Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  2 dicembre 2014

Guerra del Petrolio

La teleconferenza di martedì, a cui si sono connessi 15 compagni, è iniziata dall'analisi di quanto sta accadendo in campo energetico nel mondo.

L'OPEC non abbasserà la produzione. Così è stato deciso dai paesi esportatori di petrolio riuniti a Vienna lo scorso 27 novembre. Nel frattempo il Brent del Mare del Nord, il grezzo di riferimento, è crollato a 77 dollari, e addirittura a 54 quello dei pozzi del Kuwait. Anche se il "petrolio buono", come l'arabian light o il libico, è ancora caro e rimane tra i 120 e i 150 dollari, non influisce sul prezzo di riferimento. Fin qui tutto normale: il calo dei consumi ha fatto scendere la spesa energetica, il boom dello shale oil e delle tecniche di fracking ha inciso sui prezzi, la concorrenza tra i paesi produttori ha fatto il resto. Ciò che non è normale è l'unanimità (quasi) dell'OPEC nel tenere alta l'estrazione nonostante i prezzi bassi.

E' noto che i paesi esportatori di petrolio tendono a mantenere la produzione sul filo del rasoio, e cioè ad un livello di prezzo sufficientemente alto ma che non faccia diminuire la domanda (caso in cui, comunque, i pozzi servono da salvadanaio per il futuro). Oggi sta accadendo esattamente il contrario: è come se i paesi OPEC scialacquassero il petrolio guadagnandoci poco per ottenere qualcosa. La tanto strombazzata autosufficienza energetica americana è una bufala, e i paesi dell'OPEC se ne sono accorti: ci rimettono sul momento a pompare petrolio in esubero, ma fanno un buon investimento perché stanno facendo chiudere la concorrenza.

Insomma, non cambiano le linee guida individuate nel numero speciale della rivista sull'energia; assistiamo però ad una evidente accelerazione soprattutto nell'erosione dei già fragili equilibri internazionali (ad esempio la chiusura, notizia di qualche giorno fa, del progetto South Stream). Se negli anni '70 – '80 il capitalismo riusciva a gestire la chiusura di alcuni pozzi, oggi diminuire la produzione significa colpire le economie di tutti gli altri paesi esportatori di petrolio (Russia, Venezuela, Nigeria, ecc). Federico Rampini sulle pagine di Repubblica spiega il terremoto energetico in corso ponendo l'accento sul calo della domanda globale:

"L'eurozona in piena depressione; il Giappone ripiombato nella sua stagnazione secolare; ora la Cina che rallenta vistosamente. E' la caduta dei consumi di tutte le materie prime, un effetto e un sintomo di questa glaciazione globale. L'America da sola teme di non riuscire a fare da locomotiva per il resto del mondo. Dalla Cina all'Europa tutti esportano deflazione: il petrolio è diventato vettore di questo contagio".

L'avanzata dell'IS in Medio oriente, fenomeno che rientra nel più generale movimento di dissoluzione degli Stati, potrebbe complicare ancor di più la situazione. Dopo aver conquistato una cinquantina di villaggi nel deserto e l'importante città di Mosul (2,8 milioni di abitanti e mezza banca centrale irachena), adesso lo Stato Islamico conta sulla crescita esponenziale delle adesioni soprattutto da parte di gruppi asiatici. Il califfato controlla una superficie grande quanto l'Inghilterra e ha una linea di forza che segue l'Eufrate dalla Turchia al Golfo Persico; sta diventando talmente potente che si permette di assediare Baghdad e, tra non molto, circondare Damasco. Se in Siria cadesse il regime di Assad e l'Iraq venisse a sua volta travolto, il petrolio iracheno potrebbe diventare decisivo: agli americani converrà di più re-invadere l'Iraq o comprare a basso prezzo, di contrabbando, il petrolio dai tagliagole dell'IS?

