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  • Resoconto teleriunione  10 settembre 2013

Un imperialismo con grossi problemi

La teleriunione di martedì sera, a cui hanno partecipato dodici compagni, è iniziata dall'analisi dei fatti siriani e dai loro recenti sviluppi. Il sistema capitalistico predispone le condizioni affinché sorga ad un certo punto un problema da risolvere, problema che non è risolvibile in altro modo che con la guerra. Per ora l'intervento armato americano sembra smorzato, ma resta un fatto l'assenza di una strategia politica complessiva all'altezza delle sfide poste dalla crisi dell'economia mondiale. Siamo dinanzi al disperato tentativo di conservare questo modo di produzione da parte degli Stati Uniti, gendarme mondiale e intercettatore ultimo dei flussi di valore globali.

Come scritto in Teoria e prassi della nuova politiguerra americana:

"La politica coloniale, che ha coinvolto e corrotto la popolazione americana, adesso le si ritorce contro, non continua solo verso l'esterno, ma si afferma anche all'interno. La conseguenza è tremenda: gli Stati Uniti sono una colonia di sé stessi e questo fenomeno è registrato con più forza proprio dalle frange borghesi americane spaventate dagli scenari futuri. Milioni e milioni di americani si sentono prigionieri di uno Stato che non percepiscono come un loro organismo. Per noi europei è persino difficile comprendere questa ostilità, dato che la nostra storia ha sempre visto lo Stato come strumento ambiguo, che può reprimere ma anche dispensare benefici ottenuti con la lotta classista, come le leggi sull'orario di lavoro ecc., oppure uno strumento da conquistare e da adoperare. Per milioni di americani il loro stesso Stato è un alieno, un qualcosa che non fa parte del paese".

In questi giorni sul social network Reddit sono apparse foto di militari americani che manifestano la loro contrarietà all'attacco militare in Siria. Questi soldati non sono in assoluto contro la guerra, ma contro le motivazioni di questa guerra: è contraddittorio attaccare il governo di Assad impegnato nella lotta all'islamismo fondamentalista combattuto in tutto il mondo dagli USA. Evidentemente, la nozione di nemico diventa sempre più sfumata: esso diventa tale quando fa più comodo e, quando serve, viene fabbricato appositamente.

Il problema per l'imperialismo è dato dall'impossibilità di controllare il mondo intero per mezzo di un'unica nazione. Se guardiamo al di là dei confini siriani, in Medioriente e in Africa si assiste al repentino sgretolamento delle impalcature statali: in Sudan e Niger si concentrano e organizzano gruppi islamici combattenti; tra il Mali ed il Nordafrica, numerose bande di mercenari trafficano con tutto quello che c'è (droga in primis), per giunta supportate da efficienti ed attrezzate organizzazioni logistiche. Questo per evidenziare come tutto ciò che andava sotto il nome di "equilibrio", prodotto delle due guerre mondiali e costato milioni di vite, è saltato. Di certo la Siria resta un paese importante nello scacchiere mondiale ma non di meno è l'Egitto dove, soprattutto nel Sinai, si susseguono attentati da parte di gruppi islamici che stanno gradualmente conquistando la regione.

Un aspetto fondamentale nella ricerca di invarianti e trasformazioni è legato alla guerra come fattore di accumulazione capitalistica. Le guerre di oggi non sono più in grado di rimpinguare le casse statali come al tempo di Eisenhower, al contrario esse rappresentano una dissipazione di capitali. Nell'immediato, per risolvere l'intricato affaire Siria, sarà raggiunto un accordo a tavolino affinché si proceda al massacro delle popolazioni locali e, soprattutto, si facciano fuori le forze armate islamiche attive sul campo. L'intervento in Iraq era stato pianificato e studiato, ma già allora la strategia di attacco aveva dimostrato una totale ignoranza rispetto al territorio e alla popolazione; basti pensare che gli Stati Uniti avevano scambiato per contadini una popolazione di beduini urbanizzati e preparati dal punto di vista della difesa. Gli USA hanno il fiato corto e non sono in grado di gestire la situazione che si sta delineando a livello mondiale.

