Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  01 dicembre 2015

Inevitabile scontro tra modi di produzione

La teleconferenza di martedì, presenti 18 compagni, è iniziata dal commento di alcune notizie di carattere economico reperite sul Web.

Secondo la stampa nazionale, in Italia sarebbe in calo il numero dei disoccupati e al tempo stesso quello degli occupati. Alla confusione totale sullo stato dell'economia si aggiungono le allarmanti dichiarazioni del presidente dell'Inps Tito Boeri riguardo le pensioni della generazione nata negli anni 80': "se l'economia italiana non cresce almeno dell'1% all'anno e non c'è un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro iniziando con prospettive di carriera più lunghe, senza tutte le interruzioni che contraddistinguono spesso i contratti temporanei o precari, ci potrebbero essere problemi molto seri in futuro". La sequela di preoccupati annunci degli stessi tecnici del Capitale testimonia un sistema pensionistico assolutamente fuori controllo; il Welfare State costruito dopo il secondo dopoguerra è oramai saltato, perchè a saltare è l'insieme dei rapporti sociali capitalistici.

Pensiamo alla necessità di gestione e conservazione dell'immane quantità di strade, edifici privati e pubblici nel Belpaese: tutto sta andando a catafascio perchè non si produce il valore necessario. La manutenzione può sembrare un fatto secondario ma è uno degli argomenti analizzati dalla nostra corrente per inquadrare i cosiddetti disastri naturali. Il Capitale autonomizzato è disinteressato alla piccola manutenzione costante e punta tutto sulle grandi opere; ne consegue che le calamità si ripetono sempre più frequentemente. Alla lunga serie si sono recentemente aggiunti la catastrofe avvenuta in Brasile, dove il cedimento delle dighe Fundao e Santarem ha devastato il bacino del fiume Rio Doce sversando 60 milioni di mq di fanghi tossici nell'Oceano Atlantico, e l'elevatissimo livello dello smog raggiunto in Cina.

La salute del pianeta è in grave pericolo e la situazione potrebbe essere irreversibile. Ne discutono a Parigi dal 30 novembre i partecipanti di Cop21, la ventunesima conferenza internazionale sul clima. In occasione del summit tra i grandi del mondo per parlare di emissioni di gas serra e surriscaldamento globale, la polizia francese ha operato numerosi fermi preventivi di attivisti e ha represso pesanti scontri di piazza con centinaia di arresti; è evidente che lo stato francese teme qualcosa di più preoccupante del jihadismo e cioè lo scatenarsi della collera sociale. Ma davvero il capitalismo può porre un freno all'inquinamento? Semplicemente no, perchè i gas inquinanti e l'aumento delle temperature sono un problema che coinvolge l'intera società, borghesi e proletari tutti. Il capitalismo per sua natura è basato sulla crescita economica infinita, l'accumulazione e il consumo forsennato, e non può certo fermarsi di fronte alle risorse limitate della Terra.

Sul fronte della guerra in Medioriente, persiste la tensione tra Ankara e Mosca. La Russia non è intenzionata a farsi indietro in Siria perchè appoggiare Assad significa tutelare le proprie basi navali nel Mediterraneo. La Turchia nella sua storia come nazione borghese è uno dei paesi che più strenuamente ha difeso il nazionalismo rivoluzionario con numerosi colpi di stato orchestrati dall'esercito in nome di Kemal Ataturk. E' perciò atipica la situazione odierna in cui l'esercito non reagisce all'islamizzazione della società; la causa va forse ricercata nelle epurazioni avvenute qualche anno fa al suo interno. La motivazione fornita dai turchi per l'abbattimento del bombardiere russo non è sufficiente. Un'ipotetica spiegazione plausibile potrebbe basarsi sul fatto che l'episodio obbliga i militari a dare priorità allo scontro con il grande nemico storico, la Russia, e a mettere in secondo piano la lotta kemalista al fondamentalismo islamista.

