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  • Resoconto teleriunione  28 ottobre 2025

Guerra, debito e bolla finanziaria

La teleriunione di martedì sera è iniziata con alcune considerazioni sulla guerra in Medio Oriente e in Ucraina.

Nonostante la tregua, continuano i bombardamenti nella Striscia di Gaza con decine di vittime e feriti. Israele si trova a gestire una situazione particolarmente complessa, con molteplici fronti potenzialmente attivi che rimangono costantemente a rischio di escalation, come nel caso di Libano o Iran. In seguito al 7 ottobre 2023, Tel Aviv ha cambiato la propria dottrina militare, in passato concentrata sulla difesa del territorio tramite attacchi rapidi e incisivi, e si è impantanata in una serie di conflitti, in corso ormai da due anni, contro attori non facilmente neutralizzabili (Hamas, le milizie in Cisgiordania, gli Houthi ed Hezbollah). Pur essendo uno Stato super armato e tecnologicamente all'avanguardia, Israele è stato colpito nel profondo da Hamas, che ha messo in campo una combinazione di incursioni sul terreno e di blitzkrieg a basso contenuto tecnologico. La Repubblica Islamica dell'Iran, ritenuta dagli Israeliani il centro dell'Asse della Resistenza, non è facilmente rovesciabile, come ha dimostrato la guerra dei 12 giorni nella quale sono dovuti intervenire militarmente e diplomaticamente gli USA, proprio come avvenuto recentemente nella Striscia. A tutto ciò si aggiunge la crescente influenza della Turchia nella regione, in particolare in Siria, ma anche in altri paesi limitrofi come la Libia.

Tutti cantano vittoria, ma tutti affrontano crescenti difficoltà, sia interne che esterne. L'unica che sembra farlo con una qualche ragione è la Russia, impegnata nella guerra in Ucraina. Gli obiettivi dichiarati inizialmente sono stati raggiunti, a tutto svantaggio degli Europei, mentre l'Ucraina si ritrova a fare i conti con i morti, i milioni di profughi e una struttura statale che non esiste più. Non è semplice fare un wargame che inquadri la situazione geopolitica mondiale, perché ci si trova di fronte ad enormi paradossi logici e, tra questi, il fatto che per costruire i moderni sistemi d'arma occidentali servono le terre rare, monopolio della Cina.

Nel saggio di recente pubblicazione La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Alessandro Volpi sostiene che gli USA hanno un limite all'incremento della spesa in armamenti. Questo limite è legato alla gestione del loro debito, che è solo per il 15% nelle mani della FED: circa il 40% è gestito dai grandi fondi d'investimento, che racimolano i risparmi dei privati attraverso banche, grandi aziende, persino fondi pensione; il restante 25% è posseduto da Giappone, Canada, Francia e Taiwan, con la Cina in costante ritirata. Scrive Volpi:

"La politica internazionale di Trump deve fare i conti, necessariamente, con questi numeri rappresentati da un debito enorme capace di fermare la spesa militare e molto dipendente dai grandi fondi che sono difficilmente sostituibili. In tale ottica, quindi, i dazi sono quasi obbligati per Trump anche per incrementare le entrate fiscali americane, ma scontano il rischio di far saltare un equilibrio fragilissimo, destinato a passare proprio dai fondi."

Secondo l'ex capo economista del FMI, Gita Gopinath, una crisi degli asset americani provocherebbe una crisi sistemica mondiale. L'Unione Europea è schiacciata da una parte dalla mancata provvigione di gas russo, e dall'altra dalla costrizione a sostenere l'Ucraina e il debito USA, a comprare armi e materie prime americane. Il mondo capitalistico è talmente interconnesso che è difficile immaginare un attore vincitore assoluto. The Economist, nell'articolo "The coming debt emergency", fa notare che, se la bolla del debito USA dovesse scoppiare, non sarebbe più possibile utilizzare le medicine finanziare del passato. La ricchezza in ballo oggi è molto più grande, lo sono invece molto meno i margini di manovra. Diversi paesi hanno già iniziato a guardare con più interesse alla Cina; anche in Italia si sta configurando una corrente politica, più o meno definita, con posizioni filocinesi.

L'oro, storicamente considerato un bene rifugio, ha raggiunto la cifra record di 4.380 dollari l'oncia, segnalando una crescente incertezza sui mercati. Da qualche tempo si parla insistentemente della bolla dell'intelligenza artificiale, a fronte degli accresciuti investimenti nel settore che, però, sembrano non produrre ritorni altrettanto significativi in termini di profitto.

