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  • Resoconto teleriunione  5 dicembre 2017

Verso il grande crack

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, abbiamo ripreso alcuni dei temi trattati al 68° incontro redazionale, tenutosi a Torino lo scorso fine settimana, ed in particolare quello del ciclo storico della forma moneta e la sua autonomizzazione, affrontato nella relazione "Dalla società ancora senza denaro a quella senza più denaro".

Alcuni articoli di stampa usciti in questi giorni hanno fornito riscontri positivi a quanto sviluppato durante la riunione. In "Le Borse mondiali capitalizzano 100mila miliardi di dollari, ma per Goldman Sachs la corsa è finita", pubblicato sul sito Business Insider, si sostiene che l'attuale capitalizzazione delle borse è preoccupante; è dello stesso parere il Sole24Ore, che in "Borse da record: ci sono 100mila miliardi di motivi per chiamarla bolla o è tutto vero?" afferma che è "sufficiente che qualcosa vada storto" perché il meccanismo finanziario globale si inceppi.

Se oggi scoppiasse una crisi finanziaria come quella del 2008, non sarebbe possibile ricorrere ai 'salvagenti' utilizzati allora per 'fermare l'emorragia'. Date le masse di capitale in movimento, nessuno stato avrebbe la capacità di intervenire per invertire il trend; come titolava l' Economist qualche mese fa, le munizioni a disposizione sono state tutte consumate (l'iniezione di 12.000 miliardollari nel circuito bancario americano è rimasta senza effetti). Lo scenario che si configurerebbe sarebbe perciò dei peggiori, se non apocalittico: la presenza contemporanea di una bolla immobiliare, un'inflazione a due o tre cifre, e una stagnazione totale.

Con la bolla dei mutui subprime la borghesia di tutto il mondo ha preso una bella paura e ha temuto il crollo dell'intero sistema (come ben rappresentato nei film Too Big to Fail, Margin Call e La grande scommessa). Oggi, di fronte ad un nuovo crack, si troverebbe ancor più disarmata.

Un compagno ha quindi segnalato l'articolo "Bitcoin hits $US10,000 but are whales ready to give the market a haircut?", in cui si dice che l'estrazione della cripto-moneta quest'anno ha consumato più energia di quella impiegata da 159 nazioni (media annua). Se ai suoi esordi si trattava di un campo ad esclusivo appannaggio di pochi esperti, ora la generazione di bit-moneta è fonte di lauti guadagni e di speculazione. Chi ha accumulato bitcoin, ormai in crescita esponenziale, guadagna dalle oscillazioni, tant'è che gli hedge found si sono lanciati in questo mondo.

Abbiamo inoltre accennato al progetto IOTA, un nuovo tipo di moneta basato sulla crittografia e implementata da una tecnologia (Tangle) più leggera, veloce e scalabile rispetto a quella dei bitcoin (Blockchain). Tale sistema non prevede la figura dei "miners" e sfrutta l'Internet of Things (di qui il nome), e cioè la potenza di calcolo di tutti i dispositivi collegati alla rete.

Recentemente il Venezuela ha lanciato una sua moneta virtuale per far fronte all'inflazione: Petro. A garanzia, il petrolio e le materie prime presenti nel sottosuolo del paese. Il tutto fa venire in mente quando nel 1923 la Repubblica di Weimar, per troncare l'iperinflazione che l'attanagliava, realizzò un legame tra la nuova moneta e i beni demaniali, dando vita al Rentenmark-oro, emesso dalla Reichsbank e assicurato dall'insieme delle proprietà agricole e industriali.

Sul fronte politico è da segnalare il via libera, negli Stati Uniti, al provvedimento che impone stretti limiti all'ingresso di cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza islamica: Ciad, Iran, Libia, Somalia, Siria e Yemen. Curiosamente dalla lista manca l'Arabia Saudita, ovvero il paese che alimenta da sempre il terrorismo islamico e che ha sponsorizzato gli attentati alle Torri Gemelle.

In Yemen, con l'uccisione da parte degli Houthi dell'ex alleato ed ex presidente Saleh, si acuisce ulteriormente il marasma sociale. Il paese è senza servizi idrici e sanitari, con uno Stato completamente dissolto e con un quarto della popolazione che muore di fame e colera. La situazione non è molto diversa in Congo, dove la guerra civile in corso da decenni ha prodotto svariati milioni di morti.

Guardando alla situazione italiana, in questi giorni si è parlato molto dell'introduzione del reddito di inclusione, o meglio del caos che l'applicazione di questa misura ha generato nei pubblici uffici e surrogati. La platea potenziale a cui è rivolto il provvedimento, circa 500 mila nuclei familiari (1,8 milioni di persone), ha preso d'assalto Comuni e CAF, i quali non sono stati in grado di fornire le necessarie informazioni per ottenere il sussidio.

Abbiamo inoltre accennato alla mobilitazione sindacale dei lavoratori di Ikea avvenuta in seguito al licenziamento di una lavoratrice. Al solito, la Filcams Cgil ha impugnato il licenziamento e ha promesso battaglia (#PessimaIkea). Se i sindacati volessero davvero essere incisivi, a Ikea come ad Amazon o altrove, dovrebbero mobilitare i propri iscritti su base territoriale e non solo aziendale, lanciando picchetti volanti che blocchino la circolazione delle merci. Gli schemi sindacali corporativi sono ormai fagocitati dal sistema, che li utilizza a suo esclusivo vantaggio. I sindacati, per essere "riconosciuti" dalla controparte, devono mostrarsi responsabili di fronte all'economia aziendale e nazionale, e i giovani, non sentendosi rappresentati, non si iscrivono. Secondo il Censis "sono infatti oltre 7 milioni i pensionati con una tessera in tasca: in sostanza, il 45,2% del totale". E nel consueto "Rapporto sulla situazione sociale del Paese", l'istituto di ricerca avverte che sta crescendo la disaffezione dei cittadini anche nei confronti delle altre istituzioni: "L'84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni". E ancora: "La paura del declassamento è il nuovo 'fantasma sociale': l'87,3% degli appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l'83,5% del ceto medio e il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti."

L'antipolitica, in fin dei conti, non è altro che la forma con cui i senza-riserve sono tagliati fuori dal sistema dello stato sociale e dal sistema dei partiti ("Il secondo principio", n+1, n. 41). La paura del "declassamento" ha basi materiali, è un effetto della legge della miseria crescente per cui sempre più ricchezza si concentra ad un polo e sempre più miseria all'altro. Giovani e meno giovani sono costretti a lavorare in condizioni da incubo, con paghe inferiori ai 4 euro l'ora ("Mestieri da schiavi, nei campi e in auto per 4 euro l'ora", la Stampa), più precari che mai, e senza prospettive. Data questa situazione, è certo che la prossima grande ondata di lotta andrà oltre la logica rivendicativa e metterà al centro la necessità di un cambiamento radicale dell'esistente, come ha fatto Occupy Wall Street nel biennio 2011-2012.

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