Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  15 settembre 2020

Il rivoluzionario non confronta con il passato ma con il futuro

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 20 compagni, è iniziata commentando le conseguenze economiche della pandemia attualmente in corso.

E' di questi giorni la notizia sullo svuotamento della City di Londra, dove hanno chiuso i battenti diversi uffici. Secondo il Corriere della Sera (07.09.20), qualcosa di simile per importanza era avvenuto con la chiusura delle miniere degli anni Ottanta, quando la crisi colpì i prezzi di estrazione del carbone. Adesso la crisi riguarda i servizi, quel fondamentale settore che tiene in piedi l'economia inglese.

Lo smart working si è dimostrato funzionale ed economico, capitalisti e lavoratori si sono accorti che è meglio lavorare da casa. Concluso il lockdown, molte aziende della City hanno continuato a sfruttare il lavoro da remoto lasciando deserti gli uffici. A pagarne le spese è stato l'intero sistema di trasporti e ristorazione, che ha subito un pesante contraccolpo. Per ogni impiegato che rimane a lavorare casa, si afferma nell'articolo, ce n'è uno che viene licenziato, senza contare che già prima della pandemia l'automazione aveva fatto passi da gigante ("Verso la singolarità storica"). Nei settori finanziario, legale e dei servizi in genere, molte mansioni possono ormai essere svolte da software in grado di incrociare dati molto meglio e più velocemente di un essere umano.

In Italia, l'Istat registra nel secondo trimestre il crollo del tasso di occupazione dei giovani sotto il 40%. Per il quarto mese consecutivo l'inflazione segna -0,5%, il dato peggiore dal luglio 2016. In un rapporto di Coop 2020 si nota che "gli italiani riducono il raggio della mobilità e delle attività fuori casa". In generale, da quando è iniziata la pandemia il mondo ha bruciato oltre 12mila miliardi di PIL. La miseria sociale è cresciuta e con essa il numero delle rivolte, che tendono a sincronizzarsi a livello mondiale. Il fatto che ultimamente i media ufficiali comincino a parlare di salario ai disoccupati e riduzione dell'orario di lavoro è dovuto alla preoccupazione per la tenuta sociale, alla luce di quanto sta succedendo negli Usa, in Francia, dove sono tornati in piazza i gilet gialli, e in Colombia, dove gli scontri tra manifestanti e la polizia hanno provocato diversi morti e centinaia di feriti. Si tratta di movimenti di piazza che non hanno più una dimensione rivendicativa, ma vanno direttamente allo scontro con lo stato.

L'economista Guy Standing, intervistato dal Fatto Quotidiano (15.09.20), ha affermato che "la pandemia ha innescato la recessione, non l'ha causata. È come l'assassinio dell'Arciduca nel 1914, che fu solo la miccia della Prima guerra mondiale". Secondo Standing, per uscire da questa situazione è necessario "un nuovo patto sociale" basato su un reddito universale di base, una sorta di dividendo sociale; il reddito di cittadinanza targato M5S è un primo passo, ma non basta: "è molto meglio dare a tutti un reddito universale e poi riprenderlo dai ricchi con le tasse, per evitare che ne godano anche i vari Berlusconi". La proposta è quella di un reddito garantito per tutti, più razionale della selva di misure particolari, dalla cassa integrazione al REI, dai bonus ai vari provvedimenti di assistenza sociale.

Dalla sua entrata in vigore, il reddito di cittadinanza vincolato all'obbligo al lavoro si è dimostrato un fiasco, per il semplice fatto che pochi hanno trovato un'occupazione. Questa è la società della dissipazione: esiste un'apposita industria che gestisce la disoccupazione con l'assunzione di personale impiegato per trovare lavoro ai disoccupati, il quale poi magari diventa disoccupato anch'esso ("L'outsourcing globale"); per non parlare del business dei corsi di formazione, che vede coinvolti anche i sindacati. Invece di mantenere questo mostro corporativo improduttivo, alcuni borghesi cominciano a pensare che sarebbe il caso di ordinare un po' il sistema, distribuendo incondizionatamente il reddito a chi ne ha bisogno. Ma, evidentemente, ci sono degli ostacoli difficili da superare. I confederali, ad esempio, invece di iniziare una battaglia per la riduzione dell'orario di lavoro, propongono un nuovo piano occupazionale puntando a risolvere, una alla volta, le 150 vertenze aperte a livello nazionale (che coinvolgono circa 200 mila lavoratori). Sono posizioni di retroguardia e quindi prive di futuro. I bonzi sindacali hanno un bel gridare a gran voce che il lavoro è sacro, che è un diritto sancito dalla Costituzione, che nobilita l'uomo. Quando il lavoro viene eliminato dal moderno sistema di produzione, esso non è né sacro né maledetto, è semplicemente superfluo ("Diritto al lavoro o libertà dal lavoro salariato?").

