Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  29 gennaio 2019

Argomenti concatenati

La teleconferenza di martedì, presenti 14 compagni, è iniziata con una breve rassegna stampa su diversi temi, tra cui il trattato di Aquisgrana, il disastro sociale ed economico in corso in Venezuela, e il cambio al vertice del maggiore sindacato italiano.

Nella sua prima apparizione in TV come segretario della Cgil, nel programma "1/2 ora in più" di Lucia Annunziata, Maurizio Landini ha affermato di voler cambiare il sindacato proponendo una "contrattazione inclusiva" per aprire l'organizzazione al territorio dato che "il problema è la solitudine": bisogna "tornare alle origini per cui sono nate le Camere di lavoro" ha spiegato, "tornare alle nostre radici, che fanno i conti con le nuove condizioni di lavoro che ci sono." A parte le buone intenzioni, su cui ci sarebbe molto da dire, sappiamo che per cancellare l'effetto storico della assunzione del sindacato entro lo stato borghese occorre molto di più, e cioè uno stravolgimento sociale di potenza gigantesca. Se ciò invece non avverrà, ogni organizzazione sindacale non potrà far altro che mediare fra capitale e lavoro, secondo le regole della concertazione/contrattazione. E non basterà l'elezione di un leader movimentista per cambiare direzione, tanto più ad un sindacato corporativo come la Cgil.

In Francia i gilet gialli continuano a manifestare: ogni sabato, dal 17 novembre dell'anno scorso, ci sono cortei, concentramenti e scontri con la polizia in varie città del paese. E mentre alcune assemblee di gilet jaunes cercano di uscire dalla dimensione rivendicativa criticando il riformismo/parlamentarismo e cercando nuove forme di radicalità, i sindacati francesi arrancano di fronte al movimento e riscontrano difficoltà oggettive a controllare la situazione, anche perché diversi loro militanti partecipano alle manifestazioni. Il ciclo partito con Occupy ha visto i movimenti di protesta superare la forma sindacale classica obbligando le organizzazioni economiche ad accodarsi, come accaduto con lo sciopero della West Coast del 2012. Il "movimento" francese è ancora fermo al piano rivendicativo e questo lo pone al di sotto del livello raggiunto dagli occupiers americani; tuttavia anche per i manifestanti d'oltralpe è difficile fare a meno, nell'epoca delle reti e dei social network, dell'organizzazione leaderless.

Dalla Francia siamo passati al Messico, dove oltre 40.000 lavoratori della città di Matamoros hanno bloccato la produzione in 45 delle 110 maquiladoras presenti nel territorio, quasi tutte appartenenti all'indotto dell'industria automobilistica statunitense. Lo sciopero, che va avanti da più di due settimane, ha visto uno scontro molto forte con il sindacato ufficiale affiliato al Consejo de Trabajadores Mexicanos (CTM), che si è schierato apertamente contro i lavoratori. "Sindicato y empresa 'matan' la clase obrera" (Sindacato e impresa "uccidono" la classe operaia): questo lo slogan che campeggiava su uno degli striscioni di apertura dei numerosi cortei che hanno attraversato le strade della città messicana. Evidentemente, il lavoro dei sindacati, in Europa come in America Latina, è tutto teso ad evitare la crescita dell'autonomia di classe.

In zona è invece ormai sull'orlo del collasso il Venezuela che, da paese ricco fondatore dell'OPEC negli anni '60, si ritrova oggi in una crisi terribile con un tasso di inflazione a più zeri. Secondo Repubblica sono 3 milioni i venezuelani scappati dal paese, di cui un milione verso la Colombia, a sua volta in difficoltà nel prestare assistenza ad un numero così elevato di profughi. Caracas, che produce un petrolio molto povero dal punto di vista della distillazione ma abbondante e facile da estrarre, si è affidata completamente alla rendita petrolifera restando praticamente senza una produzione industriale, scelta che nel caso di crisi internazionali o di un calo del prezzo del greggio potrebbe avere conseguenze disastrose. Ma non è l'unico paese nel panorama internazionale ad aver preso questa direzione: lo stesso discorso vale anche per Russia, Iran e Arabia Saudita.

La situazione venezuelana è paradigmatica dello stato in cui versa l'economica mondiale. Il Venezuela, così come tutti i paesi rentier, vive grazie al valore prodotto altrove; ma se questo flusso si interrompe per un qualsiasi motivo, il tessuto economico e sociale rischia il collasso. L'inflazione a cui è soggetta non è paragonabile a quella tedesca post-Prima Guerra Mondiale, perché il paese è inserito nell'economia di mercato con il petrolio che oscilla di prezzo, e non può, come fece la Germania con il Rentenmark, legare la propria moneta alla produzione interna semplicemente perché questa non esiste. Lo si è visto con l'esperimento della criptovaluta di Stato, il Petro, che non ha risolto nulla.

