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  • Resoconto teleriunione  25 agosto 2020

Difendere la linea del futuro

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 20 compagni, è iniziata con il commento di alcune notizie apparse su giornali e quotidiani in tema di riduzione di orario di lavoro.

In Germania l'IG Metal, il potente sindacato dei metalmeccanici, e i socialdemocratici dell'SPD hanno proposto di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Il sindacato tedesco, basato sulla Mitbestimmung (cogestione), non è certo un'organizzazione rivoluzionaria, ma è spinto dai fatti materiali, la crisi scatenata dal Coronavirus da una parte e quella dell'industria automobilistica dall'altra, ad adottare determinate soluzioni. Recentemente anche la premier finlandese Sanna Marin ha chiesto di portare la giornata lavorativa da 8 a 6 ore a parità di salario, motivando la proposta con la necessità di combattere la disoccupazione, soprattutto quella provocata dalla pandemia, e migliorare al tempo stesso produttività e qualità del lavoro.

Secondo la la nostra corrente, più una società libera forza-lavoro, più è moderna e matura per un cambiamento di paradigma. Storicamente, alla riduzione della giornata lavorativa il movimento operaio non adulterato ne affiancava un'altra assolutamente complementare, quella del salario ai disoccupati.

Anche sul tema del sostegno economico ai senza riserve l'attuale forma sociale sta capitolando ideologicamente e praticamente di fronte al marxismo: in Germania è in corso la sperimentazione, della durata di 3 anni e su un campione di circa cento persone, di un reddito di base incondizionato di 1200 euro mensili; a Manchester, in Gran Bretagna, il sindaco ha chiesto un reddito di base per le famiglie impoverite; negli Stati Uniti, 156 economisti hanno firmato una lettera aperta per richiedere l'aumento delle indennità di disoccupazione. La Banca Mondiale ha studiato il tema e ha pubblicato un rapporto intitolato "Exploring Universal Basic Income: una guida alla navigazione di concetti, prove e pratiche", in cui si afferma che la questione è tra le più dibattute al mondo. La borghesia sente che è necessario un cambio di passo. Più cresce la povertà, più aumentano le rivolte. Da Minsk in Bielorussia, a Kenosha negli Usa, al Libano, al Cile, le piazze sono in subbuglio.

Il Capitale è costretto a negare sé stesso per sopravvivere, ma è un modo di produzione estremamente contraddittorio e incapace di auto-pianificarsi. Di fronte alle difficoltà trova solo soluzioni estemporanee che altro non fanno che spostare in avanti nel tempo i problemi, ingigantendoli.

Nell'articolo della rivista n.47 "Prove di estinzione", abbiamo elencato i punti di Forlì del 1952 che, anche in seguito all'accelerazione prodotta dalla diffusione del Coronavirus, sono in via di realizzazione (Il programma rivoluzionario immediato nell'Occidente capitalistico), a cominciare dall'estinzione della scuola (il virus le ha chiuse), passando per la limitazione del traffico (che si è spento durante il lockdown), arrivando al controllo dei consumi (il virus ha drasticamente intaccato il consumo compulsivo). La legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto, al di là della pandemia (tutt'altro che finita), continua a produrre i suoi effetti, che vanno dalla riduzione dell'impiego della forza lavoro all'interno del processo di produzione all'aumento della composizione organica del capitale. Già a fine Ottocento l'economista non socialista Theodor Hertzka sosteneva che distribuendo il lavoro a chiunque potesse svolgerlo, si poteva arrivare a lavorare tutti 1,5 ore al giorno. Successivamente, nei primi decenni del Novecento, i tecnocrati americani giungevano alla conclusione che per uscire dal caos in cui versava la società bisognasse calcolare la produzione e la distribuzione del prodotto non in valore, ma in termini di energia sociale; Virgilio Dagnino, economista, dirigente industriale e banchiere, ne analizza le idee nel saggio Tecnocrazia (1933), riassumendo così il loro programma: 1) economia programmatica a base collettiva in sostituzione dell'economia liberale a base individuale; 2) sostituzione della moneta a base aurea con certificati rappresentanti quantitativi determinati di energia; 3) partecipazione adeguata e tempestiva delle masse ai vantaggi derivanti dalla razionalizzazione; 4) direzione dell'organismo economico affidato ai tecnici. Se questi punti fossero realizzati, saremmo già ad una fase di transizione dal capitalismo al comunismo. Il movimento tecnocratico americano si muoveva all'interno di un'orizzonte borghese e non aveva chiari i mezzi per realizzare tali obbiettivi, ma per il resto sembrò far proprio il programma anticapitalistico dei comunisti.

