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  • Resoconto teleriunione  3 luglio 2018

La distruzione delle garanzie, non la loro preservazione

Durante la teleconferenza di martedì, a cui si sono connessi 10 compagni, abbiamo fatto alcune considerazioni in merito al Decreto Dignità approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 3 luglio.

I punti salienti del documento riguardano: i contratti a termine, che potranno essere rinnovati 4 volte e non più 5, e la cui durata massima passerà da 36 a 24 mesi con un aumento crescente del costo contributivo dello 0,5% per ogni rinnovo; l'indennità per i licenziamenti, ampliata da 24 mesi ad un massimo di 36; le delocalizzazioni, con l'istituzione di una penale per le imprese che lasciano il paese prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine degli investimenti agevolati. Confindustria, superando il ridicolo, ha detto che il decreto rischia di irrigidire il mercato del lavoro. Nel suo complesso il provvedimento, a dispetto del nome pretenzioso che porta, sembra poter fare ben poco per arginare e, tantomeno, eliminare lo stato di precarietà e povertà in cui si trovano milioni di lavoratori in Italia. E non c'è da stupirsene, dato che, come si è visto innumerevoli volte nel passato, le leggi servono piuttosto a prendere atto e a formalizzare una situazione che esiste già. Per questo i critici del Decreto Dignità, come "Il sindacato è un'altra cosa – opposizione Cgil", che accusano i 5 Stelle di fare solo mera propaganda, appaiono come degli ingenui, tanto più se lo fanno rilanciando parole d'ordine come l'abrogazione del Jobs Act e la riconquista dell'articolo 18. Ponendosi sullo stesso piano del governo, ma criticandolo perché credono che davvero basterebbe una legge "giusta" per risolvere i mali che affliggono la classe lavoratrice, si dibattono per il ritorno ad un mercato del lavoro che non esiste più. Ma siamo proprio sicuri che sia il caso di rimpiangere quel vecchio mondo fatto di "pieno impiego" e "stabilità politica"?

Entrambe le posizioni quindi, a favore o contrarie al decreto governativo a firma M5S, sono sbagliate. A suo tempo, nel volantino "'Articoli 18' e battaglie tra fazioni borghesi" (2002) avevamo scritto che il lavoro salariato è stato ingabbiato da vincoli contrattuali e salariali e quindi è assurdo che il proletariato lotti per averne ancora di più. Questi vincoli sono stati mano a mano costruiti proprio per depotenziare la lotta di classe e quindi è fuorviante per i proletari mettersi sulla difensiva e chiedere il mantenimento di catene che lo stesso capitalismo sta spazzando via. Piuttosto è il caso di mettersi all'attacco per rompere questa cappa di piombo corporativa:

"Il carattere dell'azione dei comunisti è l'iniziativa, non la replica alle cosiddette provocazioni. L'offensiva di classe, non la difensiva. La distruzione delle garanzie, non la loro preservazione. Nel grande senso storico è la classe rivoluzionaria che minaccia, è essa che provoca; ed a questo deve prepararla il partito comunista, non al tamponamento qua e là di pretese falle nella barcaccia dell'ordine borghese, che dobbiamo colare a picco." ("Lotta di classe e 'offensive padronali'", Battaglia Comunista n. 39 del 1949)

Allo stato attuale una tale esigenza sembra non esserci e siamo in pochi a mantenere vivo questo tipo di approccio alla lotta di classe.

Per esempio, abbiamo avuto occasione di leggere un volantino sindacale, "Ai ricchi Flat Tax e condoni fiscali. E ai lavoratori? Impronte digitali!", firmato SI Cobas (3 luglio 2018), contro il giro di vite voluto dal ministro della Pubblica amministrazione per stanare i cosiddetti "furbetti del cartellino". Nel testo si sostiene che non è giusto che per colpa di pochi disonesti a pagare siano tutti i lavoratori: "La proposta di schedare, a partire dai pochi disonesti, tutti i lavoratori è inquietante." Viene da chiedersi disonesti rispetto a chi. E' impressionante quanto siano state introiettate le categorie del nemico; se un'organizzazione che si dichiara sindacato di classe arriva a scrivere tali scemenze, c'è da riflettere. Potrebbe essere un sintomo dell'incipiente dissoluzione anche in quell'area ("Necessarie dissoluzioni", n+1 n. 36).

Con il Decreto Dignità, ma più in generale con tutto quello fatto fino ad ora, l'attuale esecutivo mostra di non avere una teoria che giustifichi la sua presenza al governo. Le possibilità per chi siede sugli scranni parlamentari sono tre: essere liberisti, alla A. Smith o alla Chicago Boys; essere keynesiani; essere più bravi di tutti quelli che sono venuti prima e fare qualcosa di nuovo. Ma nulla di tutto questo sta avvenendo.

