Certo, capi non ce n'erano ma era comunque presente una qualche forma di centralizzazione (l'hub di New York era quello più influente), la stessa che vediamo emergere dai sistemi complessi.
La blockchain, una tecnologia di registro distribuito che consente la gestione condivisa di dati e informazioni attraverso la rete, è oggi utilizzata prevalentemente per finalità capitalistiche (criptovalute, finanza, ecc.), ma potrebbe un domani trovare applicazioni diverse. Vi è chi sostiene che le Decentralized Autonomous Organization (DAO), basate su tecnologia blockchain, presentino caratteristiche affini al rizoma: assenza di gerarchie formali, governance decentralizzata e forte interconnessione tra i nodi.
Sul tema della blockchain abbiamo svolto una relazione durante il 61° incontro redazionale (2016), intitolata "Lezioni di futuro", prendendo spunto da una serie di opuscoli pubblicati dal Sole24Ore. L'argomento merita di essere ripreso e approfondito collettivamente, se non altro per le connessioni tra questo tipo di tecnologia, la dissoluzione della forma capitalistica e l'emergere della società futura.
Sulla base della relazione redazionale è stato elaborato il semilavorato "Blockchain: un sistema decentrato e disintermediato per lo scambio tra pari", nel quale si accenna al processo che ha portato alla nascita e allo sviluppo di un sistema di contabilità basato sull'impiego di gettoni di argilla, ossia segni destinati a rappresentare quantità fisiche. Le società mesopotamiche del VI e VII millennio a. C. avevano superato la conoscenza analogica, tipica delle società di cacciatori e raccoglitori, per approdare a quella digitale, necessaria per l'agricoltura e la gestione dei magazzini. Il problema di numerare, di digitalizzare il continuo, si fece più pressante quando iniziarono gli scambi tra comunità, soprattutto con la nascita delle classi e dello Stato.
Oggi siamo arrivati alla digitalizzazione di ogni attività ("Il gemello digitale"): la raccolta di masse enormi di dati serve per scopi commerciali e militari, ma in futuro potrebbe essere utile per conoscere meglio noi stessi e il pianeta in cui viviamo. I dati sono informazione, linguaggio, segno, cioè mezzi di produzione che hanno permesso all'uomo di diventare ciò che è. Nel semilavorato abbiamo scritto:
"In qualche modo la società comunistica ha bisogno di conoscere sé stessa ed escogita il metodo adatto realizzando lo strumento che le è utile per risolvere un problema contingente, inventando come risultato finale la scrittura, la matematica e l'economia. Questa premessa è importante perché ci dà la chiave per comprendere la portata dirompente non tanto dei bitcoin o più in generale delle monete peer-to-peer ma della tecnologia che ne sta alla base: la blockchain."
Qualsiasi tipo di denaro/moneta, sia esso fisico o digitale, rappresenta il valore sociale prodotto, ma non ha certo il potere di "crearlo". La borghesia, in quanto classe, non può ammettere la transitorietà della propria forma sociale; eppure alcune sue componenti sono arrivate a teorizzare la necessità di spersonalizzare e demonetizzare gli scambi interni alla società, riconducendo il "valore" dei prodotti e della forza lavoro a una quantità misurabile di energia ("Dimenticare Babilonia"), come avvenuto nel caso dei tecnocrati americani negli anni '20.
La digitalizzazione della società ha portato con sé il fenomeno della gamification, ovvero l'utilizzo di elementi propri del gioco in contesti non ludici. Questa strategia, ad esempio, rende più coinvolgente e divertente l'utilizzo dei media digitali; non a caso, i capitalisti tecnologicamente all'avanguardia vorrebbero rendere "ludici" i luoghi di lavoro, coinvolgendo maggiormente i lavoratori al fine di aumentarne la produttività. Alessandro Baricco, nel saggio The Game, osserva come la digitalizzazione della società comporti la disintermediazione, e cioè il superamento degli intermediari tradizionali, determinando un profondo cambiamento delle strutture organizzative e, di conseguenza, dei rapporti sociali.
La teleriunione è quindi proseguita con un accenno agli sviluppi geopolitici e tecnologici più recenti, osservando come gli equilibri mondiali siano in trasformazione e come questo comporti conflitti di varia natura.
L'ultimo numero di Limes, intitolato "Il tempo della Cina", si interroga sul ruolo del paese asiatico in un mondo multipolare, mettendo in luce la sua ritrovata potenza ma anche i problemi interni, tra cui una "gioventù sempre meno attratta dal regime, sempre più desiderosa di vivere un benessere che i nonni e i padri non hanno mai conosciuto." Secondo gli "esperti" di geopolitica, o si trova un accordo tra le potenze capitalistiche, oppure c'è il rischio di un conflitto nucleare.
Ma questo modo di produzione è intrinsecamente entropico: non è possibile risolvere le contraddizioni che genera adoperando le sue stesse logiche. La guerra rappresenta l'unica via percorribile per un sistema votato per sua natura al disequilibrio.
Pechino sta investendo ingenti risorse nella produzione di microchip, strumenti fondamentali sia per l'industria civile sia per quella bellica. Questi dispositivi vengono realizzati tramite processi chimici e fisici molto complessi e la loro produzione richiede macchine estremamente sofisticate e costose, possedute da poche grandi aziende come ASML, TSMC e Nvidia (progettazione). Secondo l'agenzia Reuters, la Cina avrebbe sviluppato una tecnologia avanzata per produrre chip di fascia alta, puntando a raggiungere l'indipendenza tecnologica dall'Occidente: in un laboratorio ad alta sicurezza di Shenzhen, è stato realizzato un prototipo sperimentale di una macchina per la litografia a ultravioletti estremi nota come EUV (Extreme Ultraviolet Lithography), una tecnologia chiave per la produzione dei chip più avanzati, fino a questo momento monopolio della multinazionale olandese ASML.
In chiusura di teleconferenza si è accennato alle recenti proteste scoppiate in Iran, dove in seguito ad una pesante crisi economica sono scesi in strada per primi i commercianti (bazari) della capitale e poi gli studenti. Oggi l'Iran è il mondo: una polveriera pronta ad esplodere.