La religione del lavoro fa dimenticare che le soluzioni ci sarebbero già. Con la pandemia, ad esempio, abbiamo visto spuntare bonus per le piccole imprese, per i bottegai, per i precari, e l'Europa ha addirittura sospeso il Patto di Stabilità dando la possibilità agli stati di sforare il deficit. Quando servono, i soldi si trovano e le compatibilità economiche vengono messe da parte. Il capitalismo è già una società che si auto-difende distribuendo reddito ai meno abbienti, anche se per adesso lo fa in maniera insufficiente e disordinata.

Lo sciupìo è insito nel processo di produzione capitalistico. Nel quaderno Scienza economica marxista come programma rivoluzionario abbiamo individuato alcune fonti di passivo sociale: 1) sciupìo nella produzione; 2) sciupìo nella necessità di garantirsi un capitale anticipato (immobilizzi); 3) sciupìo nella circolazione propriamente detta (spese di circolazione); 4) sciupìo nella contabilità a base di valore; 5) sciupìo nel bisogno di moneta; 6) sciupìo nella conservazione della moneta e delle merci; 7) sciupìo nella insensata circolazione nazionale e internazionale delle merci.

Eliminando queste fonti di dissipazione si potrebbe razionalizzare l'erogazione di energia sociale, in modo da ridurre considerevolmente l'orario di lavoro fino a trasformare tutto in tempo di vita. Milioni di esseri umani, oggi disoccupati, parcheggiati in attesa di non si sa bene cosa, potrebbero partecipare al metabolismo sociale. Arriviamo a queste conclusioni facendo un confronto con il futuro, non certo con il passato.

Tra le forme di sciupìo possiamo aggiungere anche l'enorme spreco di energia sociale dovuto alla "vita senza senso", che alimenta i business della droga, dei farmaci, ecc. Ci sono borghesi che scrivono libri di denuncia sui drammi provocati dal capitalismo, ma a noi non interessa una condanna di tipo morale, bensì la dimostrazione scientifica che una forma sociale a più alto rendimento energetico estingue quella a più basso rendimento. La borghesia rattoppa il sistema, ma permanendo il dualismo tra produzione sociale e appropriazione privata, l'anarchia della produzione resta e con essa lo sciupìo sociale. L'abbiamo visto anche durante le riunioni sulla grande socializzazione: tra le due guerre presero piede teorie e spinte razionalizzatrici mondiali che puntavano a una programmazione dell'economia (tecnocrazia, planismo, ecc.), eppure, operando la legge del valore, i risultati furono scarsi. La produzione industriale ha bisogno di piano, ma l'esistenza di interessi privati impedisce una pianificazione generale della produzione.

Il mondo sta abbandonando la pesantezza per puntare sulla leggerezza. Non si tornerà più alla fabbrica fordista di novecentesca memoria: oggi i robot, i computer e la Rete eliminano in massa il lavoro delle tute blu, ma anche quello dei colletti bianchi. Il processo è stato analizzato a fondo da Jeremy Rifkin, che nel 1995 ha scritto La fine del lavoro, consigliando ai governi di ridurre l'orario di lavoro e aumentare i salari.

Riferendosi al futuro, alcuni settori della borghesia parlano di "Global Green New Deal", transizione energetica, decarbonizzazione, politiche più restrittive contro le emissioni di CO2. Circola inoltre la notizia che l'Italia potrebbe diventare un hub per la produzione di energia per tutta l'Europa importando l'idrogeno prodotto dagli impianti solari del Nord Africa. Sappiamo bene che l'unico modo per la specie di ottenere un sostanziale risparmio di energia, tale da permettere il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, è quello di superare l'attuale energivoro modo di produzione.

Articoli correlati (da tag)

  • Tendenza globale al disordine

    Durante la teleriunione di martedì sera, presenti 15 compagni, abbiamo discusso della condizione di crescente instabilità in cui versa il mondo.

    Dal 31 agosto scorso il gasdotto Nord Stream 1, il più importante canale europeo per il rifornimento di gas naturale, è chiuso per un guasto ad una turbina; il portavoce del governo russo ha dichiarato che la riapertura, inizialmente prevista per il 2 settembre, non avverrà fino a quando non saranno revocate le sanzioni imposte al suo paese per la guerra in Ucraina, poiché esse impediscono che le operazioni di manutenzione delle unità si svolgano in sicurezza. Il blocco dei flussi di gas a tempo indefinito ha causato un'ulteriore impennata del prezzo della materia prima, la chiusura in forte calo delle borse europee, l'indebolimento dell'euro sul dollaro; e appare come una chiara risposta del Cremlino alla decisione dei paesi del G7 di introdurre un tetto massimo al costo del petrolio russo, e dell'Unione Europea di fare lo stesso per il prezzo del gas.