In questi giorni in Rete stanno circolando foto, articoli e video riguardanti le rivolte che sono esplose simultaneamente in Romania, Turchia e Messico. In Romania la miccia che ha innescato l'esplosione sociale è il progetto, disastroso dal punto di vista ambientale, di aprire una miniera d'oro: solo a Bucarest sono scese in piazza ventimila persone. In Turchia, durante le manifestazioni in ricordo dei ragazzi morti negli scontri in difesa del Gezi park, ci sono stati nuovi scontri con la polizia ed un ragazzo è morto, colpito alla testa da un lacrimogeno. Questo fatto ha riacceso la lotta a Istanbul e nelle maggiori città turche. In Messico centinaia di insegnanti e studenti sono scesi in piazza contro il progetto di privatizzazione della scuola pubblica, anch'essi sono stati repressi duramente dalle forze dell'ordine in assetto di guerra.

C'è un nesso tra l'incapacità dell'imperialismo di controllare il mondo e il diffondersi delle rivolte globali. I dati reali ci mostrano un modo di produzione non più in grado di reggere al proprio peso, e il mondo inizia a fare i conti con quello che potrebbe essere e invece non è. All'interno del sistema capitalistico non circola più linfa vitale e tantomeno briciole corruttrici per il proletariato. Il sistema dell'1% vive alla giornata e l'unica prospettiva è difendere con la forza i privilegi conquistati.

A proposito di 99%, Occupy ha subito una ritrazione generale ma la matrice resta visibile e valida in ogni manifestazione sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Il rifiuto della forma dominante ha portato il movimento a ripiegare su di un aspetto sociale in grado di intervenire nell'emergenza (Occupy Sandy), senza però riuscire a fare il salto verso un'organizzazione centralizzata. Comunque, nonostante gli alti e i bassi, il movimento anticapitalista americano ha tracciato un punto di non ritorno. Le modalità organizzative riprese nelle lotte sindacali da 99 Pickets line e dai precari dei Fast Food, non potranno che essere il punto di partenza per tutti i movimenti a venire, in America e nel Vecchio continente. Quanto sta succedendo in Bulgaria è forse un'anticipazione? Dopo le dimissioni del governo sull'onda delle imponenti proteste di piazza, prosegue la mobilitazione in tutto il paese con milioni di persone che hanno come unico obiettivo affossare il nuovo governo. In Bulgaria il "movimento" è anonimo e organizza le mobilitazioni via Web: preleva, cancella e immette informazione nella Rete in feedback con gli altri network globali. Occupy è uno spettro che si aggira per la Rete e anche la Cina comincia a temere il contagio: è stata varata recentemente una legge che prevede di governare il flusso informativo dei social network, in particolare di Twitter. Se un tweet viene ritwittato per 500 volte consecutive, l'autore rischia fino a 3 anni di carcere. Secondo la Corte Suprema Cinese la normativa ha il solo scopo di punire chiunque metta in circolo affermazioni o notizie false in grado di "creare scompiglio in rete o far nascere proteste". Non bisogna essere esperti di social network per capire la difficoltà degli Stati nel controllare mezzi come Twitter o Facebook. Il fenomeno è ormai generale, irreversibile ed incontrollabile. Nell'era dell'informatica, ricercatori come Cory Doctorow dimostrano che quando viene prodotto un software utile ad una qualche funzione di blocco, ne nasce in risposta un altro in grado di aggirarlo.

Siamo quindi passati a discutere di informatica e nuove tecnologie, in particolare del recente acquisto da parte di Microsoft del colosso della telefonia Nokia. Doctorow sostiene come alle potenzialità della macchina universale le aziende stiano contrapponendo strumenti da utilizzare per funzioni ridotte e separate. Dal potenziale computer universale (General purpose) che le tecnologie consentirebbero, siamo costretti dalle leggi di mercato ad utilizzare macchine limitate, circoscritte al proprio hardware e a poche funzioni. L'effetto è duplice: limitare lo sviluppo delle tecnologie e circoscrivere l'hardware a poche funzioni, obbligando i consumatori ad acquistare un flusso continuo di merci attraverso il versamento di un canone a vita. Le merci continue tendono a soppiantare quelle discrete e l'unico modo per difendere questo meccanismo è frenare la forza produttiva sociale, costringendola in sistemi chiusi. Di sicuro questa si ribellerà, come è sempre accaduto nella storia, e troverà i modi per rivelarsi. Probabilmente Microsoft sarà costretta a rilanciare sistemi aperti come ha fatto con il personal computer, puntando ad una computer universale che meglio supporti la spinta all'integrazione di più tecnologie. Le forze produttive materiali spingono per la realizzazione di una macchina universale simile al cervello umano. Krugman in un articolo pubblicato sul New York Times e tradotto sul Sole 24 Ore non esita a riconoscere la tendenza "open" di Microsoft e "close" di Apple prendendo direttamente posizione rispetto alle capacità di rinnovarsi da parte dell'azienda Microsoft.

