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  • Resoconto teleriunione  9 settembre 2014

Tamburi di guerra

La discussione di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, si è aperta con il commento di un articolo tratto dalla rivista La Civiltà Cattolica, Fermare la tragedia umanitaria in Iraq, sulla guerra in Medio Oriente e oltre. I fatti di Iraq e Siria, dove le pulizie etniche non sono legate solamente ad aspetti locali ma rappresentano piuttosto un fenomeno in crescita, sono il risultato di un salto di qualità delle dinamiche in atto a livello mondiale. I gesuiti, in questo momento, sembrano tra i pochi ad avere una visione chiara di quanto sta accadendo e parlano con cognizione di causa di Terza Guerra Mondiale. Se la Chiesa in passato aveva condannato i bombardamenti in Iraq e Afghanistan, e più recentemente quelli in Siria, ora si pone diversamente rispetto alla necessità di bloccare l'avanzata del Califfato islamico, rigettando "un pacifismo imbelle e ingenuo al fine di condannare un militarismo che assolutizza l'efficacia della violenza".

A lanciare l'allarme, su un altro versante (ma non troppo), ci prova anche Ezio Mauro con l'editoriale L'Occidente da difendere. Di fronte allo scenario drammatico per cui "una parte sempre più larga di popolazione ha la sensazione davanti alle crisi che il mondo sia fuori controllo", il direttore di Repubblica si mette l'elmetto in testa e afferma con decisione che "l'Occidente oggi va difeso, con ogni mezzo, da chi lo condanna a morte."

Il fronte ucraino continua ad essere fonte di grande impegno per le diplomazie internazionali. Nonostante il cessate il fuoco, che nella guerra moderna serve in realtà non tanto ad una vera e propria tregua quanto a riprendere energie per nuove battaglie, sono molte le forze in movimento (soprattutto quelle nazionaliste ucraine) a spingere per il proseguimento del conflitto. Fino a che punto potrà arrivare la contrapposizione tra Nato e Russia? L'escalation dello scontro sembra inevitabile. Putin non può cedere senza ottenere una contropartita ma, allo stesso tempo, non può isolare del tutto il Paese dall'Occidente.

La guerra nell'est Europa ha generato, fin dagli scontri di piazza Maidan, partigianerie di ogni tipo ma anche un imperdonabile quanto errato indifferentismo. L'esito di ogni conflitto ha influenza sulla prospettiva storica della rivoluzione e per tal motivo sarebbe sbagliato – al pari, s'intende, dello schierarsi per l'una o l'altra parte – non darvi la dovuta importanza. Scriveva la nostra corrente nel n° 3 di Prometeo, nel 1946:

"Noi affermiamo senz'altro che alle diverse soluzioni non solo delle grandi guerre interessanti tutto il mondo, ma di qualunque guerra, anche più limitata, hanno corrisposto e corrisponderanno diversissimi effetti sui rapporti delle forze sociali in campi limitati e nel mondo intiero, e sulle possibilità di sviluppo della azione di classe. Di ciò hanno mostrato l'applicazione ai più diversi momenti storici Marx, Engels, Lenin, e nella elaborazione della Piattaforma del nostro movimento se ne deve dare continua applicazione e dimostrazione." (Le prospettive del dopoguerra in relazione alla piattaforma del partito)

Anche la guerra alla povertà sta prendendo nuove forme, trasformandosi in guerra ai poveri. Interessanti le analogie e le differenze tra la rivolta di Ferguson (#MikeBrown) in Missouri e i fatti occorsi nel rione Traiano a Napoli (#DavideBifolco), mentre rappresentano una verifica sperimentale della legge della miseria crescente i dati forniti da Ilo, Ocse e Banca Mondiale in un documento (G20 labour markets: outlook, key challenges and policy responses) preparato per il summit di Melbourne in cui si stima che i "lavoratori poveri", cioè quelli che vivono con meno di 2 dollari al giorno nelle economie emergenti, sono 447 milioni.

La teleconferenza si è chiusa con un accenno alle recenti manifestazioni operaie in Turchia, al #FastFoodStrike del 4 settembre negli Stati Uniti e ad alcuni processi di autorganizzazione in corso in Italia. E' stato inoltre segnalato un curioso articolo di The Guardian intitolato Spain prepares for an autumn of discontent by buying €1m of riot gear.

 

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    I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche che trasportano il 90% del traffico Internet globale e risultano sempre più vulnerabili ad attacchi e incidenti, come dimostrato dalla rottura simultanea di quattro collegamenti nel Mar Rosso nel febbraio 2024, che provocò gravi disservizi tra Europa, Africa e Asia. Il Corriere della Sera titola un suo articolo "Hormuz, il nuovo fronte sono i cavi sottomarini in fibra ottica: la strategia dell'Iran e l'incubo della «catastrofe digitale»" (Giusi Fasano):

    "Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell'Intelligenza artificiale negli Emirati e l'Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa."

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