Un compagno ha sottolineato l'ostinato immobilismo degli Stati Uniti in Medioriente. Il declino degli Usa è inarrestabile: non hanno la forza di fare di più. E mentre nessuna potenza è in grado di farsi avanti nella successione alla guida del mondo capitalistico, la guerra civile prende piede ovunque, a Beirut come ad Aleppo (dove è in corso uno scontro sanguinosissimo tra i resti dell'esercito siriano e i militanti di Daesh). La guerra d'oggi, il conflitto endemico di tutti contro tutti per cui avvengono distruzioni immani senza che nulla venga più costruito, non rilancia il ciclo di produzione risolvendo così i problemi del capitalismo, anzi, ottiene l'effetto contrario ingigantendoli. Stiamo vivendo un'epoca di transizione e siamo in una situazione ibrida favorevole ad una società diversa.

Per comprendere cosa sta accadendo intorno a noi possiamo usare dei modelli. Partiamo da quello elaborato da Marx riguardo la legge della caduta del saggio di profitto, secondo cui in ambito produttivo aumenta tendenzialmente il capitale costante e diminuisce quello vivo, e con ciò cresce l'esercito industriale di riserva e la sovrappopolazione assoluta. Senza riconoscere la crisi di valorizzazione che ne consegue e che produce effetti quali il marasma sociale e la guerra, risulta difficile individuare le concatenazioni sociali utili a districarsi nella complessità degli eventi.

La crisi cronica del capitalismo senile porta alla formazione di comunità "contro", solitamente dislocate ai margini delle metropoli. Si prenda ad esempio Parigi, il cui centro è circondato dai milioni di senza riserve delle banlieue. Ma tale situazione non riguarda solo i centri storici delle grandi capitali: a livello frattale vediamo in atto la stessa dinamica tra l'Occidente e le sue periferie (vedi fenomeno migratorio).

Dal caos sociale emergerà qualcosa di simile a Occupy Wall Street, una prefigurazione della società futura. I comunisti non possono farsi schiacciare dall'esistente ma devono mettersi dalla parte del futuro, "n+1". Il capitalismo sta morendo e una società completamente diversa sta nascendo; dobbiamo agganciarci a quest'ultima lasciandoci alle spalle le polemiche terzinternazionaliste.

Articoli correlati (da tag)

  • Imperialismo con l'acqua alla gola

    La teleriunione di martedì sera è iniziata con alcune considerazioni riguardo le recenti manifestazioni negli Stati Uniti.

    Dopo le mobilitazioni di giugno e ottobre dello scorso anno, sabato 28 marzo una nuova protesta sotto lo slogan "No Kings" ha portato in strada oltre 8 milioni di persone solo negli Stati Uniti. Nella stessa giornata, manifestazioni con lo stesso slogan si sono svolte a Berlino, Roma, Londra, così come in Australia e Giappone. In Israele, le proteste contro la guerra sono state duramente represse a Haifa e Tel Aviv. Cosa spinge piazze così distanti a sincronizzarsi?

    Come abbiamo scritto in "Wargame. Parte seconda", le determinazioni materiali che spingono milioni di persone a manifestare, scontrarsi con la polizia, ecc., vanno ricercate nella crisi della legge del valore. Da anni osserviamo come i senza riserve di tutto il mondo dispongano di strumenti potenti per coordinarsi — smartphone, social network, app — strumenti che vanno intesi come forze produttive fuoriuscite dai confini aziendali e che rendono gli uomini spontaneamente "organizzati".

    Al di là dello slogan "No Kings", lanciato da alcune forze "progressiste" in risposta alle politiche dell'amministrazione Trump, le manifestazioni hanno avuto un chiaro profilo anti-guerra, proprio come avvenuto nello scorso autunno per le mobilitazioni Pro-Pal. Milioni di persone percepiscono un drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita: guerra significa insicurezza, disagio, aumento del costo della vita. Quando si muovono masse di "atomi sociali", non si possono ridurre le manifestazioni agli slogan lanciati dagli organizzatori; la nostra sonda ci permette di andare oltre ciò che i singoli, o persino i movimenti, dicono di sé stessi.