I governi diventano sempre più inetti perchè sono sprovvisti di una base teorica fondante; di riflesso la profonda inettitudine sembra contagiare anche l'opposizione, parlamentare e non. Il rischio di finire risucchiati in questo vortice di mediocrità è alto e l'unica salvezza rimane nel saper maneggiare la bussola della rivoluzione. Basti leggere gli articoli scritti per il 200° anniversario di Marx: uno peggio dell'altro. Sembra che la società in generale abbia difficoltà a discernere e brancoli nel buio.

Da segnalare anche il tavolo delle trattative in corso tra governo e lavoratori del food delivery, in cui tutti gli interlocutori hanno mostrato un elevato tasso di inesperienza. Se da una parte agli annunci roboanti del ministro del Lavoro seguivano smentite e passi indietro, dall'altra la compagine dei giovani seduti al tavolo in rappresentanza della categoria dei rider vi abboccava, aspettandosi chissà che. L'unica eccezione è quella rappresentata dai ciclofattorini torinesi che il 29 giugno hanno manifestato per le vie della città sabauda bloccando alcuni snodi stradali.

In campo finanziario, è importante la notizia riguardo l'esclusione di General Electric dall'indice azionario Dow Jones a causa della scarsa capitalizzazione. Il fatto la dice lunga sulla resistenza di un vecchio colosso economico di fronte al capitalismo attuale, caratterizzato da snelle startup che senza avere addosso il peso di grandi stabilimenti da mantenere, operai da irreggimentare, ecc., capitalizzano molto in fretta grazie a software elaborati e sorvegliati da un numero relativamente ridotto di addetti. La centralizzazione vince sulla concentrazione del capitale, sintomo di una transizione di fase epocale.

Grandi colossi di un tempo si stanno trasformando in dinosauri, e non mancano le battaglie di retroguardia volte a reclamare un passato che non può tornare. E' quanto sta avvenendo per esempio a Bruxelles con la riforma sul copyright. Il prossimo 5 luglio verrà infatti messa ai voti una nuova direttiva per tutelare il diritto d'autore nel mercato unico digitale che, se approvata, consentirà agli editori di richiedere un compenso per l'ultilizzo online delle loro pubblicazioni, anche attraverso l'imposizione di misure di monitoraggio dei contenuti sulle piattaforme (articoli 11 e 13). In molti si sono schierati contro la riforma europea, tra cui Wikipedia Italia, che ha oscurato le pagine del suo sito, e l'inventore del Word Wide Web Tim Berners-Lee.

La motivazione ufficiale del Parlamento di Bruxelles, appoggiata in primis dall'editoria e dall'industria discografica, è quella di mettere un freno all'abuso del lavoro altrui da parte di grandi siti web e piattaforme (es. Facebook e Google), che macinano profitti a scapito di chi produce notizie o contenuti multimediali, facendo ricerca, recuperando informazioni, testando le fonti, ecc; nella Rete così com'è funzionata fino ad ora, i diritti d'autore vengono spesso violati e la proprietà privata, in qualunque sua forma, deve essere invece tutelata, anche nel mondo virtuale. Sul tema la Spagna ha anticipato tutti, varando nel 2015 una nuova legge sulla proprietà intellettuale che però ha avuto come risultato il crollo delle visite proprio ai siti di quegli editori che avevano sollecitato la misura.

Tassare i link, incastrarli in un sistema di contributi, abbonamenti, autorizzazioni, significa effettivamente snaturare uno dei principi fondanti di Internet; il grande ipertesto fatto di miliardi di pagine collegate fra loro è potuto nascere proprio grazie alla possibilità di inserire link senza chiedere il permesso o pagare qualcuno. Comunque, se la direttiva venisse approvata, a rimetterci non sarebbero le grandi piattaforme o portali, sicuramente in grado di sostenere la "tassa", ma tutta quell'immensa galassia di siti e blog minori di cui è fatto il web. La battaglia portata avanti da Wikipedia Italia e tanti altri fa il paio con quella americana per la difesa della Net Neutrality per una rete "libera".

In chiusura di teleconferenza, abbiamo accennato al movimento #OccupyICE negli Stati Uniti contro i centri di detenzione per immigrati gestiti dall'agenzia federale "United States Immigration and Customs Enforcement". Le occupazioni e le azioni di protesta continuano in molte città del paese, e in alcuni casi la polizia ha cercato di sgomberare gli "accampamenti" effettuando degli arresti.

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