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  • Resoconto teleriunione  1 novembre 2016

Trumponomics

La teleconferenza di martedì sera, presenti 8 compagni, è iniziata con alcune osservazioni sulla (in)capacità dell'attuale modo di produzione di rispondere a situazioni di emergenza causate da terremoti o altre catastrofi.

In Italia centrale la messa in sicurezza delle zone sconvolte dallo sciame sismico richiederebbe un massiccio impiego di risorse che il capitalismo italico non può e non vuole utilizzare; a differenza della realizzazione di grandi opere, una serie di interventi diffusi di manutenzione non genera grandi profitti. Oltre agli edifici lesionati dalle ultime scosse di terremoto, sono numerosi in tutto il Paese gli stabili, costruiti negli anni '60-'70, che mostrano i segni dell'incuria e che andrebbero al più presto ristrutturati, dato l'elevato rischio sismico cui è soggetta la penisola.

Nel capitalismo anche le migrazioni si trasformano in una situazione di emergenza. Nella società futura lo spostamento degli uomini avverrà in maniera completamente diversa, razionale e organizzata. Se un individuo potrà la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame unendo interesse particolare e interesse comune, altrettanto "mobili" saranno la società e le attività dell'uomo legate ad essa.

Oggi prevale invece l'aspetto coercitivo: masse di uomini si spostano dove il Capitale si concentra, si muovono verso i mezzi di produzione. I nostri testi a tal proposito parlano chiaro. Per esempio nei punti di Forlì:"Nella società futura, già all'inizio, non saranno più i lavoratori a migrare verso le aree industriali: al contrario, saranno i mezzi di lavoro liberati a distribuirsi secondo gli insediamenti dell'uomo sulla superficie terrestre" (cfr. punto "e" del Programma rivoluzionario immediato, riunione di Forlì, 28 dic. 1952). O in Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, una raccolta di testi sull'antitesi fra la dinamica del capitalismo e la vita sociale della specie umana in rapporto organico con la natura.

Se facciamo un paragone tra i mezzi a disposizione del capitalismo e ciò che esso riesce a fare, vediamo che la sproporzione è enorme (sulla dissipazione si veda Scienza economica marxista come programma rivoluzionario). E tale contraddizione diventa tragedia nelle emergenze, in cui di improvviso (o meglio di improvvisato) c'è soprattutto il modo di agire del Capitale. In queste situazioni appare evidente la mancanza di coordinazione e finisce che ognuno si arrangia per sé. La capacità del capitalismo di gestire e pianificare al meglio si esaurisce nella produzione, nella fabbrica; per il resto questa è una società che non è in grado di conoscere se stessa.

Ed è anche la società della truffa generalizzata, nell'edilizia così come nella finanza e nelle pratiche economiche attuate dai governi. Si prenda ad esempio il quantitative easing della BCE: nel mese di settembre è stata raggiunta la cifra record di mille miliardi di euro. Non si tratta di fare del moralismo, sono i numeri a parlare da sé. Insomma, la stessa irrazionalità che vediamo all'opera nella gestione delle catastrofi cosiddette naturali, la possiamo ritrovare in quelle economiche.

In Egitto Al Sisi ha varato nuove misure di austerità in cambio di nuovi finanziamenti da parte del Fondo monetario internazionale. Niente di nuovo rispetto a quello che fecero a loro tempo la Grecia e altri stati in crisi. Le nuove disposizioni del governo egiziano hanno però provocato una situazione di instabilità vicina alla rivolta, a cui si assomma l'altrettanto fragile condizione del Marocco, dove un fatto ordinario, l'uccisione di un venditore di pesce da parte della polizia, sta facendo venire a galla il profondo malessere sociale. Il ricordo di Mohammed Bouazizi e di tutto quello che venne dopo aleggia sul Nord Africa e non solo.

In Iraq l'avanzata verso Mosul sembra ormai conclusa, le avanguardie dell'esercito iracheno sarebbero già entrate nelle zone periferiche della città. Ora si profila una battaglia strada per strada, uomo per uomo, in uno scenario che coinvolge una popolazione di circa un milione di persone. In questo capitolo della guerra globale, è da inserire anche lo schieramento dell'esercito turco nel distretto di Silopi nella provincia sudorientale di Sirnak, al confine con l'Iraq, che rappresenta un ulteriore tassello nel mosaico di alleanze e conflittualità dell'area mediorientale. E il fatto che i jihadisti coinvolti nel recente attacco a Kirkuk siano arrivati, o per lo meno così sembra, mescolandosi ai profughi provenienti da Mosul. Le migrazioni di massa di migliaia di persone in fuga dalla guerra sono per Daesh vie aperte per i paesi del Medio Oriente e dell'Europa?

Il marasma sociale potrebbe subire una nuova impennata fra poco meno di una settimana, quando saranno noti i risultati delle elezioni presidenziali americane.

Oggi il Washington Post, per la prima volta, ha dato in vantaggio il repubblicano Donald Trump. Sembra che i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti d'America se la giochino su un pugno di voti. Trump ha anche dichiarato che se alla fine a spuntarla sarà Hillary Clinton, egli non riconoscerà l'esito del voto, paventando una crisi costituzionale.

Ma se fosse il candidato repubblicano a vincere, il suo cammino non sarebbe di certo semplice. Se alcuni stati della Federazione, già contrari al flusso migratorio dal Messico, decidessero di chiudere definitivamente le frontiere, le ripercussioni sarebbero importanti: basti pensare che l'interscambio tra Usa e Messico copre il 15% del totale del commercio americano (What Trumponomics means for the border region). E si sa, Trump ha il sostegno dell'American Nazi party e di tanti altri gruppi di estrema destra (da segnalare il film La seconda guerra civile americana, una satira del sistema politico statunitense di fronte alla questione dell'immigrazione).

La teleconferenza si è conclusa con un accenno alle notizie sulla repressione delle manifestazioni studentesche in Brasile, sul collasso economico in Venezuela e sulla bolla immobiliare cinese.

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