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  • Resoconto teleriunione  19 gennaio 2016

"Inquietanti parallelismi"

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata dal commento di una serie di dati macroeconomici.

Di fronte ai vistosi crolli delle borse e all'inesorabile calo del prezzo del petrolio, si moltiplicano gli appelli allarmanti di economisti ed esperti. In un'intervista a Repubblica Nouriel Roubini, l'economista statunitense che aveva previsto la crisi del 2008, definisce quali inquietanti parallelismi la mancata crescita globale, il prezzo dei combustibili, la situazione della Cina e, per ultimo, un’Europa inesistente che brancola nel buio:

"Rispetto al 2008, quando furono le banche, sovraccariche di debiti, a cedere e aprire la crisi sistemica, gli istituti sono più capitalizzati in tutto il mondo. Bisogna allora tener d'occhio il mercato delle obbligazioni Usa, tanto importante quanto debole. È in corso una massiccia svendita di corporate bond legati appunto al settore energetico che rischia di destabilizzare il sistema. E' il più grande punto interrogativo del 2016. Nessuno sa quale sia il vero stato di salute reale del comparto, ma il settore energetico è esposto: bisogna vedere se siamo di fronte a una serie di fallimenti individuali o una vera 'epidemia' che avrà effetti sistemici e gravi."

 

Il guaio, per il capitalismo, è che non può ritornare a funzionare alla vecchia maniera: nella misura in cui l'attività economica produttiva si raffredda, i capitali si investono altrove, ad esempio nelle azioni, ma anche in titoli vari che, come s'è visto, impacchettano spazzatura. Non c'è da stupirsi se ogni tanto avviene qualche cancellazione di capitali in esubero. Che cosa succederà in futuro? Che i capitali se ne andranno in misura ancora maggiore di quanto non stiano già facendo non solo verso le borse ma soprattutto verso strumenti finanziari sofisticati, dietro ai quali non c'è nulla di concreto.

Spettacolo già visto. Solo che questa volta, essendo la seconda dopo una crisi che non ha modificato in nulla la predisposizione del Capitale a combinare disastri contro sé stesso, lo scoppio della bolla sarà molto più catastrofico. Qualcuno potrà dire: "ma che vuoi peggio di così?". Il peggio non finisce mai: potrebbe persistere un encefalogramma piatto del sistema economico, quindi una deflazione del 5 o 6%. Potrebbe formarsi una enorme sovrappopolazione assoluta che non riesce più a sopravvivere. Potrebbe verificarsi il collasso dei paesi emergenti, Cina e India in testa. La quantità di moneta "creata" in questa crisi è sfuggita al controllo, dato che nessuno sa dire a quanto ammonti il totale generale. Questo denaro fittizio però sta circolando, ma senza dirigersi verso la produzione. Che significa che la prossima bolla esploderà per gli stessi motivi che fecero esplodere quella vecchia più tutte le aggiunte enormi di capitale "creato" appositamente dagli Stati.

Attualmente i capitali non si indirizzano più verso il mattone o l'oro, e cioè verso la ricchezza materiale. Gli edifici privati non vengono più costruiti ex novo ma ristrutturati; le case risalenti all'epoca del boom degli anni 50'-60', essendo state costruite con criteri di speculazione, sono fatiscenti e cominciano a sgretolarsi. A questo si assomma una generazione precaria, disoccupata, ridotta a sovrappopolazione assoluta, che avrà pochissime possibilità di curare la manutenzione degli immobili.

Qualche giorno fa Oxfam ha diffuso uno studio in cui dimostra che la ricchezza prodotta è quasi tutta nelle mani di pochissimi individui, per la precisione 62. Questo il numero degli ultramiliardari che possiedono quanto 3,5 miliardi di persone. Ma una ripartizione dei redditi iniqua, seppur a tal livello, non fa notizia: produce qualche articolo indignato sui giornali, mentre la cosiddetta opinione pubblica permane nello stato di assuefazione che la vede ormai apatica di fronte ad un susseguirsi di eventi tragici. In un curioso articolo de La Stampa circa il funzionamento dei meccanismi automatici che governano le borse, si mette in luce come i software abbiano soppiantato gli uomini in un sistema dove non si sa bene chi comanda cosa:

"Dietro i crolli delle Borse e la grande volatilità che, come in questi giorni, caratterizza il mercato ci sono sempre più i sistemi automatici di trading, computer che attraverso sofisticatissimi algoritmi, implacabili, seguono regole stabilite a priori e danno il via a vendite spesso incontrollate e incontrollabili."

Da tutti i punti di vista, da qualunque angolazione lo si voglia prendere, il sistema risulta fuori controllo.

Guardando a quanto accade nella Penisola, ne è esempio l’evoluzione delle lotte dei facchini della logistica. Picchetti, presidi e blocchi si avvicendano: davanti ai magazzini della Bormioli di Fidenza, del Carrefour di Roma, del Penny Market di Desenzano del Garda e in tanti altri posti. In particolare alla Bormioli si sono avute cariche pesantissime da parte dei carabinieri con inseguimenti in tangenziale e fermi di lavoratori e solidali, in uno scenario al limite della guerriglia e per nulla consueto alle classiche vertenze sindacali.

Il settore della logistica è fondamentale per il commercio on-line, per il flusso costante di merci e di semilavorati; perciò la conflittualità crescente è fonte di grande preoccupazione per le forze di polizia. Uno sciopero coordinato negli interporti di Bologna, Milano, Roma, Torino, ecc. causerebbe, oltre al blocco della consegna delle merci, quello della circolazione stradale, fatti già accaduti in parte nel recente passato e che rendono l'idea di cosa potrebbe succedere in futuro. La dimensione di queste lotte sta assumendo un profilo che va oltre l'aspetto puramente economico. La logistica sta facendo scuola: le lotte dei facchini, coinvolgendo le aree limitrofe, diventano immediatamente territoriali ed è sempre più difficile trovare mediazioni. Il conflitto tra capitale e lavoro assume dinamiche di scontro aperto.

In generale siamo di fronte a movimenti caotici fin che si vuole ma che hanno un loro ordine interno. Il processo di globalizzazione e socializzazione del lavoro non può non avere risvolti dal punto di vista di classe. E la sensazione che sul capitalismo si possa abbattere una seconda grave crisi comincia ad agitare anche i borghesi più convinti. Se in seguito a quella dei mutui subprime ha preso forma un movimento anticapitalista come Occupy Wall Street, è facile immaginare cosa succederebbe con un nuovo e più catastrofico crack finanziario: milioni di persone saranno costrette a coordinarsi su un programma anti-formista.

Noi cerchiamo di dare una spiegazione politica al ribollire della società, che anche i vari Roubini cominciano ad avvertire. Quando la polarizzazione sociale si fa marcata, è tutto il percorso storico precedente a determinare, nel momento della biforcazione, quale strada imboccherà il movimento. Nel 2011 OWS ha rappresentato la fine del vecchio paradigma rivendicativo che per decenni ha permeato il movimento operaio, non ha inscenato tavoli delle trattative o chiesto alcunché al capitalismo. Ma si è messo all'opera per dare vita a una società diversa, adesso.

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