  • In un mondo integrato anche la guerra lo diventa

    La teleriunione di martedì sera si è aperta con il commento all'articolo "Leggi di simmetria e scenari da incubo" (n+1, n. 10, 2002), collegando l'analisi sviluppata nel testo con il recente attacco israelo-americano all'Iran, nuovo capitolo della "politiguerra americana" al mondo.

    A più di vent'anni dalla scrittura dell'articolo, le contraddizioni degli Stati Uniti si sono accentuate. L'aumento del deficit commerciale, il debito pubblico fuori controllo, la deindustrializzazione e la crescente polarizzazione della ricchezza hanno indebolito la proiezione di potenza del paese. Oggi gli USA possono mantenere la loro influenza soltanto difendendo la posizione di rentier. Ma l'integrazione mondiale (o globalizzazione) non può che esasperare la concorrenza, soprattutto in tempi di crisi. Già Marx, nel III libro del Capitale ("L'apparenza della concorrenza"), evidenziava come la concorrenza non determini le variabili del processo produttivo, ma ne sia essa stessa prodotta.

    Anche i più acuti analisti geopolitici, che discettano della fine dell'Impero americano, tendono a trascurare che la guerra in corso ha come obiettivo l'accaparramento di quote di plusvalore. Conclusa per sempre la fase colonialista, la competizione oggi riguarda la sottrazione di flussi di valore ai concorrenti, che per gli USA sono il mondo intero. Questa lotta passa per l'applicazione di dazi, embarghi, rapimenti di presidenti, bombardamenti e altro ancora, costringendo gli USA ad intervenire per impedire alleanze in grado di minare la centralità del dollaro nei commerci mondiali.

  • La guerra come rottura di simmetria

    Durante la teleriunione di martedì abbiamo ripreso alcuni passaggi dell'abstract del numero monografico "Teoria e prassi della nuova politiguerra americana" (n+1, n. 11), mettendoli in relazione con il conflitto in corso in Medioriente.

    A oltre vent'anni di distanza da quando fu pubblicato, il numero monografico resta valido per capire l'evoluzione del mondo capitalistico, posto di fronte ad una crisi di natura strutturale riconducibile alla difficoltà di produzione di plusvalore. In tale contesto, il capitale spinge gli Stati Uniti a intraprendere azioni che finiscono per danneggiare i loro stessi interessi. Se da una parte il capitale punta alla libera circolazione di capitali e merci, dall'altra l'anarchia che ne deriva richiede forme di controllo sempre più centralizzate.

    Il governo americano, non potendo assumere il ruolo di governo unico del capitalismo mondiale, piega le esigenze del capitale ai propri interessi particolari; di conseguenza, il controllo del mondo si trasforma nel contrario di ciò che dovrebbe essere, diventando inefficace, se non addirittura controproducente. D'altronde, rimanendo all'interno dell'insieme capitalistico non si può che riprodurne le contraddizioni. Il resto del mondo non potrà sostenere gli Stati Uniti per sempre, ma allo stesso tempo fatica a svincolarsi dalla loro egemonia: "Gli avversari dell'America sono costretti a morire d'asfissia 'graduale' per sfuggire quella caotica, nello stesso tempo in cui l'America deve morire per iper-ossigenazione per sfuggire l'asfissia."

    La politiguerra preventiva al mondo è motivata dalla necessità di preservare un ordine che si sta sgretolando. Gli Stati Uniti ed il loro presidente non possono però fare ciò che vogliono: la negazione del libero arbitrio non si impone esclusivamente a chi deve subire l'effetto di una qualsiasi forza, ma anche a chi impone la forza.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter