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  • Resoconto teleriunione  18 maggio 2021

Ancora sul vicolo cieco palestinese

Durante la teleconferenza di martedì sera, presenti 20 compagni, abbiamo fatto alcune considerazioni su quanto sta accadendo in questi giorni in Medioriente. Ne riportiamo una sintesi.

Secondo giornali e tv, il casus belli che ha "riacceso" lo scontro tra Israele e Hamas è stato lo sfratto di alcune famiglie palestinesi da un quartiere di Gerusalemme Est. In realtà, questo conflitto prosegue senza soluzione di continuità almeno dal 1948, trovando nel tempo una sua simmetria (se si trattasse di una guerra asimmetrica il dominato non potrebbe rispondere al dominatore), seppure nella sproporzione degli armamenti e delle forze in campo. Oggi, dopo oltre 70 anni, dopo innumerevoli risoluzioni dell'ONU, dopo periodici e accorati appelli alla pace di papi e presidenti, la situazione è tutto fuorché appianata. D'altronde, la buona volontà e le migliori intenzioni non possono risolvere le contraddizioni del capitalismo.

"Israele rappresenta un vero e proprio trapianto di capitalismo moderno nelle plaghe desertiche della Palestina rimaste nell'abbandono per decine di secoli. La rivoluzione industriale capitalista vi ha raggiunto il limite estremo delle possibilità storiche, costituendo un esempio di rivoluzione borghese fino in fondo, dato che è assente ogni traccia dei preesistenti rapporti feudali" ("La crisi del Medio Oriente", il programma comunista n. 21 del 1955).

Subito dopo la Seconda guerra mondiale è cominciata la lotta degli Stati Uniti d'America per il controllo del mondo, e il sostegno degli americani nella fondazione dello Stato di Israele ha rappresentato una delle tappe che hanno portato alla morte del vecchio colonialismo, e all'inizio del periodo in cui gli Usa si comportano da paese colonialista (imperialismo delle portaerei) pur senza avere colonie. Per i comunisti non è mai esistita una questione nazionale, nemmeno quando storicamente in corso. Essa è esistita ed esiste, giusta Lenin, solo per la borghesia, mentre il proletariato (che è una classe internazionale) se la ritrova tra i piedi e, suo malgrado, deve farci i conti.

Dal punto di vista dei palestinesi sarebbe meglio uno stato unico in cui israeliani e arabi convivono. Questo tipo di soluzione è stata caldeggiata qualche decennio fa dal Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Nayef Hawatmeh); in Israele, la corrente di destra "Jordan is Palestine" auspicava che la Giordania fosse assegnata ai palestinesi, in modo che essi avessero finalmente il loro stato ponendo così fine all'annoso conflitto. Prima del Settembre Nero, lo stesso Sharon aveva ipotizzato l'annessione della Cisgiordania e il trasferimento dei palestinesi in Transgiordania con il conseguente affermarsi di un loro stato.

Tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso il Jihad Islamico Palestinese e Hamas vengono costruiti a tavolino con l'obiettivo di smembrare i fronti popolari palestinesi socialisteggianti e di dare un indirizzo confessionale al conflitto. Ultimamente la politica israeliana è diventata sempre più nazionalista, un fenomeno comune ad altri paesi, spingendo sul tema dell'espansionismo e alimentando frange che chiedono l'occupazione completa dei territori e l'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania. Ricordiamo che tra Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza sono 60 i campi profughi in cui milioni di palestinesi sono imprigionati.

Da qualche tempo la Turchia ha abbandonato l'idea di entrare nell'Unione europea per rivolgersi verso l'asia turcofona. Prima alleata di Israele, adesso ne sta denunciando la politica di aggressione, tentando di diventare un polo di attrazione per l'Islam sunnita a scapito degli Emirati Arabi Uniti, e a difesa dei Fratelli musulmani, nemici delle monarchie del Golfo. In questo insieme aggrovigliato di alleanze tra potenze, gli Usa mantengono saldo l'asse strategico con Israele, l'Iran arma Hamas in funzione anti-israeliana avvicinandosi tatticamente alla Turchia. Ciò che succede in Palestina alimenta la competizione tra forze islamiche che si disputano il primato nella difesa della popolazione musulmana. Il Qatar si è alleato con la Turchia, mentre Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti il 13 agosto 2020 hanno stipulato gli accordi di Abramo (patriarca considerato profeta da entrambe le religioni, ebraismo e Islam).