In un articolo di Stefan Meretz pubblicato sul blog P2P Foundation si afferma che "nella storia non si è mai posta la questione del potere prima che un nuovo modo di produzione fosse pronto a rimpiazzare il precedente". Nonostante nell'articolo manchi l'aspetto politico, ovvero la necessità della rottura rivoluzionaria, chi lavora alla produzione P2P si rende conto della potenza del "sistema" e comincia a domandarsi se un nuovo modo di produzione possa da esso emergere. Anche Kevin Kelly in Out of control mostra come la tecnologia sia collegata all'evoluzione umana e con essa co-evolva, gli fa eco Giuseppe Longo dalle pagine di Repubblica: "Si dice spesso che la tecnologia disumanizza. Non sono d'accordo, per la semplice ragione che l'uomo è naturalmente tecnologico: ovvero concepisce degli strumenti che a loro volta retroagiscono su di lui cambiandolo. Da qui, anche, i problemi: perché di sicuro l'uomo col computer non è uguale all'uomo senza computer. La tecnologia non ci lascia indenni". Edward O. Wilson nel libro La conquista sociale della Terra collega il principio eugenetico di socialità all'evoluzione umana, per cui la cooperazione e il mutuo appoggio sarebbero tratti distintivi dell'evoluzione sociale dell'uomo, smantellando il darwinismo genetista e competitivo. Attorno allo sviluppo delle nuove scienze, risultato del collegamento di diverse conoscenze (informatica, entomologia, teoria delle reti, biologia) sta sviluppandosi un vero e proprio ambiente che sollecita gli scienziati ad interrogarsi sul futuro prossimo di questo sistema sociale.

In conclusione, si è accennato a quanto accade a livello governativo in Italia dove, il disfacimento politico in corso, è un fenomeno riconducibile ad un più ampio collasso dei rapporti nella società civile. Il Movimento 5 Stelle è stato rapidamente triturato dalla macchina parlamentare e, dalle dichiarazioni guerrafondaie di Grillo per cui il Parlamento doveva essere raso al suolo, si è passati a difendere Costituzione e Parlamento come premesse necessarie al "buon governo". Quanto sta accadendo in questi giorni, con il tira e molla sulla decadenza di Silvio Berlusconi dall'incarico di senatore, rispecchia l'incapacità di poter gestire la situazione economica e sociale a venire. La "gente" è nauseata e stanca di questo vecchiume e il "nuovo" rappresentato dai grillini è già da rottamare. Per non parlare del rottamatore fiorentino che, se fosse coerente, dovrebbe auto-rottamarsi. Il cadavere ancora cammina: il segretario della Fiom intervenendo ad un'assemblea a Roma ha dichiarato che "se è necessario occupiamo le fabbriche. Non siamo più disponibili a firmare accordi che le chiudano. Metteremo in campo gesti di difesa totale dei posti di lavoro". All'assemblea romana erano presenti Vendola, Rodotà, Ingroia e Zagrebelsky, tutti attivi nella formazione di un "nuovo" soggetto politico. Questi personaggi hanno perso il contatto con la realtà e nel tentativo di conservarla non possono fare altro che cadere in un idealismo fuori tempo. L'occupazione delle fabbriche c'è già stata e la nostra corrente è stata chiarissima in merito: durante il Biennio rosso si dovevano occupare questure e prefetture, non le fabbriche, e infatti Giolitti non assecondò gli industriali che volevano sgombrarle. Il sindacato non ha più le forze materiali per permettersi un'occupazione generalizzata degli stabilimenti: manca la materia prima, ovvero reparti di operai inquadrati sindacalmente. La proposta di bonzi sindacali e costituzionalisti rappresenta il disperato tentativo di spegnere la lotta di classe rinchiudendola nell'anti-storica difesa dei posti di lavoro. Da parte nostra, difendiamo caparbiamente "la situazione futura di un ridotto tempo di lavoro a fini utili alla vita e lavoriamo in funzione di quel risultato dell'avvenire, facendo leva su tutti gli sviluppi reali. Quella conquista, che sembra miseramente espressa in ore e ridotta ad un conteggio di tipo sindacale, rappresenta una gigantesca vittoria, la massima possibile, rispetto alla necessità di lavoro che tutti schiavizza e trascina" (da un testo della Sinistra comunista, 1953).

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