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  • Resoconto teleriunione  13 gennaio 2026

Rapporti di forza nudi e crudi

La teleriunione di martedì sera si è aperta con alcune considerazioni sul marasma sociale e sulla guerra diffusi in diverse aree del pianeta.

In Iran, a causa della profonda crisi economica in corso, l'iniziale protesta dei commercianti (bazari) si è trasformata in una rivolta estesa. La società iraniana cova da anni contraddizioni esplosive dovute sia alla struttura di classe, che alla sovrastruttura ideologica rappresentata dal potere degli ayatollah. Come da manuale, le prime a muoversi sono state le mezze classi rovinate, ma molto presto sono scesi in piazza migliaia di studenti, disoccupati e operai. Sono le determinazioni materiali a "costringere" le popolazioni a muoversi, mentre gli obiettivi si precisano in corso d'opera.

In risposta, il regime ha messo in atto una repressione ferocissima che ha causato migliaia di morti. Come accaduto in altre rivolte, i manifestanti hanno preso d'assalto caserme e simboli del regime. La miseria crescente e la vita senza senso portano a sollevazioni che assumono sempre più la forma della guerra civile.

Teheran, una metropoli da oltre 12 milioni di abitanti, ha dato l'avvio alla protesta, che rapidamente si è diffusa in tutto il Paese. Ad Arak e Isfahan ci sono stati segnali di coordinamento da parte degli operai; sul web circolano documenti provenienti dalle fabbriche. L'Iran ha una tradizione di lotte operaie che affonda le radici nell'esperienza dei consigli (shora) del secolo scorso. Quando avvengono forti polarizzazioni di classe, i movimenti cercano un indirizzo e riscoprono fatti e parole d'ordine dimenticati.

Il fatto che Israele e Stati Uniti siano "nemici" della Repubblica Islamica dell'Iran porta molti sinistri a dichiararsi a favore del pretume nero. I partigiani fanno il loro lavoro, sono portati a schierarsi dalla parte di questa o quella borghesia, difendono l'esistente svolgendo un'opera controrivoluzionaria. Tutta una componente della sinistra "radicale" sostiene apertamente regimi borghesi, come quello di Maduro in Venezuela, in quanto li considerano antiamericani. Confondono l'imperialismo con la politica di un governo. Ma l'imperialismo è il modo di essere del capitalismo raggiunto un determinato stadio di sviluppo delle forze produttive.

Ciò che sta succedendo in Iran è un'ulteriore verifica di quanto abbiamo scritto nella newsletter "Rivolta contro la legge del valore" del 2019: "Matura, in questo contesto di miseria assoluta crescente, un senso di disagio profondo che sta mobilitando sia coloro che hanno già perso qualcosa, sia coloro che temono di perdere qualcosa."

In Iran l'inflazione è diventata un problema sociale e politico; la moneta locale, il rial, ha perso il 40% del proprio valore dallo scorso giugno.

Sin dall'inizio delle proteste il governo iraniano ha bloccato Internet. Per inviare informazioni all'estero sono stati utilizzati mezzi alternativi, come Starlink, illegali nel Paese. Lo stato iraniano dispone di proprie linee di comunicazione, ma le attività commerciali e civili sono bloccate e ciò fa precipitare ulteriormente la situazione dal punto di vista economico. Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, promettendo aiuti, ma per adesso non è intervenuto per fermare la repressione. In realtà, se è vero che tutti cercano di cavalcare la rivolta (servizi segreti stranieri), va considerato che essa potrebbe andare oltre i confini nazionali, come nel caso delle Primavere arabe, ed eventualmente assumere un profilo classista.

Negli ultimi video, la rivista di geopolitica Limes afferma che vi è una rivoluzione in corso, intendendo con ciò il comportamento degli Stati Uniti e le sue conseguenze a livello globale. Il recente attacco americano al Venezuela e le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia rientrano nei programmi degli USA, a cominciare da quanto scritto nella "National Security Strategy 2025":

"Vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dal controllo di beni strategici e che sostenga le catene di approvvigionamento critiche; e vogliamo garantire il nostro accesso continuo a luoghi strategici chiave. […] Negheremo ai concorrenti non appartenenti all'emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero".

