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  • Resoconto teleriunione  8 novembre 2016

Sfide gigantesche

La teleconferenza di martedì scorso, a cui hanno partecipato 14 compagni collegati da diverse località, si è soffermata sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America.

Le grandi testate giornalistiche ci raccontano di un Paese spaccato in due. Da un lato ci sono i sostenitori di Hillary Clinton, l'attuale segretario di Stato appoggiato dall'establishment e da Hollywood, e dall'altro quelli di Donald Trump, candidato dal linguaggio diretto ("Make America great again") che sa andare alla pancia degli elettori e che rappresenta l'unica vera novità.

In un paese in declino, che sta perdendo il ruolo di potenza di traino del capitalismo, dove la disoccupazione è a livelli record, l'industria arranca e il bisogno di un cambio di rotta si fa sempre più forte, anche l'esito di un'elezione potrebbe essere la famosa goccia che fa traboccare il vaso. Chiunque sarà il vincitore - o la vincitrice, dato che tutti i sondaggi danno come favorita la candidata democratica - dovrà infatti misurarsi con sfide gigantesche. Gli attori politici che si agitano sul palcoscenico della storia sono secondari rispetto alla dinamica in atto: la crisi di valorizzazione, la guerra di tutti contro tutti, i fatti del Medioriente, ecc., sono tutti questi elementi a influenzare le scelte degli elettori.

C'è chi ha definito i toni della campagna elettorale americana da guerra civile e la stessa scalata di Trump all'interno del suo partito è rappresentativa della situazione in cui si trova l'intero Paese: sull'orlo di un collasso. Gli stati federali sono economicamente fuori controllo; la popolazione è indebitata al massimo, senza riserve, costretta a fare più lavori per sopravvivere. Ma armata fino ai denti. Allo stato attuale gli Stati Uniti sono un pericolo per sé e per gli altri. In più la perdita di potere politico da parte della (ex) locomotiva mondiale ha effetti materiali: Russia, Turchia e Cina non tarderanno ad occupare il vuoto che si è creato.

Si è poi passati a commentare alcuni scritti sulla sharing economy. In particolare un articolo di Fabio Sdogati (La sharing economy è condivisione? No, affitto. Era così anche per le trebbiatrici...) che, utilizzando le categorie marxiane, fa rientrare i fenomeni di sharing nel modo di produzione capitalistico, negandone l'aspetto di novità. Sdogati sbaglia: se l'economia della condivisione si generalizza fino a coinvolgere buona parte della produzione, mutano con ciò anche i rapporti sociali. E lo stesso vale per l'automazione. Se una fabbrica introduce dei robot e riesce a fare concorrenza alle altre, intasca un sovraprofitto; ma se tutte le fabbriche adottano la stessa modalità produttiva, si abbassa drasticamente il saggio di profitto (non si può estrarre plusvalore dalle macchine). La differenza tra un fenomeno circoscritto in un ambito ristretto della produzione e una situazione che tende a generalizzarsi è enorme. Il limite di questi intellettuali è che non comprendono gli effetti della diffusione di fenomeni che loro stessi analizzano.

Nella nostra epoca la merce discreta tende a trasformarsi in continua (L'era dell'accesso, Jeremy Rifkin): questo significa che si arriverà al punto in cui tutto funziona così e non avrà più senso ricevere un salario (discreto) per ridarlo indietro sotto forma di canone (continuo). Anche il mondo del lavoro italiano attraversa trasformazioni notevoli: pensiamo alla crescita esponenziale dell'uso dei voucher. Tale pratica sta minando alla base il mondo della concertazione: saltano i vecchi schemi sindacali e si aprono le porte a nuove forme di organizzazione.

Anche sul tema dell'abitare registriamo delle conferme. Banche, comuni e sindacati sono incuriositi dal fenomeno del cohousing, il vivere insieme condividendo spazi. Niente di cui stupirsi: noi abitiamo in condominio da un paio di secoli, mentre l'umanità è vissuta in co-abitazione per milioni di anni.

Insomma, quando parliamo delle elezioni negli Stati Uniti, della sharing economy oppure dei voucher, trattiamo un unico argomento: la terra di confine tra il capitalismo in coma e la società futura.

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