Nel complesso dei rapporti capitalistici, la situazione venezuelana può incidere sui prestiti che il paese ha contratto con qualche banca americana, la quale a sua volta ha debiti/crediti a livello internazionale: le concatenazioni sono molto importanti e potrebbero spiegare l'impossibilità del Venezuela di bloccare l'inflazione in un mondo in crisi dove a mancare è proprio l'inflazione. L'America Latina è indebitata con le banche americane ma traffica con i soldi delle banche spagnole, ben radicate nel continente per tradizione storica e linguistica. Un bel guazzabuglio, in cui tutte le economie sono interconnesse e il famoso batter d'ali di una farfalla da una parte, magari in Venezuela, può scatenare un tornado da un'altra, negli Usa o altrove.

Nel suo ultimo numero l'Economist pubblica due articoli sulla "slowbalisation", ovvero la difficoltà del capitale a trovare sbocchi produttivi a livello internazionale: "Gli investimenti delle multinazionali cinesi in America e in Europa sono diminuiti del 73% nel 2018 [...] Il valore globale degli investimenti transfrontalieri delle società multinazionali è diminuito di circa il 20% nel 2018."

I capitalisti si accorgono che automatizzando e robotizzando la produzione conviene produrre manufatti e semilavorati in casa piuttosto che delocalizzare in altri paesi dove il costo del lavoro è più basso. E' l'argomento affrontato da Maurizio Ricci nell'articolo "La globalizzazione cambia pelle: addio delocalizzazioni e bassi salari" (Repubblica del 26.01.19): "Il motivo per cui i bassi salari oggi interessano poco e le fabbriche possono tornare in America e in Europa si chiama robot e software. Le fabbriche tornano in patria, i posti di lavoro no. L'ultimo rapporto di un think tank americano, Brookings, calcola nell'80 per cento la quota dei posti di lavoro nelle fabbriche americane esposti all'automazione."

Questa trasformazione ha già prodotto degli effetti. La necessità di parlare del domani (vedi ciclo di conferenze "Talks on tomorrow" organizzato da Repubblica) può essere spiegata dalla percezione di un futuro che sta velocemente diventando presente. Big data, intelligenza artificiale, apprendimento automatico, tutti percepiscono che questi temi sono fondamentali. Sul sito di Beppe Grillo è stato pubblicato un articolo di Valentina Petrucciolo, "Il lavoro che cambia: chi paga?", in cui si mette in discussione la logica lavorista:

"Lavoro! Lavoro! Lavoro! E' questo che chiedono a gran voce le persone. Un lavoro che deve 'essere dato', che va elargito come se fosse qualcosa che si produce, si crea, si coltiva. Ma chi può 'dare' questo lavoro? Eppoi, che tipo di lavoro? Si parla tanto di quanto oggi il lavoro sia diventato causa di stress, di malattia e di depressione. Perfino di morte. Eppure, chi non ce l'ha, lo vuole. Non chiede un sussidio di disoccupazione o un reddito di base. No: vuole 'il lavoro'."

Quella del "diritto al lavoro" non è mai stata una parola d'ordine dei comunisti, i quali pretendono semmai una forte riduzione dell'orario e un salario decente per i disoccupati. Fino a poco tempo fa eravamo in pochi a scrivere volantini contro il lavoro (provocando sgomento tra sindacalisti e gruppettari quando intervenivamo nelle assemblee), oggi il paradigma gramsciano basato sulla difesa del posto di lavoro fa acqua da tutte le parti. Il capitalismo sta liberando l'umanità dal lavoro, voler ritornare all'epoca del pieno impiego è praticamente impossibile.

La richiesta del reddito di base ha dato vita negli ultimi anni ad un movimento internazionale, il Basic Income Earth Network (BIEN) che promuove congressi e pubblica libri e riviste in diverse lingue. Il reddito di cittadinanza promesso dallo sgangherato governo italiano sarà molto probabilmente un pasticcio, ma indietro non si torna: alla massa crescente dei senza lavoro bisogna dare una qualche forma di reddito se non si vuole precipitare economicamente e socialmente nel caos.

Articoli correlati (da tag)

  • Vecchi paradigmi duri a morire

    Durante la teleriunione di martedì sera, presenti 22 compagni, abbiamo commentato la newsletter numero 243, uscita lo scorso 7 maggio, ed in particolare il trafiletto "Grazie, stato".

