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  • Resoconto teleriunione  23 novembre 2021

Riconoscere i saggi di futuro

La teleconferenza di martedì sera, presenti 18 compagni, è iniziata commentando alcune notizie provenienti da Cadice, nel sud-ovest della Spagna.

Nella cittadina andalusa lo scorso 16 novembre è iniziato uno sciopero ad oltranza che ha coinvolto circa 20mila lavoratori del settore metallurgico dell'area portuale, la cosiddetta "Baia". Al centro dello scontro, il mancato rinnovo del contratto scaduto nel dicembre del 2020: di fronte alla richiesta dei sindacati di un aumento salariale del 2% per l'anno in corso, del 2,5% per il 2022 e del 3% per il 2023, gli industriali hanno opposto una cifra compresa tra lo 0,5% e l'1,5%, e l'intensificazione dei tempi di lavoro e del livello di sfruttamento.

Cadice ha circa 120 mila abitanti, un tasso di disoccupazione del 25%, ed è una delle provincie più povere della Spagna. La sua storia industriale è legata alla cantieristica e alla metallurgia, settore da cui è partita la mobilitazione che poi si è estesa rapidamente a tutta la città dove da diversi giorni si susseguono scontri con la polizia (in rete circolano video e immagini di mezzi blindati delle forze dell'ordine schierati nei quartieri). L'organizzazione territoriale, fuori dalle anguste mura aziendali, riemerge quando si determinano elevati livelli di conflitto: la manifestazione è andata un po' oltre la classica dinamica sindacale, ed infatti si sono formate assemblee nei quartieri a cui partecipano studenti e disoccupati. Una lotta rivendicativa sindacale "classica" porta alla trattativa, ai tavoli di concertazione e alla disfatta del movimento; al contrario una lotta territoriale può passare di livello. Nei prossimi giorni sono previste manifestazioni di solidarietà in altre città spagnole, compresa Madrid. Gli stessi leader sindacali denunciano una diffusa percezione di perdita del futuro da parte degli operai e dei loro alleati. Vedremo come evolve la situazione, ma di sicuro la lotta dei metallurgici di Cadice è un saggio di futuro: dallo sciopero ad oltranza, alle migliaia di senza riserve in piazza, al legame con la popolazione, fino all'organizzazione di fabbrica che dà la sua impronta al tutto.

Recentemente mobilitazioni e scontri hanno coinvolto anche le città di Rotterdam, L'Aja e Bruxelles, dove oltre 30 mila persone sono scese in piazza contro le varie misure di lockdown; a Vienna, Zagabria, Belfast e Sydney in 10 mila hanno manifestato contro le restrizioni anti-Covid. La temperatura sociale sale e ormai la questione "green pass" sta passando in secondo piano per lasciare spazio alla rabbia contro i governi. Gli atomi sociali fibrillano e nel caos dilagante si possono intravedere tendenze contrastanti, alcune ancorate al passato, altre tese verso il futuro.

Ci sono manifestazioni reazionarie, ad esempio quelle a difesa della Costituzione, quelle che invocano la sovranità popolare o che negano l'esistenza della pandemia, o quelle che in nome della "libertà di scelta" antepongono su tutto l'interesse individuale. Ci sono poi lotte per la difesa del futuro, come gli scioperi spontanei che a marzo del 2020 hanno colpito tutta la Penisola al grido di "non siamo carne da macello", organizzati per denunciare la situazione dei contagi nelle fabbriche e le condizioni di migliaia di lavoratori e dei loro famigliari che di virus si ammalano e muoiono. Mentre i sindacati temporeggiavano, Confindustria di Bergamo diffondeva un video per rassicurare i partner stranieri dal titolo "Bergamo is running". Quelle mobilitazioni erano a difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, messe a repentaglio dalle esigenze di valorizzazione del Capitale. Un fenomeno interessante quanto inedito sta colpendo il mercato del lavoro, quello della #GreatResignation. Prima negli Usa, poi in altri paesi, milioni di persone (20 solo negli Stati Uniti) hanno lasciato la propria occupazione negli ultimi mesi. C'è chi comincia a parlare di rifiuto di massa del lavoro.

