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  • Resoconto teleriunione  22 gennaio 2019

Le conseguenze del futuro

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 15 compagni, è iniziata dalla segnalazione di un video della Casaleggio Associati intitolato "La Fine del Lavoro come lo Conosciamo". In circa 10 minuti il filmato, pubblicato su YouTube e ripreso dal sito del Sole 24 Ore con il titolo "2054, al lavoro l'1% del tempo: la visione di Casaleggio", ripercorre la storia dell'umanità, dalle popolazioni di cacciatori-raccoglitori alla rivoluzione industriale, per giungere infine agli ultimi decenni in cui il processo evolutivo subisce un'accelerazione vertiginosa. Il video ha un taglio positivista: la storia umana diviene storia del progresso (non delle lotte di classe) nei termini di un miglioramento continuo delle condizioni degli uomini, il quale passa dall'introduzione della scuola dell'obbligo, delle pensioni, del diritto alle ferie e ai giorni festivi, ecc. E dato che le nuove tecnologie aumentano la produttività del lavoro ed eliminano forza-lavoro, il prossimo step di questo processo sarà il reddito di base incondizionato.

A questo punto sorge una domanda: come fa il capitalismo ad estrarre il plusvalore da redistribuire nella società se sfrutta al massimo un numero sempre minore di operai? Guai a quella società che invece di sfruttare i propri schiavi è costretta a mantenerli, diceva Marx. Non solo le macchine sostituiscono i lavoratori, ma impongono sempre nuovi modelli di produzione, più razionali, automatici, veloci. Le fabbriche adottano bracci robotici programmabili, la logistica si automatizza, così come il trasporto merci. Il programma Watson dell'IBM è una piccola anticipazione di quel che succederà fra poco, quando macchine intelligenti sostituiranno, oltre all'attività degli operai, anche quella di impiegati, avvocati, medici, ecc. Il lavoro degli addetti ai servizi, che nei paesi avanzati rappresenta più della metà del PIL, sta per essere rimpiazzato da quello di robot, computer e software. Già oggi qualsiasi "sistema esperto" è più affidabile di un medico nell'elaborare una diagnosi a partire dai sintomi, più abile di un avvocato nel memorizzare leggi e sentenze, più efficiente di un bibliotecario nell'utilizzo della conoscenza strutturata che si trova in una biblioteca. Nel capitolo sull'automazione di "Traiettoria e Catastrofe..." (1957) è scritto che proprio dalla "dottrina dell'automatismo nella produzione" deduciamo la "necessità del comunismo, fondata sui fenomeni del capitalismo."

"Le conseguenze del futuro" è il nome di un ciclo di incontri inaugurato recentemente dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Il titolo della serie di conferenze, seppur possa essere casuale, ci ha colpito: da anni andiamo dicendo che la società futura agisce già su quella presente, producendo gli strumenti oggettivi e soggettivi necessari per rovesciare la prassi; ora anche la classe dominante intuisce che si sta formando un qualcosa che sconvolgerà tutto, senza riuscire, però, a capire di cosa si tratti e nemmeno come intervenire.

La società del secondo dopoguerra ha tentato di controllare i movimenti del Capitale per mezzo di organismi internazionali, a partire dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e poi dall'Organizzazione mondiale del commercio. Oggi, siamo alla completa autonomizzazione del Capitale, che sovrasta tutto e tutti e non prende ordini da nessuno. Nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" (n+1, n. 24) abbiamo affrontato la previsione fatta dalla nostra corrente negli anni '50, che delineava un punto di catastrofe intorno alla metà degli anni '70. Effettivamente intorno a quella data si è determinato un cambiamento qualitativo del capitalismo, una crisi gravissima "esplosa in occasione dell'aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime di importanza strategica, soprattutto del petrolio (non più l'acciaio) e delle grandi derrate agricole. L'aumento dei prezzi non fu naturalmente la causa prima della crisi, ma di fatto esso avvenne in una situazione in cui il saggio di profitto era già basso, per cui non c'era margine per devolvere una parte del valore alla rendita."

Con l'inizio degli anni '80, l'assetto dell'economia mondiale cambia, il capitalismo si finanziarizza e muta la composizione della classe lavoratrice e la forma delle sue lotte.

