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  • Resoconto teleriunione  4 giugno 2013

#occupygezi

Alla teleconferenza di martedì sera hanno partecipato 12 compagni.

La discussione è cominciata dall'analisi delle rivolte in corso in Turchia dove, oltre alle ultime sommosse, si registra già da mesi una certa tensione sociale sui temi legati al salario e al peggioramento delle condizioni di vita dei proletari. Il Primo Maggio a Istanbul ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti in seguito al divieto di organizzare raduni in piazza Taksim dove, hanno motivato le autorità, la presenza di un cantiere per dei lavori in corso impediva la messa in sicurezza della piazza. Nonostante il divieto, centinaia di dimostranti riuniti dai partiti di sinistra e dai sindacati si sono radunati poco vicino alla piazza. La polizia è intervenuta con lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperderli.

In tutto il mondo si registrano fibrillazioni: durante la giornata del primo giugno a Francoforte sono avvenuti degli scontri davanti alla sede della Bce, mentre in altre 80 città europee ci sono state manifestazioni di protesta contro l'austerità.

In Turchia le forze dell'ordine hanno represso ferocemente i moti di piazza, la brutalità messa in atto ha però scatenato la rabbia dei manifestanti. Per il momento il proletariato non ha dato la sua impronta al movimento, anche se sono stati proclamati due giorni di sciopero generale dal sindacato dei lavoratori pubblici e dalla Confederazione dei Sindacati Rivoluzionari dei Lavoratori. E' una situazione simile a quella egiziana durante la Primavera araba: gli scioperi operai si sono svolti in parallelo alle dimostrazioni di piazza ma senza mai saldarsi. Vedremo se in Turchia andrà allo stesso modo o se, dato l'acutizzarsi della crisi, ci sarà una saldatura di lotta e organizzazione tra #OccupyGezi ed il movimento operaio.

Nato dalla difesa degli alberi di Gezi Park minacciati dalla cementificazione, questo movimento si è subito riallacciato ad Occupy Wall Street e agli indignados spagnoli. Da New York a Tel Aviv passando per Madrid sono state tante le iniziative di solidarietà con la piazza turca, per non parlare della campagna internazionale di solidarietà sviluppatasi via Internet: "Mentre si diffondono attraverso i social network gli appelli a portare a Gezi Park quello di cui c'è bisogno [...], sapendo che lì c'è gente che viene arrestata solo per un twitt, che la repressione è feroce soprattutto contro chi fa video e foto (come avveniva a Genova G8), compagni e compagne di tutto il mondo fanno a gara per fare le traduzioni in tempo reale di quel che accade laggiù."

L'elevata disoccupazione, soprattutto tra i giovani, è l'elemento scatenante delle rivolte. Il giovane disoccupato tunisino Mohamed Bouazizi è divenuto il simbolo delle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011 dopo essersi dato fuoco in segno di protesta. La crescita della sovrappopolazione assoluta è l'espressione più avanzata del capitalismo, oltre un certo limite può esserci solo il passaggio rivoluzionario ad un'altra forma sociale.

Sia i giornali che i politici di ogni schieramento e colore cercano di mistificare la natura profonda di queste sollevazioni: la gioventù turca chiederebbe più libertà e democrazia contro l'Islam di Erdogan. In realtà le spinte islamiche vengono contenute dall'esercito, custode della rivoluzione borghese kemalista, anche se il suo potere negli ultimi anni è stato alquanto ridimensionato. L'odiatissima polizia, da tutti accusata di essere fomentatrice degli scontri, è controbilanciata dal silenzio dell'esercito.

Il 4 giugno, mentre in Turchia infuriavano gli scontri, è stato l'anniversario delle dimostrazioni in piazza Tienanmen e le autorità cinesi hanno pensato bene di bloccare le ricerche su Twitter dei termini sensibili relativi alla manifestazione storica di 24 anni fa. Inoltre la piazza è stata presidiata dalla polizia ed è stato chiuso il cimitero dove sono sepolte le vittime. Al tempo colpì nel movimento cinese la mancanza di finalità rivendicative di una lotta che fu più grande di quanto attribuitale dalle fonti d'informazione, oggi come allora patologicamente fissate sulle generiche parole d'ordine di democrazia e libertà che a Tienanmen rappresentarono solo l'epifenomeno delle cause reali del grandioso movimento. E colpì l'estrema brutalità della repressione, del tutto ingiustificata rispetto a presunti pericoli per lo Stato... A meno di non pensare che i governanti cinesi avessero intuito che era in gioco qualcosa che andava ben oltre le parole d'ordine urlate e scritte (non a caso la violenta repressione incominciò quando gli operai delle fabbriche requisirono autocarri e treni per marciare su Pechino).