Gli USA, per sopravvivere, sono disposti a tutto. Essi dichiarano apertamente la necessità di esercitare un controllo sull'intero Sud America. Le riserve strategiche di petrolio, oro e altri minerali sono fondamentali anche in prospettiva di quanto può succedere nei prossimi anni. Il greggio venezuelano, abbondante nel sottosuolo, richiede processi di lavorazione complessi e costosi, ma controllarlo direttamente significa esercitare un potere sul prezzo internazionale del petrolio.

La Groenlandia, per gli USA, è necessaria per il controllo delle rotte artiche e sarà presa con le buone o le cattive, afferma Trump: la finzione del diritto internazionale è messa definitivamente in soffitta, ciò che conta sono i rapporti di forza nudi e crudi. Si tratta di un'altra capitolazione ideologica della borghesia di fronte al marxismo, secondo il quale il diritto spetta a chi detiene la forza. In una recente intervista al New York Times, Trump ha annunciato che l'America si ritirerà da 66 programmi e organizzazioni internazionali, dato che non ha bisogno di alcun diritto.

Limes prospetta la possibilità che il mondo possa essere diviso per sfere di influenza, come se si potesse raggiungere un equilibrio capitalistico mondiale. Essi affermano che ci sono due opzioni: o USA, Cina e Russia troveranno un accordo per la spartizione del mondo, oppure il conflitto sarà totale. Nessuno mette in dubbio che ci siano tentativi di accordo tra "briganti imperialisti", ma le leggi di funzionamento del capitale se ne fregano della buona volontà dei governanti. Per la legge di accumulazione del capitale D deve diventare D', deve valorizzarsi; ma non tutte le aziende possono prosperare e non tutti gli Stati possono crescere allo stesso tempo (Lenin, legge dello sviluppo diseguale). Gli "esperti" di geopolitica ignorano che lo scontro tra potenze capitalistiche potrebbe chiamare in causa un altro attore, ovvero la classe dei senza riserve, che già manifesta segni di disagio in tutti i continenti. Al di là delle etichette giornalistiche ("Gen Z"), le ultime rivolte (dalla Tanzania alla Bulgaria) hanno visto scendere in strada migliaia di giovani che percepiscono di non aver alcun futuro all'interno di questa forma sociale.

Il vero problema per il capitalismo, giunto alla fase senile, non è la tenuta di questo o quel governo, sia esso guidato da sinceri democratici o dal pretume nero, bensì la tenuta dello Stato in generale ("Lo Stato nell'era della globalizzazione").

Gli USA hanno grosse difficoltà nella gestione degli interessi sul debito, con il deficit commerciale che, nonostante i dazi, non accenna a diminuire. Hanno anche il problema del fronte interno: recentemente, l'uccisione di una donna a Minneapolis durante un rastrellamento dell'ICE ha scatenato proteste in tutto il Paese.

Lo scontro tra modi di produzione si manifesta con la guerra tra Stati, ma soprattutto tra classi (Manifesto del partito comunista). Gli esiti del wargame internazionale sono difficili da prevedere, ma una cosa risulta chiara: ci troviamo in una terra di confine tra due forme sociali: il grandeggiare della controrivoluzione, affermava la Sinistra, testimonia che la rivoluzione è in marcia ("Tesi di Roma", "Lezioni delle controrivoluzioni", ecc.).

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    I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche che trasportano il 90% del traffico Internet globale e risultano sempre più vulnerabili ad attacchi e incidenti, come dimostrato dalla rottura simultanea di quattro collegamenti nel Mar Rosso nel febbraio 2024, che provocò gravi disservizi tra Europa, Africa e Asia. Il Corriere della Sera titola un suo articolo "Hormuz, il nuovo fronte sono i cavi sottomarini in fibra ottica: la strategia dell'Iran e l'incubo della «catastrofe digitale»" (Giusi Fasano):

    "Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell'Intelligenza artificiale negli Emirati e l'Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa."

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Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

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