Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  8 settembre 2020

Cambio di paradigma

La teleconferenza di martedì sera, connessi 18 compagni, è iniziata dal tema della caduta generale del Prodotto Interno Lordo.

L'agenzia di rating Fitch stima per il 2020 un calo del PIL mondiale intorno al 4,4%, mentre per l'Italia è previsto addirittura un -10%, anche a causa di una forte contrazione dei consumi. Un capitalismo che non cresce è, evidentemente, un capitalismo morto; attualmente non ci troviamo semplicemente di fronte alla non crescita (riproduzione semplice), bensì ad una decrescita. Riprendendo i punti del "Programma rivoluzionario immediato" (riunione di Forlì, 1952), possiamo constatare che, complice il Coronavirus, la società sta arrivando a realizzare il punto "a", quello che affronta il disinvestimento dei capitali. La pandemia ha provocato accelerazioni storiche anche dal punto di vista dell'impiego della forza lavoro, per esempio con il diffondersi dello smart working e dell'home working, ma anche con l'eliminazione di traffico inutile, tutti elementi che le aziende vedono di buon occhio dato che vengono messi nella voce "risparmio". I paesi capitalistici sono costretti ad accettare misure che si muovono su una terra di confine tra passato e futuro, in primis il reddito di cittadinanza erogato senza ottenere nulla in cambio.

Recentemente su diverse testate giornalistiche sono apparsi articoli sul tema della riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, al fine di ridurre la disoccupazione. I borghesi intravedono il rischio di una guerra civile, e alcuni sostengono la necessità di "ridurre l'orario per evitare l'ecatombe sociale" (Il Fatto Quotidiano, Piergiovanni Alleva, 07.09.20). Anche se in Italia alcune grandi aziende hanno già firmato accordi che riducono l'orario di lavoro (Lamborghini, Ducati), sembra ancora lontana una legge che riduca la giornata lavorativa a 5 oppure a 4 ore. Resta il fatto che certe rivendicazioni, una volta di nicchia e sostenute dai comunisti, sono diventate velocemente di interesse generale e vengono discusse sui principali media. Per lunghi decenni la teoria rivoluzionaria rimane appannaggio di sparute minoranze, in alcuni momenti sembra quasi scomparire, per poi tornare, sotto la spinta di improvvise accelerazioni, ad essere riscoperta da masse di uomini.

La classe dominante è costretta a introdurre nuove misure "sociali" perché è incalzata dalle piazze in rivolta. Essa dispone della forza di polizia ed esercito, ma sa che serve altro per risolvere una "questione sociale" sempre più esplosiva. Se alcune frange della borghesia parlano apertamente di riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, coloro che dovrebbero rappresentare i lavoratori, i sindacati, sono invece fermi al paradigma lavorista e alla richiesta di maggiori investimenti produttivi; se non si danno una mossa, rischiano di essere superati dal "movimento reale". La rivoluzione opera una selezione drastica: le forze che riescono a collegarsi al divenire sociale vivono, mentre quelle che si attardano su posizioni passatiste e conservatrici sono destinate all'estinzione.

La diminuzione di qualche ora di lavoro, che può sembrare una questione puramente sindacale, per la nostra corrente è una grandissima conquista, come d'altronde afferma Marx nel Terzo Libro de Il Capitale:

"Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità... La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguano il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a sé stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa."

Marx lavorò sull'ipotesi di due uniche grandi epoche: la preistoria e la storia dell'uomo. La prima coincide con la società "naturale" nella quale impera la necessità, e cioè il caos deterministico, e comprende il capitalismo; la seconda coincide con la società umana, cosciente, progettuale, in armonia con la natura, nella quale regna la libertà. Vi sarebbe allora una sola rottura rivoluzionaria: quella al culmine della preistoria umana, cioè quella anticapitalistica. Oggigiorno non si può che sottolineare l'aspetto antiformista della prossima rivoluzione.

Dalle rivolte che scoppiano in tutto il mondo, dalle manifestazioni di insofferenza e disagio verso la vita capitalistica non emergono rivendicazioni chiare o, se ciò avviene, esse sono secondarie rispetto alla dinamica di scontro con l'esistente. Il mezzo diventa dunque il fine, e il bisogno di comunità demarca una linea di separazione con i rappresentanti politici della forma sociale vigente. Non c'è più spazio per i cortei-processione di tipo sindacal-rivendicativo, oggi i manifestanti passano direttamente all'assalto dei parlamenti (Hong Kong, Serbia, Iran, Germania), e al rifiuto del dialogo con le istituzioni (Cile, Francia, Bielorussia, Usa).