Nella cartina presente dell'articolo Marasma sociale e guerra, sono evidenziati in grigio scuro i paesi in cui sono scoppiate rivolte urbane contro i regimi polizieschi, parassitari e corrotti, con scontri fra popolazione e stato con morti e feriti; in grigio chiaro i paesi d'Europa in cui ci sono state rivolte contro la mancanza di prospettiva, specie per i giovani.

È essenziale notare che le rivolte esplodono per non importa quale scintilla e si diffondono con generiche richieste di cambiamento. Oppure senza neppure queste, come è successo in Francia con l'incendio delle banlieues. Una tale concentrazione di situazioni, in cui è possibile individuare un'invarianza sociale, ridicolizza di per sé la tendenza dei media a considerare ogni episodio come se fosse a sé stante, anche se ovviamente viene fatto il collegamento fra paesi che hanno una situazione interna "analoga, caratterizzata da mancanza di democrazia, inefficienza, corruzione, ecc.

La mappa rappresenta la situazione sociale del Mediterraneo ad inizio 2011. Allora la "primavera" non aveva ancora toccato il territorio turco, anello di congiunzione tra l'Europa e il Medioriente. E due anni fa non c'erano tensioni né in Portogallo né in Spagna. Adesso tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono stati toccati da sommosse, scontri sistematici tra manifestanti e polizia e movimenti di massa contro la miseria crescente. Oltre all'area nordafricana-europea sono da aggiungere le lotte divampate negli Usa, in Canada, in America Latina, e le duecentomila rivolte all'anno stimate in Cina. Negli ultimi due anni si sono estesi globalmente scenari di rivolta, a dimostrazione che non si tratta di peculiarità di singoli paesi bensì dell'energia che si accumula prima di un terremoto. Quella che stiamo analizzando è un'onda sismica la cui energia sotterranea è la stessa per tutti i differenti fenomeni di superficie, dove qua crolla un muro, là si apre una voragine e altrove cade una frana.

Abbiamo detto che è fondamentale individuare le cause materiali che stanno mettendo in discussione la pax imperialista. Per adesso in Turchia non ci sono rivendicazioni chiare, non c'è un programma politico... però ci sono dei collegamenti con OWS e questi possono fare la differenza. Nel volantino Mille città, in cui analizziamo l'ondata internazionale di manifestazioni del 15 ottobre 2011, diciamo:

"Il processo in corso è irreversibile. Dalla crisi storica dei rapporti di valore non si esce. I riflessi sulla società potranno produrre caos, demagogia o repressione, ma già adesso si sente nell'aria che le vecchie categorie politiche sono lasciate in appannaggio a isterici zombie. Il capitalismo non è al momento in pericolo se non a causa di sé stesso. Ma si fa strada la convinzione che può non essere l'unica forma sociale possibile. Spaccare vetrine è inutile e anche un po' stupido, ma se fossimo nei panni di un borghese pregheremmo la Madonna martirizzata di Roma affinché la massa degli incazzati non si metta ad escogitare qualcosa di utile e intelligente. Cosa che invece succederà".

E' inevitabile che a forza di disoccupazione e manganellate da parte dello Stato si produca una saldatura tra questi movimenti e il partito storico della rivoluzione. In Tracciato d'impostazione diciamo che sono antiformisti (rivoluzionari) tutti quei movimenti che proclamano ed attuano l'assalto alle vecchie forme, ed anche prima di saper teorizzare i caratteri del nuovo ordine, tendono a spezzare l'antico provocando il nascere irresistibile di forme nuove.