Con il ritorno della crescita dei casi di Covid-19, in molti sono tornati a parlare di lockdown. La società attuale è strutturata sulla massima mobilità della popolazione e il blocco delle attività con la partecipazione convinta degli interessati è impossibile da ottenersi. Il capitalismo è valore in processo, è basato sui movimenti di merci e capitali, e aborre la chiusura delle imprese e la limitazione dei consumi. Se da una parte i governi incentivano il turismo (vedi bonus vacanze), dall'altra si lamentano per l'aumento dei casi dovuto a coloro che tornano dalle località di villeggiatura. Se la curva dei contagi continuerà a salire, il primo ministro italiano, così come i suoi omologhi di altri paesi, sarà costretto ad imporre nuove limitazioni ed è probabile che scoppino manifestazioni contro tali divieti. Proprio qualche giorno fa il capo di governo spagnolo Pedro Sanchez ha annunciato l'uso dell'esercito a Saragozza per il controllo della quarantena.

La dottrina del rimedio ha visto, dall'inizio della pandemia, centinaia di scienziati in tutto il mondo focalizzarsi sulla produzione di un vaccino. Recentemente la Russia ha annunciato di aver prodotto il suo, e lo stesso hanno fatto Cina e America. Anche l'istituto Spallanzani di Roma ne sta sperimentando uno. E' folle che di fronte ad un virus che sta contagiando decine di milioni di uomini, provocando centinaia di migliaia di morti, non si riesca a collaborare per un progetto globale, e che aziende, regioni, o paesi lottino l'uno contro l'altro per accaparrarsi per primo l'obiettivo. Ciò si ripercuote inevitabilmente sulla sicurezza, sugli standard qualitativi e sulla qualità del vaccino stesso, che comunque, data l'estrema mutabilità del virus, potrebbe essere inutile una volta brevettato. Inoltre, potremmo non sapere se sarà utilizzato quello più efficace, perché magari ne verrà scelto uno solo per motivazioni politiche o economiche.

Di fronte a questa situazione qualcuno potrebbe chiedersi: cosa deve fare un comunista oggi? Rispondiamo partendo dalle "Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole" (1965): il partito fa tutto quello che può fare nella misura in cui i rapporti di forza lo consentono. In "Proprietà e Capitale" (1948) si afferma che ogni comunista ha il compito di "conservare la linea del futuro della propria classe", e cioè di difendere la continuità del programma. Oggigiorno la maggior parte di coloro che si rifanno al marxismo riciclano slogan svuotati del loro significato, annichiliti da un secolo di controrivoluzione, che non trasmettono più informazione utile. Il capitalismo, lo ripetiamo, è il peggiore nemico di sé stesso e in questa fase storica si sta preparando una società completamente nuova della quale possiamo scorgere, in maniera sempre più evidente, i segni.

La nostra corrente si è scagliata ferocemente contro l'attivismo, quel mix sballato di teoria e prassi. Imparare dalle lezioni delle controrivoluzioni significa evitare di intraprendere un'attività qualsiasi, tanto per fare, e portare avanti un lavoro finalizzato e organizzato scientificamente, che non si valuta dal punto di vista dei risultati quantitativi ma qualitativi. Nel secolo scorso solo la Sinistra Comunista "italiana" è riuscita a dire qualcosa di sensato sulla crisi del capitalismo, sulla controrivoluzione, e sul tipo di organizzazione adatta alla prossima rivoluzione, per il semplice fatto che in ambito "politico" è stata l'unica corrente che ha utilizzato fino in fondo il metodo scientifico per analizzare la società, derivandone spiegazioni più complesse ed elaborate di quelle dello stesso Marx (salendo sulle spalle dei giganti possiamo vedere più cose e più lontane).

"Conservare la linea del futuro della propria classe" per noi significa pubblicare una rivista, curare il patrimonio storico (cartaceo e digitale) lasciatoci in eredità, mantenere una sede di lavoro, garantire lo svolgimento degli incontri redazionali e locali. Queste sono attività pratiche che rappresentano un piccolo ma significativo rovesciamento della prassi. In un periodo di marasma sociale e guerra, la cosa migliore da fare è orientarsi verso il futuro e convogliare su di esso tutte le attenzioni. Per adesso non cambia molto essere in cinquanta, in cento o in mille, mentre è fondamentale conservare quanto siamo riusciti a salvare dal passato per tramandarlo integro alle nuove generazioni. L'abbiamo detto più di una volta: n+1 non è un gruppo, un partito o un'organizzazione: è un lavoro.

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    "Non vediamo dunque sorgere il futuro né da una volontà di tutti (o della malfamata maggioranza) né da quella di uno; in questo senso neghiamo la funzione individuale. L'io generale e quello particolare non sono motori del fatto storico: si capisce che sono gli operatori. Tale distinzione è la stessa che corre tra le macchine: quelle motrici che danno l'energia meccanica, quelle operatrici che agiscono su materiale da trasformare. L'io non è un primo motore, ma un finale utensile."

    In una fabbrica servono le macchine operatrici, ma serve in primis l'energia meccanica per farle muovere. Lo stesso discorso vale per i grandi cambiamenti sociali: servono gli uomini per fare la storia, ma senza una polarizzazione che li schieri in classi contrapposte nessuna rivoluzione è possibile.

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