Amazon punta all'automazione per evitare l'assunzione di centinaia di migliaia di lavoratori nei prossimi anni: oltre al licenziamento di circa 15mila dipendenti entro il 2033, 600mila lavoratori statunitensi potrebbero essere rimpiazzati da robot. Facebook, Instagram, WhatsApp stanno licenziando manager e impiegati, le cui mansioni possono essere, già adesso, svolte da sistemi di intelligenza artificiale. Da una parte una massa di capitale mondiale ha bisogno di trovare nuovi settori di valorizzazione, dall'altra le grandi aziende sviluppano sistemi in grado di subentrare ai lavoratori occupati sia nelle mansioni più semplici che in quelle "cognitive". Se si sostituisce il lavoro umano con macchine, localmente aumenta la produttività del singolo lavoratore, ma su scala generale il sistema non può estrarre da pochissimi lavoratori, anche sfruttati al massimo, la stessa quantità di plusvalore ricavabile da tanti lavoratori, anche sfruttati meno.

I processi globali di sostituzione di lavoro umano sono portati avanti da aziende che hanno un raggio d'azione internazionale.

Ogni Stato dispone dei suoi wargame, che stabiliscono le strategie a breve e medio termine su diversi fronti, dall'approvvigionamento energetico alla sicurezza, dalla gestione delle piazze a quella dei confini. Vengono simulati diversi scenari e si valutano quelli ritenuti più realistici. Ma gli Stati devono rapportarsi con situazioni che sfuggono al loro controllo, come può essere lo scoppio di una crisi debitoria in un altro paese oppure dei licenziamenti di massa decisi da una multinazionale. Come visto sopra, gli stessi USA dipendono dai grandi fondi di investimento, che gestiscono una parte consistente del loro debito e che possiedono "azioni di altri fondi, di banche e assicurazioni che a loro volta sono azionisti degli stessi fondi. State Street, Vanguard e Black Rock, di fatto, si controllano a vicenda, essendo fondi di fondi senza alcuna trasparenza e presentando al loro interno numerosi incroci. In pratica ciascuno dei fondi ha partecipazione negli altri due e a sua volta è partecipato da società che appartengono al fondo capofila, in una sequenza praticamente non ricostruibile dove compaiono, nella proprietà, gli stessi amministratori." (Volpi, La guerra della finanza)

La crisi del capitalismo senile non è risolvibile con le armi a disposizione delle borghesie. Tutto quello che sta succedendo è rappresentabile con l'immagine di un imbuto (vedi diagramma degli incrementi relativi della produzione industriale presente nell'articolo "Un modello dinamico di crisi"), che conduce ad una singolarità (cuspide, catastrofe). L'enorme bolla finanziaria con centro negli USA non esploderà finché il resto del mondo continuerà a sostenerla. Ma tale sostegno è legato alla deterrenza esercitata dagli Stati Uniti. Il conflitto in Ucraina e quello in Medioriente sono dunque direttamente collegati alla tenuta finanziaria degli USA, così come il conflitto in corso all'interno del paese: sette milioni di persone, in cinquanta stati americani, sono scesi in piazza contro il governo Trump ("No Kings protests"). Se si incrina la fiducia nei confronti del dollaro, salta il sistema che su di esso è fondato.

Un aspetto rilevante delle recenti rivolte nel mondo, dall'Indonesia al Marocco fino al Perù, che le rende particolarmente interessanti è il protagonismo dei giovani, che sembrano percepire un futuro sempre più incerto. Qualche anno fa, il sociologo Mike Davis scrisse il saggio Il pianeta degli slum, in cui descriveva fenomeni di urbanizzazione ormai svincolati sia dai processi di industrializzazione sia dalla crescita economica. Questa è la società dove si espande la produzione di plusvalore relativo, aumenta la popolazione operaia, si polarizzano la ricchezza e la miseria; tutto il sistema capitalistico è basato su fondamenta d'argilla, ossia sul debito e sull'illusione dell'auto-creazione del valore dalla circolazione. Questo gioco non può durare a lungo.

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    Il ceppo in questione, noto come Andes, è uno dei pochi hantavirus per cui è stata documentata una trasmissione interumana, elemento che rappresenta un fattore di rischio non trascurabile. Il Ministero della Salute italiano ha disposto un periodo di quarantena di 6 settimane per coloro che sono entrati in contatto con i soggetti infetti, dato che il virus sembra avere un periodo di incubazione che arriva fino a 40 giorni.

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    I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche che trasportano il 90% del traffico Internet globale e risultano sempre più vulnerabili ad attacchi e incidenti, come dimostrato dalla rottura simultanea di quattro collegamenti nel Mar Rosso nel febbraio 2024, che provocò gravi disservizi tra Europa, Africa e Asia. Il Corriere della Sera titola un suo articolo "Hormuz, il nuovo fronte sono i cavi sottomarini in fibra ottica: la strategia dell'Iran e l'incubo della «catastrofe digitale»" (Giusi Fasano):

    "Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell'Intelligenza artificiale negli Emirati e l'Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa."

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