La corrente a cui facciamo riferimento, la Sinistra Comunista "italiana", afferma che bisogna saper riconoscere il comunismo nello sviluppo delle forze produttive, nei marcati sintomi di società futura, nella negazione delle categorie capitalistiche. Allo stesso tempo, è fondamentale riconoscere la controrivoluzione. In giro ci sono partigiani disposti a intrupparsi nei fronti borghesi, no-pass o si-pass. Entrambe le fazioni, apparentemente contrapposte, sono unite dalla comune volontà di tenere aperte le fabbriche, gli uffici e i negozi, in modo da poter tornare alla normalità... capitalistica.

I comunisti, invece, sono una voce aliena che dal futuro chiama a raccolta contro il capitalismo.

Volendo fare un po' di complottismo, attività oggi molto in voga, potremmo dire che la lotta contro il "green pass" è una grande operazione di distrazione di massa, al fine di frenare il sopraggiungere di ciò che la classe dominante teme di più, ovvero lo scoppio della lotta di classe. Detto questo, le manifestazioni di queste settimane, capitanate da alcune componenti delle mezze classi in crisi, non ci vedono indifferenti poiché sono l'annuncio di ben altri sommovimenti.

L'OMS prevede che l'Europa supererà i 2,2 milioni di morti entro marzo (in Germania, Olanda e Austria le terapie intensive sono già piene). Si prospetta una situazione catastrofica, non solo dal punto di vista degli effetti della pandemia ma anche da quello della tenuta degli Stati, sempre più in difficoltà nel controllo del fatto sociale e incapaci di contrastare il caos crescente. Abbiamo affrontato l'argomento in diversi articoli pubblicati sulla nostra rivista: "Lo Stato nell'era della globalizzazione", focalizzato sulla crisi epocale degli stati nazionali di fronte al fenomeno di socializzazione del lavoro su scala globale; "Il secondo principio", un'analisi generale dell'entropia del sistema e del nesso tra l'incapacità del capitale di accumulare e la disgregazione delle vecchie sovrastrutture; "Contributo per una teoria comunista dello Stato", in cui in un'ottica più generale abbiamo cercato di inquadrare genesi e sviluppo storico dello Stato, destinato ad estinguersi così come la proprietà privata, la famiglia e tutte le categorie proprie delle società divise in classi. Lo Stato lascerà il posto a un organismo "che svolge la difesa della specie umana contro i pericoli della natura fisica e dei suoi processi evolutivi e probabilmente anche catastrofici" (Tesi di Napoli, 1965).

Lo stato cinese sta prendendo delle contromisure. A Pechino fra l'8 e l'11 novembre si è tenuto il sesto plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che ha confermato di fatto Xi Jinping come presidente a vita. Alla guida della riunione della Commissione centrale per gli affari finanziari ed economici, la massima autorità cinese ha riaffermato la necessità di promuovere la "prosperità comune", e l'importanza degli sforzi nel perseguire lo sviluppo di alta qualità e il coordinamento del lavoro al fine di evitare i principali rischi finanziari ed economici.

Xi Jinping tenta di contrastare i rischi legati alle disparità sociali, dato che "alcuni Paesi sono divisi tra ricchi e poveri e la classe media è crollata, portando allo strappo sociale, alla polarizzazione politica e al populismo". Il paese deve "assolutamente evitare" scenari simili e "promuovere la prosperità comune fino all'armonia e alla stabilità sociale." (Ansa.it)

La Cina deve scongiurare l'emergere di movimenti antigovernativi al suo interno, e per questo tenta di controllare il Capitale e di non farsi fagocitare dallo stesso. Le ultime manifestazioni in Olanda, Austria, Italia sono espressione di un malessere generale, in particolare della classe media, che è sempre stata il baricentro del sistema, il cuscinetto tra borghesia e proletariato. Xi Jinping vuole evitare la formazione di tali polarizzazioni, rilanciando l'economia interna, in primis i consumi, e controllando maggiormente i grandi conglomerati, soprattutto quelli che lavorano con i big data. Se la Cina, come annunciato, effettuerà un downgrade, il resto del mondo ne subirà sicuramente le conseguenze.

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