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  • Resoconto teleriunione  15 marzo 2022

Il Grande Gioco

Nella teleconferenza di martedì 15 marzo, a cui si sono connessi venti compagni, abbiamo ripreso alcuni temi affrontati durante l'85° incontro redazionale, nello specifico quello della guerra in Europa.

Le conseguenze sociali della guerra si fanno già sentire in Italia e altrove. Preoccupano la crescita dei prezzi di energia, gas, carburante e beni di prima necessità, e il profilarsi all'orizzonte della stagflazione (crescita bassa e aumento generale dei prezzi). L'Onu ha lanciato l'allarme: l'impennata dei prezzi e la minaccia alle forniture delle principali colture di base sta mettendo milioni di persone a rischio fame.

Per parlare correttamente della guerra in Ucraina è d'obbligo inquadrare la questione nel più ampio contesto globale, trattandola secondo invarianti osservabili.

Tutti i paesi, a diversi gradi, sono coinvolti nel conflitto, ma i giocatori principali di questo wargame sono Stati Uniti, Russia e Cina. Non possiamo invece considerare l'Europa come soggetto politico (anche se in questi giorni si sente parlare di esercito europeo), perché alla UE mancano politiche coerenti di aggiustamento dei conti e di circolazione delle merci, nonché di coesione degli interessi tra i paesi membri. Naturalmente, nessun attore statale è dotato di libera volontà e fa ciò che vuole, neppure gli Usa: nell'epoca del capitalismo di stato è il primo che controlla il secondo e che lo fa ballare alla propria musica. Le guerre scaturiscono dalla maturazione dei rapporti di produzione, sono fattore e prodotto di nuovi rapporti interimperialistici, di nuovi assetti del capitalismo mondiale.

Giornali e televisioni riportano notizie di occupazioni di città, bombardamenti e stragi di civili ad opera dell'esercito russo, ma scarseggiano foto, video e documentazione attendibili. Sui morti c'è un balletto di cifre. E' in atto una gigantesca operazione di disinformazione e di censura che non si era mai vista prima. In Occidente sono in corso manifestazioni pilotate, ufficialmente per la pace e il disarmo, ma in realtà a sostegno di una nazione contro un'altra. Gli apparati di propaganda statali stanno lavorando a pieno ritmo, all'Est come all'Ovest, al fine di intruppare le popolazioni.

E' difficile riuscire ad affrontare questa guerra lucidamente, capire le sue motivazioni profonde e i suoi scopi. Bisogna sforzarsi di andare oltre quello che ci propinano i media mainstream e guardare alla materialità dei fatti, avendo chiaro che la storia risponde al determinismo e nel medio termine le reali motivazioni che hanno spinto allo scontro si manifesteranno.

Può essere utile leggere le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo: escluse dalle edizioni canoniche di Marx (a cura di Bruno Bongiovanni), così come riprendere in mano gli scritti di Marx ed Engels sulla Guerra di Crimea, occorsa tra il 1853 e il 1856 e che ha visto un'alleanza composta da Impero Ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero Russo.

Fu il romanzo Kim (1901) di Rudyard Kipling a rendere popolare il termine Grande Gioco (anche se il primo a parlarne fu l'esploratore e militare inglese Arthur Conolly). Il libro è incentrato sul conflitto politico tra la Russia e l'Impero Britannico nell'Asia centrale, il cuore del mondo. Nel filo del tempo "Il pianeta è piccolo" (1950), che parla di quella particolare scienza che si chiama geopolitica, troviamo scritto:

"Per Mackinder, seguito dal geografo sovietico Michailoff, schedato lui pure ma non col cartellino giallo di Ilya, si svolge un sillogismo: chi comanda la Europa orientale, comanda il Cuore del mondo (Heartland) - chi comanda il Cuore del mondo, comanda l'Isola del Mondo - chi comanda l'Isola del Mondo, comanda il Mondo."

Come dice la nostra corrente, quando si analizzano fenomeni complessi come le guerre, conviene rimanere su livelli alti di astrazione, basandosi su modelli e schemi, in modo da non venire risucchiati nell'immediatismo e nel particolarismo, smarrendo la visione d'insieme necessaria.

Il Grande Gioco di ieri e di oggi ha come scopo la conquista dell'Heartland, l'area geografica che consente il controllo politico dell'Eurasia (Europa, Medio Oriente, India, Cina e Giappone), e di conseguenza del mondo intero. L'Asia centrale è infatti un crocevia fondamentale per il transito di risorse energetiche e merci.

L'invasione sovietica dell'Afghanistan (1979-1989) apre la porta alla nuova guerra per il controllo del mondo. Caduto il muro di Berlino, scoppiano le guerre balcaniche e nel 2001 inizia la guerra in Afghanistan, che ufficialmente si conclude vent'anni dopo gli attacchi dell'11 settembre con il ritiro delle truppe Usa.

La Russia aspira a controllare quest'area geostrategica (vedi intervento militare russo in Kazakistan per porre fine ai disordini scoppiati nel paese), ma anche la Cina, visto che di lì passa il collegamento terrestre con l'Europa (Belt and Road Initiative). Gli Usa, essendo ancora lo sbirro mondiale, mettono i bastoni tra le ruote ad entrambe le potenze.

Quella in corso è una guerra ai limiti del modo di produzione capitalistico. Abbiamo detto lo stesso della crisi iniziata nel 2008 e non ancora conclusa. Traiamo queste conclusioni dallo stato di maturazione dei rapporti di produzione, dalla raggiunta socializzazione internazionale del lavoro, dall'integrazione dei mercati e dei capitali (Pechino è il principale detentore di debito sovrano americano). Già nel saggio Che cosa sono gli "amici del popolo" (1894), Lenin nota come nel capitalismo "tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione".

Questo ci fa dire che non assisteremo più ad uno scenario tipo Seconda Guerra Mondiale, ma ad uno in cui tutte le economie sono integrate e i periodi di pace si sovrappongono a quelli di guerra; in cui le operazioni belliche dei paesi imperialisti sono basate su mobilità, capacità d'anticipo e proiezione della potenza a distanza. La Terza Guerra Mondiale, come dice il Papa, è combattuta a pezzi. Forse una delle migliori definizioni del periodo storico che stiamo vivendo la troviamo nel titolo di un articolo della rivista: "Marasma sociale e guerra".

Contro la guerra imperialista non c'è altra strada che un pragmatico disfattismo. Ma chiarito questo aspetto, e dato che siamo anti-indifferentisti, soprattutto a proposito della guerra, chi auspichiamo che perda il conflitto bellico che si è aperto in queste ultime settimane in Ucraina?

La Sinistra Comunista "italiana", e prima Marx ed Engels, hanno detto che se la Russia si rivolge ad Ovest, attaccando, svolge un ruolo controrivoluzionario, se invece si volge ad Est fa il contrario. Lenin nelle Due tattiche (1905) affermava che la situazione russa era speciale e sottolineava che a differenza dei paesi europei, dove era all'ordine del giorno una rivoluzione proletaria pura, la Russia doveva compiere due rivoluzioni in una.

La Russia rappresenta ancora oggi un baratro di arretratezza, la sua classe dominante assomiglia ad una satrapia asiatica, e dal punto di vista dei rapporti sociali capitalistici sconta un enorme deficit di modernità. Non a caso i ribelli ucraini di Euromaidan vedevano il loro futuro proiettato verso Ovest e non certo verso Est (vedi docufilm Winter On Fire, 2015).

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