    La crisi europea dell'approvvigionamento di gas sta provocando significative ripercussioni anche a livello sociale, e ha portato alla nascita di movimenti contro il caro energia e il carovita in diversi paesi dell'Unione. Il Civil Unrest Index (CUI), l'indice dei disordini civili stilato dalla società britannica di consulenza strategica Verisk Maplecroft, ha rilevato un aumento inedito del rischio di proteste e rivolte nel secondo e terzo trimestre dell'anno in corso. I dati, raccolti negli ultimi sette anni, individuano più della metà dei paesi presenti nella CUI, 101 su 198, come ad alto o estremo rischio, indicando per i prossimi sei mesi un ulteriore deterioramento dovuto all'impatto dell'inflazione, superiore al 6% nell'80% dei paesi di tutto il mondo, sul prezzo degli alimenti di base e dell'energia. I fari sono puntati sull'Algeria, dove inflazione e siccità hanno colpito duramente la popolazione, ma nell'elenco vengono associati anche paesi che a prima vista hanno poco in comune: Bosnia ed Erzegovina, Svizzera, Paesi Bassi, Germania e Ucraina sono tra gli stati con il maggiore aumento di rischio previsto. Inoltre, tra gli stati maggiormente esposti ad un'ondata di proteste ci sono quelli a reddito medio, che durante la pandemia sono riusciti ad approntare misure di protezione sociale e ora stanno tentando di mantenere alti i livelli di spesa: Bolivia, Egitto, Filippine, Suriname, Serbia, Georgia, Zimbabwe e Bosnia ed Erzegovina.

  • La tempesta perfetta

    La teleriunione di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata partendo da alcune considerazioni sulla situazione climatica ed ambientale.

    A Saluzzo, in Piemonte, durante un temporale si sono abbattuti chicchi di grandine di 10 centimetri, devastando le coltivazioni. Nelle scorse settimane in India si sono toccati i 60 gradi al suolo e scenari simili si registrano in Spagna. Situazione allarmante anche in Francia ed Inghilterra, dove si è registrato il record delle temperature massime. Si tratta di dati che ricordano le trame di certi film dove il cambiamento climatico repentino accelera fenomeni catastrofici che portano alla fine del mondo. Gli esperti sono concordi nell'affermare che, pur essendo grave il cambiamento in corso, non siamo di fronte a fenomeni come quelli epocali del passato. Il cambiamento climatico di oggi è dovuto a cause umane differenti da quelle geologiche. Esso è il prodotto dell'interazione dell'uomo con l'ambiente, ed è da tenere insieme ai fenomeni di polarizzazione sociale, una sommatoria di concause che possono portare ad effetti non prevedibili. Di pari passo avanza infatti la crisi economico-sociale materiale con le piazze in rivolta, interi paesi al collasso (Sri Lanka), scioperi generali di decine di giorni (Panama), fenomeni che vanno allargandosi su scala globale. Stiamo assistendo ad un'accelerazione, al mix per la tempesta perfetta, termine che prendiamo a prestito dalla borghesia, ma che si inquadra benissimo nelle previsioni catastrofiche di Marx.

  • Autarchia fuori tempo massimo

    La teleriunione di martedì sera, a cui hanno partecipato 21 compagni, è iniziata prendendo spunto dall'ultimo numero dell'Economist ("China's slowdown", 28 maggio).

    Due articoli in particolare hanno attirato la nostra attenzione, "How Xi Jinping is damaging China's economy" e "China is trying to protect its economy from Western pressure", di cui abbiamo fatto una sintesi.

    La campagna "zero contagi" condotta dal governo cinese sta avendo un impatto negativo sull'economia nazionale, dato che la produzione industriale e i volumi delle esportazioni sono diminuiti (nonostante migliaia di operai siano costretti a dormire in fabbrica per evitare contagi e produrre di più). Dopo quasi due mesi di blocco la città di Shanghai sta allentando il lockdown, ma la Covid non è stata debellata dal paese: nuovi focolai si registrano a Pechino e Tianjin, e ci sono ancora 200 milioni di persone sottoposte a restrizioni.

    Il Partito Comunista Cinese teme che un'apertura troppo veloce potrebbe provocare milioni di morti. In effetti, i vaccini cinesi sono meno efficaci di quelli occidentali e nel paese vi è una bassa copertura con la dose booster per gli ultrasessantenni. Sulla gestione della pandemia si gioca la buona riuscita del 20° congresso del PCC fissato entro la fine dell'anno, durante il quale Xi Jinping intende essere confermato per un terzo mandato come presidente.

Rivista n°51, giugno 2022

copertina n°51

Editoriale: La guerra che viene

Articoli: Guerra in Europa
Appendice 1. La Quarta Guerra Mondiale
Appendice 2. La sindrome di Yamamoto
Guerra di macchine
Wargame - parte seconda

Doppia direzione: Considerazioni sulla pandemia

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email