per sopravvivere. Differentemente, per esempio, da quanto accade in dibattiti e congressi vari (nel documento si fa riferimento al fallimento della conferenza internazionale sul clima tenutasi a Varsavia), dove mille parole e altrettanti esperti e politici inanellano un "nulla di fatto" dopo l'altro. Di fronte al fallimento generalizzato – climatico, economico, energetico – la necessità di auto-organizzarsi si fa pressante. L'uomo si è completamente dissociato da se stesso, dalla propria natura, e sta mettendo a rischio la propria vita. Se la dissoluzione del rapporto primario fra l'uomo e la Terra prenderà la strada di quella situazione che definiamo "singolarità", quattro o cinque miliardi di uomini semplicemente non potranno più vivere. E non si tratta di fantascienza catastrofista alla The Road. Che, a dirla tutta, tanto fantascienza non è ma è anzi parecchio al di sotto delle prospettive possibili.

Come è accaduto con le società di mutuo soccorso di fine '800, anche ai nostri giorni nascono comunità in lotta per la sopravvivenza, sia essa temporanea o all'ordine del giorno. Ma c'è una differenza tra le strutture sorte nel giovane capitalismo rampante e quelle che emergono tra le piaghe della bestia morente. Scrive Marx nell'Ideologia tedesca:

"[...] occorre che l'estraneazione abbia reso la massa dell'umanità affatto 'priva di proprietà' e l'abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, due condizioni che presuppongono un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d'altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l'esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa 'priva di proprietà' contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali".

Il percorso che ha portato ad un capitalismo ultra-maturo e in crisi di sovrapproduzione è indispensabile per il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà. Il mondo liberato dai miasmi e dalle grinfie del capitalismo di oggi è quello non della miseria ma della sovrabbondanza e dell'uomo universale.

Ma siamo ancora nel capitalismo e alle prese, dal 2007, con una crisi che - ma guarda un po'! - non accenna a dare segni di ripresa. Lo denuncia con forza Papa Francesco nell'esortazione apostolica Evangelii gaudium: "[...] l'attuale sistema economico è ingiusto alla radice. Questa economia uccide, fa prevalere la legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. La cultura dello scarto ha creato qualcosa di nuovo, gli esclusi non sono 'sfruttati' ma rifiuti, avanzi. C'è la nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, di un mercato divinizzato dove regnano speculazione finanziaria, corruzione ramificata, evasione fiscale egoista." Mentre il rischio di deflazione è reale e, nonostante i miliardi di dollari immessi nel circuito finanziario, le aziende sono a corto di liquidità e le fabbriche chiudono, la borsa di Wall Street raggiunge i suoi massimi storici e i futures sugli indici viaggiano in positivo. La situazione è inedita per la storia del Capitale. Non lo è invece il comportamento del complesso sociale, che rimane unitario al di là delle fibrillazioni o dell'inerzia espressa dai singoli individui. Il contenuto preme ovunque per liberarsi da un contenitore che non gli corrisponde più. Indicativo il ruolo svolto dalle forze dell'ordine di questi tempi. In Grecia, Spagna e Portogallo scendono in piazza per protestare allo stesso modo delle migliaia di manifestanti che reprimono a suon di manganellate. In Egitto, durante la Primavera araba, hanno da una parte massacrato i contestatori e dall'altra solidarizzato con la gente nelle strade; ancora oggi l'esercito golpista esprime una specie di alleanza ibrida con gli ex-manifestanti di piazza Tahrir, sintomo di contraddizioni sociali pronte a esplodere. Lo spappolamento della infrastruttura sociale è indice fondamentale dell'evoluzione dello scontro di classe.

In Italia la situazione esprime fenomeni interessanti nell'ambito dei trasporti e della logistica. Ha avuto una grande eco la protesta dei tranvieri genovesi, situazione in cui alla fine i sindacati, approfittando della stanchezza dei lavoratori dopo cinque giorni di "sciopero selvaggio", sono riusciti a spegnere la lotta che si stava pericolosamente allargando ad altre città. Rimangono comunque il disagio e la rabbia espressi dagli autisti genovesi, e pure l'utilizzo dei social network per diffondere la lotta (la pagina Facebook dedicata ai lavoratori dell'AMT ha superato in pochi giorni le 20.000 adesioni). Dopo il "tappo sindacale", ci ha pensato lo stato a concludere l'opera di repressione: appena cessata la mobilitazione, i tranvieri sono stati colpiti sia a livello legale che economico.