Durante la teleconferenza è stato fatto un paragone tra l'esperienza di Zuccotti Park a NYC e quella della Comune di Parigi nel 1871. Tutte queste piazze occupate sono dei tentativi di sperimentare qualcosa di diverso dall'esistente e la feroce repressione poliziesca lo sta a dimostrare. Lo sbocco di queste lotte non può che essere la riproposizione della Comune, questa volta su scala mondiale. Il comunismo è l'ordine emergente dal caos, non è un modello, è una dinamica. I ribelli turchi hanno dato vita ad #OccupyGezi, quelli di Zuccotti Park hanno risposto alzando cartelli e striscioni in solidarietà con la gioventù turca. Rispetto alle incertezze della Primavera araba, Occupy si è dichiarato anticapitalista fin dalla nascita lanciando la parola d'ordine Occupy the World togheter. Da quel momento uno spettro si aggira per la Rete: da New York, da Liberty Square, i neuroni del cervello sociale hanno incominciato ad attivarsi in sincronia. C'è stato un velocissimo processo evolutivo che ha dato luogo a una forma di vita in grado, adesso, di influenzare l'evoluzione successiva. Si tratta di un organismo bio-cibernetico che opera per tentativi: preleva, immette e cancella informazione. Non possiamo capire quanto sta succedendo restando all'interno del sistema che vogliamo analizzare: da n dobbiamo fare il salto adn+1. L'esperienza maturata negli States con OWS è un risultato acquisito dall'umanità. Marx sosteneva che una volta sviluppata l'economia in l'Inghilterra, la filosofia in Germania, la politica in Francia e l'arte in Italia, non tutti i paesi dovevano ripercorrere la stessa strada: si parte sempre dal livello più alto raggiunto dal "movimento reale".

Sappiamo che il mondo è costretto ad andare in una certa direzione, tutto confluisce verso l'elaborazione di esperienze e informazioni in linea con il programma storico. I movimenti nati negli ultimi anni dovranno inevitabilmente criticare se stessi e passare ad un livello più alto. E' la realtà materiale che lo richiede: "noi non ci presentiamo al mondo come dottrinari con un nuovo principio: ecco la verità, in ginocchio di fronte ad essa! Noi mostriamo al mondo dei principii che il mondo stesso ha sviluppato entro di sé. Noi non gli gridiamo: lascia le tue lotte, sono delle sciocchezze, le vere parole d'ordine sono quelle che ti diciamo noi. Noi mostriamo semplicemente ed esattamente al mondo il perché della sua lotta, e la sua coscienza sarà un risultato che dovrà acquisire, che lo voglia o no." (Marx a Ruge, settembre 1843)

In parallelo a quanto succede in Turchia, anche in Italia assistiamo a dei notevoli giri di vite in ambito politico e sindacale. Quel che resta della putrefatta classe dominante italiana cerca disperatamente di tenere la situazione sociale sotto controllo. Dal punto di vista istituzionale la blindatura sociale avanza con il governo di unità nazionale e le proposte presidenzialiste, in ambito sindacale con l'accordo sulla rappresentanza ad uso e consumo delle burocrazie sindacali. Più blindano la società - non possono fare altrimenti - più lo scoppio sarà forte quando la pressione farà saltare il coperchio. Quando scoppierà la rivolta sarà interessante vedere il tipo di collegamenti che si stabiliranno con le piattaforme di lotta già esistenti e gli aspetti di innovazione rispetto al panorama globale. In un'area geostorica come quella italiana, che ha "imborghesito" il più potente imperatore medioevale e che ha fatto maturare fino alla putrefazione gli eredi della borghesia rivoluzionaria di mille anni fa, la classe dominante non poteva far altro che escogitare in extremis il fascismo come salvagente e insegnare il trucco al resto del mondo. Abbiamo sempre ritenuto realistico uno scenario internazionale in cui l'Italia diventa il teatro della biforcazione conclusiva verso una diversa forma sociale. O perlomeno il detonatore per fare esplodere il resto d'Europa. La nostra critica storica è semplice: una borghesia già vecchia di dieci secoli non può tornare bambina, e le borghesie degli altri paesi non possono far altro che inseguirla nella senilità (La classe dominante italiana a 150 anni dalla formazione del suo stato nazionale).

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