Anche sul fronte interno si moltiplicano i grattacapi per gli americani. Lo sciopero nella giornata del Black Friday dei lavoratori della Walmart (il movimento OUR Walmart è assolutamente inclusive e si coordina attraverso la Rete) si è intrecciato spontaneamente con le mobilitazioni Black Lives Matter indette per lo stesso giorno. La lotta contro la brutalità della polizia, che difende il regime dell'1%, e la richiesta di un salario "dignitoso" vanno di pari passo: dalle rivolte di Ferguson agli scioperi della Walmart passando per quelli dei Fast Food (il prossimo il 4 dicembre), ci troviamo di fronte ad un movimento unico. Sui cartelli dei manifestanti è spiccato uno slogan più incisivo di mille proclami: fighting to live, not just survive.

Anche in Italia, il prossimo 9 dicembre, sono previste diverse manifestazioni promosse dai Forconi, quel movimento che lo stesso giorno dell'anno scorso ha praticato blocchi del traffico ed eventi di piazza in tutto il paese. Accumulare rabbia e sfogarla improvvisamente è una caratteristica dei rappresentanti delle non-classi: non potendo legarsi ad una classe vera e propria sono costretti ad annaspare triturati tra le due grandi della società, borghesia e proletariato.

Anche reti sociali e sindacali hanno lanciato un loro appuntamento: il 3 dicembre tenteranno di assediare il Senato in occasione del voto di fiducia al Job Acts. Invece di anticipare la situazione futura, nel "movimento" prevale l'indignazione e la difesa di un passato concertativo che non c'è più; paradossalmente, è più anti-forma la borghesia che elimina quegli istituti legislativi e contrattuali che la nostra corrente storica denunciava come impedimento al libero manifestarsi della lotta rivendicativa. E mentre Cgil e Uil si preparano allo sciopero generale del 12 dicembre, il governo fa proprie (a parole) le rivendicazioni storiche del movimento operaio quali il contratto unico di lavoro e il salario ai disoccupati. Contro questo programma scioperano i sindacati, come la Fiom, firmatari dei peggiori accordi capestro: sono talmente spiazzati da non essere in grado di capire quel che Renzi va dicendo. Nemmeno i seriosissimi riformisti che dirigevano la CGL degli anni '20 avevano nei loro programmi il salario ai disoccupati e il contratto unico per tutti i lavoratori al di là delle categorie di appartenenza (Verso il collasso epocale, n+1 n. 36): un sindacato che facesse il suo mestiere incalzerebbe il governo sulle promesse fatte e non perderebbe tempo nella difesa impotente dell'articolo 18. Si dissolve quindi anche la capacità mistificatoria delle centrali sindacali e con essa il controllo esercitato sui lavoratori (Necessarie dissoluzioni, n+1 n. 36).

Articoli correlati (da tag)

  • Questa forma sociale mette a repentaglio la vita umana

    La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 17 compagni, è cominciata con il commento di alcune notizie riguardo al conflitto russo-ucraino.

    Il principale supporter militare dell'Ucraina, gli USA, stanno terminando le munizioni per l'artiglieria pesante. A quanto pare, dal punto di vista delle scorte, gli Americani sono messi peggio dei Russi. Viene in mente quanto successo durante la Guerra del Kippur quando si è raggiunto il massimo indice di consumo dei materiali bellici. Allo stato attuale, si sta combattendo una guerra con le armi di quella precedente, ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: ne sono già in cantiere di nuove come, ad esempio, i missili ipersonici (capaci di raggiugere velocità superiori a mach 5, cinque volte la velocità del suono) che, qualora fossero impiegati, trasformerebbero lo scenario bellico in termini di intensità ed estensione.

    Un altro cambiamento rispetto al passato è rappresentato dalla guerra elettronica, si pensi al virus informatico Stuxnet, ideato da Americani e Israeliani per sabotare l'impianto di arricchimento di Natanz in Iran, oppure al recente cyberattacco iraniano contro lo stato albanese. Questo tipo di attacchi, anche se virtuali, producono danni fisici e possono mettere in ginocchio un paese.

    Come abbiamo scritto nel volantino "La Quarta Guerra Mondiale", se non si blocca al suo scatto, "la guerra delle macchine, dei sistemi e dell'informazione prenderà il sopravvento e gli uomini diventeranno delle loro protesi, come del resto è già successo in fabbrica."

  • Tendenza globale al disordine

    Durante la teleriunione di martedì sera, presenti 15 compagni, abbiamo discusso della condizione di crescente instabilità in cui versa il mondo.