    In un documento del SI Cobas dell'11 febbraio 2021, la prefettura di Piacenza viene ringraziata per la disponibilità dimostrata durante lo svolgimento della vertenza Tnt/FedEx: "[... Teniamo] a trarre un bilancio da sottoporre alla città di Piacenza al termine della dura vertenza FedEx-Tnt [...]. Prima di tutto, vogliamo ringraziare pubblicamente la Prefettura di Piacenza, segnatamente nelle persone della prefetta Dott.ssa Daniela Lupo e della capa di gabinetto Dott.ssa Patrizia Savarese, per la grande disponibilità e comprensione dimostrate durante tutto l'arco dello svolgimento della vertenza. Sappiamo che mediare nei conflitti di lavoro non rientra nelle prerogative ordinarie della prefettura, e per questo a maggior ragione ribadiamo il nostro ringraziamento [...] Piacenza è un territorio attraversato ormai da dieci anni da forti mobilitazioni degli operai della logistica, non possiamo che registrare con favore il crescente interesse e la crescente cura, pur nel rispetto dei rispettivi ruoli, verso questo ampio segmento di popolazione e di lavoratori piacentini [...]"

    In seguito, per contrastare la chiusura dell'hub della multinazionale della logistica che rischia di lasciare sul lastrico 300 lavoratori, i sindacalisti di base hanno chiesto l'apertura di un tavolo interministeriale in sede istituzionale tra azienda e organizzazioni sindacali.

  • Forma e antiforma

    Durante la teleconferenza di martedì sera, connessi 24 compagni, abbiamo ripreso quanto detto in una recente relazione riguardo le manifestazioni passate, presenti e future dell'antiforma.

    Nel luglio del 1962 in Piazza Statuto a Torino scoppia la rabbia operaia. La goccia che fa traboccare il vaso è un accordo separato della UIL con la direzione della Fiat. Centinaia di operai cercano di assaltare la sede del sindacato "traditore" e per due giorni la piazza è teatro di scontri con la polizia. Nelle manifestazioni, da una parte si vede un'assoluta rispondenza dei metodi alle tipologie di scontro tipiche del movimento operaio, dall'altra si nota qualcosa di nuovo: una componente operaia giovanissima, soprattutto meridionale, che rappresenta il nocciolo duro di una forza che non vuole più saperne di trattative e si scaglia contro un presente fatto di miseria, alienazione e sfruttamento. Borghesi di destra e di sinistra, invocando carcere e repressione, li chiamano i teppisti con le maglie a strisce.

    La vicenda di Piazza Statuto è servita da cartina di tornasole per tutte le forze che si rappresentavano come alternative ai partiti e ai sindacati di allora. Fu esemplare il comportamento degli operaisti dei Quaderni Rossi, che presero le distanze dagli scontri denunciando la "squallida degenerazione di una manifestazione che era iniziata come protesta operaia verso il tradimento sindacale della UIL" (Cronache dei Q.R.). In quel frangente il programma comunista scrisse l'articolo "Evviva i teppisti della guerra di classe! abbasso gli adoratori dell'ordine costituito!"

  • Difendere la linea del futuro

    La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 20 compagni, è iniziata con il commento di alcune notizie apparse su giornali e quotidiani in tema di riduzione di orario di lavoro.

    In Germania l'IG Metal, il potente sindacato dei metalmeccanici, e i socialdemocratici dell'SPD hanno proposto di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Il sindacato tedesco, basato sulla Mitbestimmung (cogestione), non è certo un'organizzazione rivoluzionaria, ma è spinto dai fatti materiali, la crisi scatenata dal Coronavirus da una parte e quella dell'industria automobilistica dall'altra, ad adottare determinate soluzioni. Recentemente anche la premier finlandese Sanna Marin ha chiesto di portare la giornata lavorativa da 8 a 6 ore a parità di salario, motivando la proposta con la necessità di combattere la disoccupazione, soprattutto quella provocata dalla pandemia, e migliorare al tempo stesso produttività e qualità del lavoro.

    Secondo la la nostra corrente, più una società libera forza-lavoro, più è moderna e matura per un cambiamento di paradigma. Storicamente, alla riduzione della giornata lavorativa il movimento operaio non adulterato ne affiancava un'altra assolutamente complementare, quella del salario ai disoccupati.

Rivista n°49, aprile 2021

copertina n°49

Editoriale: Socialità e socializzazione

Articoli: La dottrina sociale della Chiesa - La grande scommessa - La pandemia e le sue cause

Terra di confine: Virtualizzazione

Recensione: Teoria particolare dei sistemi

Doppia direzione: L'ipertesto

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 243, 7 maggio 2021

f6Grazie, stato

f6Lockdown alla cinese

f6Chi troppo in alto sal…

f6Il posto più pericoloso del mondo

f6Il nato e il prodotto

Leggi la newsletter 243
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email