Sabato 23 novembre è stata la volta dei lavoratori della logistica: il corteo di facchini, solidali e organizzatori (circa un migliaio di persone provenienti da diverse regioni d'Italia) si è snodato per le vie di Bologna. Il passaggio dagli scioperi nei singoli magazzini a momenti di lotta unitaria è certamente un passo avanti, probabilmente per questo motivo i confederali hanno indetto uno sciopero nazionale di categoria per il 13 dicembre. Nel comunicato firmato da Cgil, Cisl e Uil si afferma che "[...] il settore della logistica è caratterizzato ormai da tempo da una condizione intollerabile di precarietà e di sfruttamento delle migliaia di lavoratrici e lavoratori delle cooperative. La concorrenza tra le grandi committenze, praticata tutta attraverso l'affidamento degli appalti al massimo ribasso, ha generato una giungla retributiva, con conseguente contrazione delle condizioni salariali e normative. Bisogna affermare un sistema di regole, attualizzare le norme contrattuali atte a garantire la tutela dei lavoratori, a partire dalla correttezza e la trasparenza negli appalti."

Le lotte nello stesso settore si fanno sentire anche in Germania, dove i lavoratori di Amazon sono scesi in sciopero rivendicando aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Pure nel trasporto marittimo le acque sono agitate: Sergio Bologna in un articolo descrive un settore in subbuglio con scioperi a Los Angeles, Rotterdam, il maggior snodo europeo, e, qualche mese fa, a Hong Kong e Vancouver.

La catena globale della logistica è strategica per il Capitale: essa permette il flusso continuo che va dall'industria al consumatore, da industria a industria (B2B). Con il sistema del just in time la catena di montaggio è uscita dalla fabbrica e il ciclo produttivo si è espanso all'esterno aggrovigliando l'intero pianeta. Allo stesso modo possono fare le lotte dei lavoratori, trovando un aiuto proprio nelle caratteristiche intrinseche del settore. Come avevamo descritto nell'articolo I sedici giorni più belli, in cui raccontiamo il mitico sciopero dei lavoratori dell'UPS che utilizzarono gli strumenti di lavoro, i Gps montati sugli automezzi per ottimizzare i percorsi, contro l'azienda. Un buon esempio di logistica delle lotte.

Oggi il coordinamento delle lotte avviene per la maggior parte attraverso Twitter, e anche in Italia si comincia a familiarizzare con questo social network. Fino a qualche tempo fa le organizzazioni sindacali controllavano la forza lavoro grazie al monopolio dell'informazione: le strutture burocratiche centralizzavano il flusso delle notizie in arrivo dalla base e decidevano chi doveva sapere cosa. Adesso ci sono le reti, il flusso è orizzontale, fatto di hub, legami forti e deboli. Questo fatto mette in difficoltà il sindacato che, per non essere del tutto marginalizzato, è costretto ad accodarsi alle lotte.

Interessante allora il vento che soffia dagli Stati Uniti, dove si è aperta una nuova stagione di sindacalismo militante, espressione di lotte che si stanno generalizzando su tutto il territorio nazionale e che vedono un dirompente protagonismo dei coordinamenti e dei comitati operai. Come il video di Valery Alzaga, labour organizer del sindacato dei servizi SEIU, in cui mostra un approccio mutuato dallo stile dei movimenti e completamente diverso da quello europeo, e pone l'accento sul carattere comunitario delle lotte in corso, sulle iniziative di massa e sulle modalità della loro costruzione. Tra le organizzazioni più combattive che seguiamo su Internet ci sono Our Walmart (la Walmart, essendo una vera multinazionale, ha 2,2 milioni di lavoratori sparsi per il mondo, 1,4 solo negli Stati Uniti) e la coalizione Fight For 15, che lotta per un salario minimo di 15 dollari l'ora. Entrambe si stanno mobilitando con picchetti itineranti, flashmob e assemblee in vista del Black Friday: "When we fight we win!".

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