    Dal 31 agosto scorso il gasdotto Nord Stream 1, il più importante canale europeo per il rifornimento di gas naturale, è chiuso per un guasto ad una turbina; il portavoce del governo russo ha dichiarato che la riapertura, inizialmente prevista per il 2 settembre, non avverrà fino a quando non saranno revocate le sanzioni imposte al suo paese per la guerra in Ucraina, poiché esse impediscono che le operazioni di manutenzione delle unità si svolgano in sicurezza. Il blocco dei flussi di gas a tempo indefinito ha causato un'ulteriore impennata del prezzo della materia prima, la chiusura in forte calo delle borse europee, l'indebolimento dell'euro sul dollaro; e appare come una chiara risposta del Cremlino alla decisione dei paesi del G7 di introdurre un tetto massimo al costo del petrolio russo, e dell'Unione Europea di fare lo stesso per il prezzo del gas.

    La crisi europea dell'approvvigionamento di gas sta provocando significative ripercussioni anche a livello sociale, e ha portato alla nascita di movimenti contro il caro energia e il carovita in diversi paesi dell'Unione. Il Civil Unrest Index (CUI), l'indice dei disordini civili stilato dalla società britannica di consulenza strategica Verisk Maplecroft, ha rilevato un aumento inedito del rischio di proteste e rivolte nel secondo e terzo trimestre dell'anno in corso. I dati, raccolti negli ultimi sette anni, individuano più della metà dei paesi presenti nella CUI, 101 su 198, come ad alto o estremo rischio, indicando per i prossimi sei mesi un ulteriore deterioramento dovuto all'impatto dell'inflazione, superiore al 6% nell'80% dei paesi di tutto il mondo, sul prezzo degli alimenti di base e dell'energia. I fari sono puntati sull'Algeria, dove inflazione e siccità hanno colpito duramente la popolazione, ma nell'elenco vengono associati anche paesi che a prima vista hanno poco in comune: Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Paesi Bassi, Germania e Ucraina sono tra gli stati con il maggiore aumento di rischio previsto. Inoltre, tra gli stati maggiormente esposti ad un'ondata di proteste ci sono quelli a reddito medio, che durante la pandemia sono riusciti ad approntare misure di protezione sociale e ora stanno tentando di mantenere alti i livelli di spesa: Bolivia, Egitto, Filippine, Suriname, Serbia, Georgia, Zimbabwe e Bosnia ed Erzegovina.

  • La tempesta perfetta

    La teleriunione di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata partendo da alcune considerazioni sulla situazione climatica ed ambientale.

    A Saluzzo, in Piemonte, durante un temporale si sono abbattuti chicchi di grandine di 10 centimetri, devastando le coltivazioni. Nelle scorse settimane in India si sono toccati i 60 gradi al suolo e scenari simili si registrano in Spagna. Situazione allarmante anche in Francia ed Inghilterra, dove si è registrato il record delle temperature massime. Si tratta di dati che ricordano le trame di certi film dove il cambiamento climatico repentino accelera fenomeni catastrofici che portano alla fine del mondo. Gli esperti sono concordi nell'affermare che, pur essendo grave il cambiamento in corso, non siamo di fronte a fenomeni come quelli epocali del passato. Il cambiamento climatico di oggi è dovuto a cause umane differenti da quelle geologiche. Esso è il prodotto dell'interazione dell'uomo con l'ambiente, ed è da tenere insieme ai fenomeni di polarizzazione sociale, una sommatoria di concause che possono portare ad effetti non prevedibili. Di pari passo avanza infatti la crisi economico-sociale materiale con le piazze in rivolta, interi paesi al collasso (Sri Lanka), scioperi generali di decine di giorni (Panama), fenomeni che vanno allargandosi su scala globale. Stiamo assistendo ad un'accelerazione, al mix per la tempesta perfetta, termine che prendiamo a prestito dalla borghesia, ma che si inquadra benissimo nelle previsioni catastrofiche di Marx.

Rivista n°51, giugno 2022

copertina n°51

Editoriale: La guerra che viene

Articoli: Guerra in Europa
Appendice 1. La Quarta Guerra Mondiale
Appendice 2. La sindrome di Yamamoto
Guerra di macchine
Wargame - parte seconda

Doppia direzione: Considerazioni sulla pandemia

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email