Con il suo lavoro la nostra corrente ha sempre tentato di discretizzare i passaggi storici, mettendo in luce allo stesso tempo gli elementi di continuità tra un modo di produzione e l'altro. La storia presenta caratteri invarianti e, parimenti, profonde trasformazioni: la società futura non può realizzarsi senza le categorie precedenti ma nel contempo dà luogo a categorie di natura opposta rispetto a quelle che appartengono a 'n', 'n-1' ecc., cioè al capitalismo e a tutte le società passate. Nell'editoriale della rivista n. 47, "Ingegnerizzazione sociale", abbiamo visto che ogni società si sviluppa maturando un bisogno crescente di rendimento. In fondo, le rivoluzioni sono questo: la sostituzione di una società a rendimento non più migliorabile con una a rendimento superiore. Quando una nuova macchina sostituisce il lavoro di un certo numero di operai, facendo risparmiare soldi al capitalista, tale invenzione tende a diffondersi. Nel Novecento il Taylorismo, un metodo di ingegnerizzazione della produzione, venne adottato in tutto il mondo, come poi l'elettronica e, da ultimo, Internet. Questo movimento di sviluppo della forza produttiva sociale (del General Intellect) è inarrestabile e, in quanto comunisti, sappiamo in anticipo dove porterà.

Non è la società che arriva sulle nostre posizioni, è la rivoluzione che obbliga tutti – noi compresi - a fare i conti con essa. I comunisti, essendo esploratori nel domani, sanno che una nuova forma sociale è necessaria e agiscono di conseguenza. La coscienza di questo movimento è anch'essa un prodotto materiale: ad un certo punto le molecole sociali si polarizzano, si strutturano, e si danno strumenti organizzativi adeguati. Il partito della rivoluzione è una struttura che si forma in determinate circostanze, è il frutto di un divenire sociale e non è slegato da quanto succede intorno ad esso (vedi schema del rovesciamento della prassi presente in "Teoria e azione nella dottrina marxista" del 1951).

Nel ciclo di relazioni sulle società antiche che abbiamo svolto, abbiamo visto come gli uomini del paleolitico si sono dotati di una precisa strumentazione per produrre con meno dispendio di energia; successivamente, l'uomo neolitico migliorerà ancora pervenendo a forme sociali strutturate, senza stato e senza classi. Oggi, dato l'enorme apparato di macchine, reti e robot, ci troviamo di fronte ad un altro salto evolutivo, ad un cambio di paradigma. Thomas Kuhn nel libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche afferma che nella storia ricorre la presenza di minoranze che introducono un nuovo paradigma, il quale viene prima combattuto dai rappresentanti di quello vecchio, e poi, se valido, tende a generalizzarsi, dimostrando grazie alle verifiche sperimentali di essere superiore al precedente. Secondo Kuhn, l'emergere di nuove teorie è generalmente anticipato da un periodo di profonda incertezza per l'indagine scientifica.

Fedeli alla religione del lavoro, gli operai che rischiavano di essere licenziati, fino a poco tempo fa, si incatenavano ai cancelli o si arrampicavano sui tetti delle aziende per attirare l'attenzione mediatica. Nel volantino "A tutti i lavoratori che salgono sui tetti" abbiamo ribadito che non ha senso rivendicare il "diritto al lavoro" (soprattutto in un'epoca in cui il lavoro è sostituito in massa dai robot), ma che semmai bisogna pretendere il salario ai disoccupati. Ora, la pratica autolesionista di incatenarsi si è di molto ridotta, anche perché nei fatti non ha portato a risultati positivi e il cervello sociale ha registrato che ha più senso battersi per avere un reddito per poter vivere (non a caso il partito che ha cavalcato questa rivendicazione ha vinto le scorse elezioni politiche). Per riprodursi il capitale deve negare sè stesso a scala sempre maggiore.

Articoli correlati (da tag)

  • Invarianza fra scale diverse di fenomeni sociali

    La teleriunione di martedì sera è iniziata riprendendo gli argomenti trattati durante lo scorso incontro redazionale (11-12 ottobre).