Un nuovo ciclo si apre con le rivolte delle banlieue nel 2005: i giovani delle periferie parigine scendono in strada e sconvolgono il panorama politico borghese, che risulta impotente di fronte a sommosse senza rivendicazioni e senza leader. Poi è la volta dell'ondata Primavera araba-Indignados-Occupy. Oggi lo scenario economico e sociale è ancora più terribile per la borghesia, la quale si trova a dover risolvere problemi come la Brexit ("Brexit, madre di tutti i pasticci" titola l'ultimo numero dell'Economist), la crisi del sistema del dollaro, il rallentamento dell'economia globale, la crescita del debito mondiale (secondo l'Institute of International Finance, il debito di famiglie, imprese, banche e Stati equivale al 318% del PIL globale) e la polarizzazione della ricchezza (rapporto Oxfam 2019).

Marx ricorda sempre che lo sviluppo della forza produttiva è il nucleo centrale intorno a cui ruota tutta la società. I sistemi economici si comportano come quelli fisici e viaggiano verso il disordine, la perdita di energia. Non tutti i fenomeni però sono soggetti all'entropia, esistono dei fenomeni di neg-entropia (o entropia negativa) e il sistema biologico ha proprio questo di fondamentale: nasce da un insieme di molecole, ma nella misura in cui diventa organico sviluppa ordine, e cioè maggiore informazione.

Engels paragona la rivoluzione a un fatto fisico: essa si fonda sul movimento materiale della produzione e riproduzione degli uomini. Man mano che l'organizzazione rappresentata dal cervello sociale si evolve, l'uomo acquisisce nuove abilità e competenze, un sapere scientifico che gli permetterà, una volta rotto l'involucro capitalistico, di capire finalmente come egli fa a capire. Nel film The Imitation Game, dedicato alla vita del matematico Alan Turing, si capisce bene che non ha nessuna importanza se le macchine non hanno l'anima o non pensano, esse sono liberatrici di lavoro umano e, in un modo o nell'altro, riproducono le capacità umane. La vera natura antropologica dell'uomo, dice Marx, è il complesso natura-uomo-industria.

Sul nostro sito (vedere in home page alla sezione "aggiornamenti"), è iniziata la pubblicazione di "Proprietà e Capitale", con una nuova prefazione. La parabola descritta da quel lavoro, incominciato sul finire degli anni '40 del secolo scorso, ci ricorda che la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo non è l'effetto di un progetto sociale ma ne è la causa. La produzione via via più leggera e immateriale ha preso il sopravvento obbligando gli uomini a misurarsi con essa, ad abbozzare delle teorie, a tentare delle soluzioni, spingendo l'intera società sulle terre di confine fra capitalismo in coma e società futura. Proviamo a pensare ai saggi di organizzazione futura comunistica che i compagni dell'epoca si sforzavano di individuare per dimostrare che il comunismo è in marcia, e confrontiamoli con i marcati sintomi di società futura presenti nella struttura del capitalismo contemporaneo, dal peer to peer fino all'intelligenza artificiale. Per capire una dinamica non basta una fotografia, si scrive in "Proprietà e Capitale": è necessario un filmato. E quando si cerca di mettere insieme una sequenza, significa che si vuole sapere quali saranno i fotogrammi successivi. Il Capitale non solo si smaterializza e si robotizza, ma si virtualizza anche dal punto di vista del valore. Esso può fare a meno dei capitalisti, può fare a meno del denaro fisico, può fare a meno anche della decrepita sovrastruttura parlamentare, ma non può fare a meno dell'elemento da cui estrae il plusvalore: la forza-lavoro. Al contrario, la classe sfruttata può benissimo fare a meno del capitalismo: "i proletari non hanno nella rivoluzione comunista nulla da perdere fuorché le loro catene." ("Lotta di classe e 'offensive padronali'", 1949)

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    "Nel 1972, un gruppo di scienziati del MIT ha studiato i rischi relativi all'eventuale collasso della civiltà. Il loro modello di dinamica dei sistemi, pubblicato dal Club di Roma, ha identificato i 'limiti dello sviluppo' che porterebbero la nostra civiltà industriale sulla strada verso il collasso proprio nel ventunesimo secolo, a causa dello sfruttamento incontrollato delle risorse planetarie".

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    La notizia del "travolgente successo" islandese è rimbalzata su molte testate giornalistiche, ma la piccola repubblica nordica non è certamente sola e tantomeno la prima nella lista dei paesi che hanno intrapreso la via della riduzione della giornata lavorativa. Qualche anno fa era stata la Danimarca a cominciare, stabilendo le 33 ore settimanali, poi la Finlandia aveva annunciato la settimana breve, e poco dopo le aveva fatto eco il sindacato tedesco IG Metall proponendo la riduzione, su richiesta individuale, delle ore di lavoro fino a 28 ore settimanali per un periodo di 24 mesi. Attualmente esperimenti simili a quello condotto in Islanda sono in corso in vari paesi, tra cui Gran Bretagna, Spagna e Nuova Zelanda.

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