Per aggirare il sistema antimissilistico Iron Dome (cupola d'acciaio), i combattenti palestinesi hanno sparato migliaia di razzi in tempo ravvicinato rendendone così difficile l'intercettazione. Oltre che da Gaza, gli ordigni sono partiti anche da Libano, Siria e Cisgiordania. Israele, dove sono stati colpiti alcuni grandi centri abitati, ha schierato circa 160 cacciabombardieri e richiamato i riservisti, anche se un'invasione terrestre di Gaza sembra improbabile.

La Striscia di Gaza è un campo profughi a cielo aperto, ha una popolazione di circa 2 milioni di persone e una densità di 4,5 mila abitanti per kmq. Una situazione insostenibile da tutti i punti di vista, che però, a lungo andare, potrebbe trovare riflesso in quella israeliana, dove circa 7 milioni di ebrei vivono circondati da oltre un miliardo di musulmani e il 20% della popolazione è araba. Tra non molto gli israeliani potrebbero essere una minoranza all'interno del loro stesso stato, con tutto ciò che questo comporta.

Gli ebrei sono internazionalisti sin dalla Bibbia e, dal punto di vista della religione, dovrebbero essere contrari alla formazione di un loro Stato. I Neturei Karta ("Guardiani della città") sono un gruppo religioso ebraico ortodosso che rifiuta di riconoscere l'autorità e la stessa esistenza dello Stato di Israele in nome della propria interpretazione dell'ebraismo, della Torah e di alcuni passi del Talmud. Di fronte alle città fondate in zone desertiche dai coloni israeliani, la borghesia palestinese sta costruendo con fondi privati le sue città (Rawabi) e ciò, naturalmente, non fa piacere al governo israeliano.

Israele conta un certo numero di diserzioni tra i militari, ma le pene comminate vengono mantenute miti affinché il fenomeno rimanga sottotraccia. Il paese si trova in uno stato di guerra permanente in cui i riservisti sono sempre in allerta e perciò l'imbonimento ideologico deve essere continuo e costante. Recentemente diverse città, tra cui Lod, Akko, Haifa, Tel Aviv, sono state interessate da aspri scontri tra arabo-israeliani ed ebrei, elevando, secondo alcuni osservatori, il rischio di guerra civile. In risposta all'ondata di violenza inter-etnica sono state organizzate manifestazioni congiunte tra ebrei ed arabi. Da segnalare lo sciopero generale, molto partecipato, promosso dai palestinesi, che ha coinvolto le città dentro Israele e i territori occupati.

Nel nostro articolo "Il vicolo cieco palestinese" viene ribadito che il diritto all'autodeterminazione non ha più senso dato che non si tratta di appoggiare una rivoluzione antifeudale in Palestina, e neppure una borghesia palestinese rivoluzionaria. Gli Usa hanno assorbito territori estesi appartenenti al Messico, eppure nessuno si sogna una questione coloniale messicana. La situazione mediorientale, complessa e contraddittoria, può sciogliersi solo nel più vasto rivolgimento rivoluzionario mondiale.

Il conflitto israelo-palestinese affonda le radici negli anni '40, ma nell'ultimo periodo ha assunto una dimensione più ampia con la frammentazione e il collasso degli stati vicini (Libia, Siria, Libano), e l'emergere dello Stato islamico. Il tassello palestinese va dunque inserito nel grande sconquasso mediorientale iniziato con la Primavera araba, di cui abbiamo descritto le cause materiali e le possibili conseguenze sociali nel testo "Marasma sociale e guerra" (2011). L'ondata di protesta raggiunse anche i territori palestinesi: nel 2011 in diversi campi profughi della Striscia di Gaza la popolazione si ribellò all'autorità, accusando Hamas e Fatah di essere corrotti a tutti i livelli. A mobilitarsi furono soprattutto i giovani stufi di una vita senza sbocchi, prontamente repressi dai gruppi islamisti. Il vento di rivolta colpì anche Israele: sull'esempio degli indignados spagnoli, le acampadas spuntarono a Tel Aviv con l'intento di richiamare l'attenzione su temi quali il carovita, il rialzo degli affitti e l'aumento della disoccupazione; anche in quell'occasione la repressione si fece sentire. Israele è un paese a capitalismo avanzato, e anche lì esiste il problema della polarizzazione della ricchezza. Il crollo del fronte interno va visto sotto la lente della legge della miseria crescente e della lotta tra le classi.

La questione israelo-palestinese può essere risolta solo da un movimento che pone la frontiera non tra nazioni o religioni, ma tra classi sociali. E questo vale per tutto il mondo.

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