    Nel nostro lavoro il principio di "invarianza" è fondamentale: che si tratti di una rivoluzione, di una rivolta o di uno sciopero, possiamo trovare fenomeni di auto-somiglianza a diversità di scala.

    La lotta di classe è insopprimibile all'interno della presente forma sociale, per questo non ci può essere armonia tra le classi, ma solo il tentativo di contenere il disordine. Il capitalismo si è storicamente dotato di diversi strumenti per auto-regolarsi: dal fascismo al keynesismo, fino alla realizzazione delle istanze riformistiche della socialdemocrazia ("La socializzazione fascista ed il comunismo").

    In "Struttura frattale delle rivoluzioni" abbiamo sostenuto che un sistema come quello capitalistico può restare stabile per decenni mediante l'auto-regolazione dei propri processi, proprio come un termostato che interviene quanto la temperatura si abbassa (accendere la caldaia) o quando fa troppo caldo (spegnere la caldaia).

    "La rottura, o biforcazione catastrofica, è preceduta da uno stato caotico in cui ogni minima fluttuazione può essere estremamente amplificata da fenomeni di feedback positivo. Il futuro del sistema diventa imprevedibile se non si conosce la storia delle condizioni al contorno che hanno provocato lo stato attuale (René Thom, determinista; gli indeterministi sostengono invece che il sistema diventa imprevedibile e basta). In tale stato, una fluttuazione più ampia o una sincronia di condizioni catapultano il sistema ad uno stadio superiore il quale procede in un nuovo stato stabile." ("Struttura frattale delle rivoluzioni")

  • Nuove strutture spingono per affermarsi

    La teleriunione di martedì sera è iniziata commentando un articolo dell'Economist sull'evoluzione dei modelli linguistici intitolato "Faith in God-like large language models is waning".

    Gli LLM (Large Language Models, modelli linguistici di grandi dimensioni come ad esempio ChatGPT) sono progettati per essere in grado di comprendere e generare linguaggio in ambito generale. Sono di grandi dimensioni perché adoperano enormi quantità di dati per apprendere, e richiedono miliardi di parametri per il loro addestramento. Il settimanale inglese rileva un rallentamento nel ritmo di miglioramento di questi sistemi, ora però sono nati gli SLM (Small Language Models, modelli linguistici di piccole dimensioni), che sono più piccoli e non sono multiuso, cioè progettati per compiti specifici. Questo li rende più economici, efficienti e meno energivori, richiedendo minore potenza di calcolo e un numero ridotto di parametri da ottimizzare (pochi miliardi contro i centinaia di migliaia di miliardi degli LLM). Le dimensioni ridotte li rendono adatti ad essere implementati su smartphone, auto a guida autonoma e sistemi robotizzati.

    The Economist nota che gli SLM possono essere "istruiti" dagli LLM. Nell'articolo "Il gemello digitale" abbiamo visto come la Rete, il cervello umano e la stessa società funzionino per assemblaggi di moduli. A tal proposito, abbiamo citato il saggio Big Mind. L'intelligenza collettiva che può cambiare il mondo di Geoff Mulgan, il quale afferma che la vita sulla terra e la stessa conoscenza avvengono per mezzo di assemblaggi. Sostiene qualcosa di simile l'informatico Marvin Minsky in La società della mente, che descrive la mente come costituita da una serie di moduli e sotto-moduli interagenti.

  • Il capo e l'ambiente

    La teleriunione di martedì sera si è aperta riprendendo il tema affrontato al termine dell'incontro precedente: la funzione del capo. La discussione è partita dalla conferenza di Amadeo Bordiga, "Lenin nel cammino della rivoluzione", tenuta alla Casa del Popolo di Roma il 24 febbraio 1924.

    Alla sua fondazione il PCd'I contava circa 40 mila militanti, non aveva nessun apparato ma un comitato esecutivo composto da non più di cinque compagni. Pochi elementi erano in grado di garantire una continuità organizzativa e politica. Nel partito c'erano anche forze non organiche al programma, come ad esempio la corrente di "destra" rappresentata da Graziadei e Tasca, che tuttavia venivano neutralizzate dall'indirizzo generale.

    I capi non sono entità isolate o avulse dalla massa, dato che la loro funzione dipende dal rapporto con la collettività di cui sono il prodotto. È la rivoluzione che li seleziona: Marx, Lenin e Bordiga non sono stati dei superuomini, ma militanti in aderenza con il "movimento reale".

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter