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  • Resoconto teleriunione  19 marzo 2019

La dialettica corazza-proiettile

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 12 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sui fatti francesi di cui si è accennato anche durante l'ultimo incontro redazionale.

Sabato 16 marzo i gilet jaunes sono scesi nelle strade per l'#ActeXVIII, scontrandosi violentemente con la polizia. A Parigi le manifestazioni sono sfociate nel saccheggio di diversi negozi di lusso lungo gli Champs-Élysées.

Rispetto ai movimenti di piazza, esistono differenze significative tra Francia e Italia: mentre la prima ha un'infrastruttura statale piuttosto rigida e perciò fatica a controllare il dissenso, nella penisola i gilet gialli siedono in parlamento dato che la borghesia locale, per condizioni geostoriche del tutto particolari, è riuscita a "parlamentarizzare" la protesta nata dal basso. Niente di cui stupirsi, è nato in Italia e non altrove l'opportunismo trasformista. Il M5S, una volta andato al governo, non è riuscito a fare granché, finendo per omologarsi a quel sistema che voleva stravolgere. Il vuoto lasciato nelle piazze sarà riempito da altre forze, solo che la carta parlamentare ormai è stata giocata.

La situazione francese, dopo le manifestazioni di sabato scorso, si va facendo sempre più tesa, tanto che il ministro degli interni Castaner ha affermato che "le persone che hanno commesso questi atti", riferendosi ai danneggiamenti nel centro di Parigi, "non sono né manifestanti né teppisti: sono assassini". Evidentemente, in questi mesi di proteste ricorrenti è avvenuta una sorta di selezione per cui coloro che continuano a riempire le strade e le piazze sono i più determinati, e di conseguenza l'intervento dello stato si fa più deciso. L'evoluzione parallela proiettile-corazza spiegata da Engels (il proiettile diventa più potente, la corazza diventa più spessa in una corsa che non ha fine) non riguarda solo le contestazioni in Francia, ma anche quelle in Serbia, Bulgaria, Sudan e Algeria.

La fibrillazione mondiale è legata alla polarizzazione della ricchezza che spinge le mezze classi rovinate, quelle che vedono pesantemente intaccato il livello di vita precedente, a muoversi caoticamente. Con l'avanzare della crisi la piccola-borghesia, che nei periodi di boom economico era il cuscinetto tra le due grandi classi, borghesia e proletariato, si è trasformata in vaso di coccio tra vasi di ferro. Nel filo del tempo "Fiorite primavere del Capitale" si afferma che molto spesso in prima fila ci sono proprio coloro che non beneficiano direttamente dei risultati della rivoluzione. La composizione dei manifestanti francesi è estremamente variegata sia a livello di classe che a livello politico; alle proteste partecipano bottegai in bancarotta, commercianti schiacciati dalle tasse e proletari, così come componenti di opposto orientamento o apolitiche. Durante la gestazione del fascismo, come abbiamo visto nell'articolo "La socializzazione e il comunismo", era attiva in Italia tutta una serie di movimenti, tra cui quello dannunziano, i quali a seconda di quanto succedeva oscillavano a destra oppure a sinistra; poi, nel corso degli anni '20 tali forze vengono tutte inglobate all'interno dello stato corporativo. La grande differenza tra oggi e quegli anni risiede proprio nell'incapacità degli stati moderni di cooptare gli attuali movimenti di lotta, incapacità dovuta alla dissoluzione in corso delle stesse strutture statali ("Lo Stato nell'era della globalizzazione").

Sempre in Francia ha avuto luogo, lo scorso 19 marzo, lo sciopero generale del settore pubblico e privato, dichiarato dai sindacati Cgt e Force Ouvrière, che si sono ritrovati fianco a fianco dopo lungo tempo. Tema di fondo della mobilitazione la lotta alla riduzione del potere d'acquisto. Si tratta di un chiaro tentativo delle organizzazioni sindacali di non farsi sfuggire di mano la situazione. Nei cortei a Parigi, Nantes e Bordeaux si sono visti striscioni sindacali, ma anche tanti manifestanti con indosso i gilet gialli. I sindacati sono costretti ad accodarsi alle proteste, come già successo in Turchia, Usa, Egitto. E in Algeria, dove le manifestazioni continuano ed il 19 marzo scorso centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Algeri; il presidente Bouteflika ha congelato le elezioni rinviandole a data da destinarsi con l'intenzione di aprire un dibattito nazionale, la stessa proposta lanciata da Macron e a cui gran parte del movimento francese ha voltato le spalle. I tentativi di lanciare delle liste di gilet gialli per le prossime elezioni europee sono iniziative circoscritte a cui la maggioranza del movimento guarda con sospetto. E' come se, quasi inconsapevolmente, si fosse intuito che la via del dialogo e delle trattative con il governo è senza sbocchi. Questi movimenti anti-stato sono più razionali di chi tenta di cavalcarli a fini politico-istituzionali.

Da segnalare che a Parigi hanno partecipato ad alcune assemblee dei "gilet gialli" i giovani delle periferie. D'altronde, i banlieusard vivono quotidianamente il livello di repressione che hanno subito in questi mesi i manifestanti. Sembra tra l'altro che contro quest'ultimi la polizia francese stia usando gas particolarmente nocivi, vietati in altri paesi. Oltre alle manifestazioni del sabato, continua anche l'organizzazione di presidi stabili nei pressi di grandi rotatorie stradali che, se sgomberati, si riformano diventando nodi di una rete nazionale. La pratica dei blocchi, una costante almeno dal movimento argentino dei piqueteros, è diventata corrente anche in Francia, utilizzata qualche anno fa dai camionisti che riuscirono a congestionare pesantemente il traffico. Da ricordare che anche Occupy Wall Street aveva bloccato i porti della West Coast e il ponte di Brooklyn a New York.

Più in generale, possiamo affermare che il movimento francese è il risultato di processi di immiserimento sociale innescati dalla troppa produzione e dal troppo capitale. La Francia ha una struttura economica da capitalismo ultramoderno con un Pil composto per l'1,7% dai proventi dell'agricoltura, per il 19.5% dall'industria e per il 78.8% dai servizi. Quando giganteggia il lavoro nel terziario rispetto a quello nell'industria, vuol dire che la socializzazione del lavoro si è sviluppata a tal punto da pervadere tutta la società, attraverso reti, sensori di ogni tipo e social network ("Marcati sintomi di società futura").

A parte l'aspetto puramente economico, che è sicuramente importante, bisogna tener presente anche quello della vita senza senso. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza contro il cambiamento climatico (#GlobalStrikeForFuture), ma le motivazioni reali che li fanno muovere sono da ricercarsi nell'insopportabilità della vita nel capitalismo.

La prima grande rivoluzione dalle società comunistiche originarie alle società di classe è un'immagine speculare della transizione che stiamo vivendo, quella verso la società futura. I vecchi rapporti di produzione entrano in crisi nel mentre si sviluppano nuovi rapporti sociali. Studiare le transizioni del passato non è faccenda da intellettuali, ma da militanti che vogliono capire cosa succederà nel futuro. Nick Dyer-Witheford nel saggio "Red Plenty Platforms", parlando di abbondanza rossa, racconta di come la forza produttiva sociale, liberata dalle catene capitalistiche, possa essere adoperata fin da subito per un progetto metabolico di specie. Le rivoluzioni non avvengono perché le masse hanno chiaro dove stanno andando, ma perché nuove strutture materiali rompono con la vecchia forma. Dal "Tracciato d'impostazione" (1946):

"Rivoluzionari (e adotteremo il termine provvisorio di antiformisti) sono i movimenti che proclamano ed attuano l'assalto alle vecchie forme, ed anche prima di saper teorizzare i caratteri del nuovo ordine, tendono a spezzare l'antico, provocando il nascere irresistibile di forme nuove. Conformismo - Riformismo – Antiformismo."

In chiusura di teleconferenza, si è ripreso l'articolo "Imperialismo in salsa cinese" alla luce di alcuni dati tratti dall'ultimo numero dell'Economist. Ora si scopre che nell'ultima decade sono 30 milioni all'anno i turisti cinesi che hanno viaggiato all'estero e quindi hanno speso soldi fuori dai confini nazionali, cominciando a mettere in pericolo la bilancia dei pagamenti: "Nel 2018 la Cina ha avuto un deficit di 240 miliardi di dollari nel turismo, il più grande finora". Secondo Morgan Stanley entro la fine di questo anno Pechino potrebbe essere in deficit commerciale, con conseguenze tremende per gli Stati Uniti e per un mondo che non è ancora uscito dalla crisi del 2008. Si sta sgretolando la simmetria tra il surplus cinese e il debito americano e non c'è più la complementarietà per cui uno esporta le merci che l'altro semplicemente importa. The Economist, che è la voce ottimistica del capitalismo liberale, afferma che Pechino dovrebbe modernizzare il suo assetto finanziario, aumentando i consumi interni e diventando un paese capitalistico come gli altri. Solo che per fare questo dovrebbe rientrare dai prestiti fatti agli Usa, ma ciò è impensabile: le cifre in ballo sono troppo grosse e tali manovre molto probabilmente farebbero saltare l'economia mondiale. In Europa l'economia mostra un andamento sincronico per quanto riguarda il deficit dei singoli stati. Siccome tutti i paesi hanno cercato di stimolare l'economia con gli investimenti in deficit spending, sperando di recuperare successivamente attraverso il famigerato moltiplicatore keynesiano, il meccanismo non funziona più e lo zombie capitalistico non reagisce agli stimoli.

Le cause antagonistiche che hanno rappresentato un freno alla caduta del saggio di profitto si sono trasformate nel loro contrario portando ad un aggravamento della caduta del saggio stesso.

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