Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  10 settembre 2024

Difendono l'economia, preparano la guerra

La teleriunione di martedì sera è iniziata con il commento della newsletter di Federico Rampini pubblicata sul Corriere della Sera e intitolata "L'Italia è in pericolo, ma non vuole difendersi".

Da buon patriota con l'elmetto in testa, Rampini vuole un'Italia pronta a contrastare le minacce belliche e con una popolazione preparata all'ideologia di guerra. L'Europa non ha una difesa unitaria, dipende da altri per l'acquisto di armamenti, non ha una chiara strategia militare. Il giornalista sprona l'Occidente ad attrezzarsi per la guerra ibrida, quella in cui forze con pochi mezzi a disposizione riescono a tenere in scacco nemici molto più potenti. Come gli Houthi, ad esempio, che stanno dando del filo da torcere alle navi commerciali (e non solo) che passano dallo Stretto di Bab al-Mandab. O come l'Iran, che nell'attacco ad Israele dello scorso aprile con missili e droni, a prima vista fallimentare perchè efficacemente contrastato dal sistema antimissile Iron Dome e dalla coalizione che sostiene Israele (USA, Inghilterra, Giordania, Arabia Saudita), ha affrontato una spesa di 100 milioni di dollari contro i 2 miliardi di dollari sostenuti dalla difesa isareliana.

La guerra ibrida è anche quella combattuta sui social network, come dimostrano i recenti casi giudiziari che hanno coinvolto piattaforme come X e Telegram, e in Rete attraverso attacchi informatici diretti a infrastrutture e sistemi di trasporto. Secondo Rampini, bisogna rispondere a questo insieme di sfide con un'alleanza tra imprese private, forze armate e intelligence: un nuovo corporativismo all'avanguardia tecnologica. Il giornalista auspica anche il rilancio della leva obbligatoria perché "il mondo di oggi ci sta dimostrando che le guerre non si vincono con i soli eserciti professionali". Dice questo proprio mentre in Ucraina migliaia di uomini scappano o si nascondono per non essere spediti al fronte. La tenuta del fronte interno è il grande problema con cui devono fare i conti le classi dominanti. Il blocco NATO può mandare armi e consiglieri militari a Kiev, ma se non ci sono i fanti che vanno a sacrificarsi in trincea manca la materia prima.

Anche Mario Draghi è preoccupato per le sorti dell'Europa e ha lanciato un appello: "Se non riesce a diventare più produttiva" l'UE sarà costretta "a scegliere e ridimensionare alcune, se non tutte, le ambizioni". Ha quindi proposto, in controtendenza alla logica europea dell'austerity, un doppio piano Marshall: 800 miliardi l'anno da investire in competitività e sicurezza con l'emissione di debito comune. "Senza questi investimenti, il nostro benessere, la nostra società e persino la nostra libertà saranno a rischio". Il piano di Draghi è, in qualche modo, collegato alle recenti dichiarazioni dell'ex presidente del Consiglio Enrico Letta, secondo il quale è necessario mantenere in Europa l'enorme quantità di risparmi che se ne vanno negli USA a rafforzare le imprese altrui. Gli USA vivono grazie al rastrellamento del valore prodotto dal resto del mondo, e faranno in modo che i loro sudditi non si facciano venire strane idee.

L'egemonia del biglietto verde è resa possibile dalla potenza militare americana, ma questa è messa in discussione dai mutati equilibri imperialistici mondiali. Ogni attore statale cerca di cavalcare la nuova situazione secondo i propri interessi. La Cina sta puntando sul continente africano, si veda il recente Forum sulla cooperazione Cina-Africa. La Turchia ha chiesto di entrare nei BRICS e, seppur membro della NATO, ha rilasciato dichiarazioni fortemente critiche nei confronti di Israele: Ankara si sta ritagliando un ruolo imperialista importante in un'area geopolitica strategica (Turkestan).

Quando la coperta è corta, ognuno cerca di tirarla dalla sua parte, ma inevitabilmente qualcuno rimane con i piedi scoperti. Disoccupazione, rivolte, marasma sociale e guerra, tutto sta a dimostrare che questo modo di produzione si sta avvitando su sé stesso. Inoltre, sta gonfiando un'enorme bolla finanziaria destinata a scoppiare non appena verrà meno la fiducia del mondo verso il sistema del dollaro. Il debito pubblico degli Stati Uniti ha raggiunto i 35 mila miliardi di dollari, oltre il 130% del PIL, mentre il deficit di bilancio nel 2024 supererà il 6,7% del PIL.

La borghesia sta investendo massicciamente nella produzione di chip, nell'intelligenza artificiale e in armi ultratecnologiche, tutti settori che richiedono un'alta composizione organica del capitale e relativamente poca forza lavoro. Ma come può funzionare il sistema del lavoro salariato se di questo ce n'è sempre meno? Ogni tanto qualche "gigacapitalista" (Elon Musk, Sam Altman) lancia l'allarme sulla crescita della "disoccupazione tecnologica", proponendo l'erogazione di un reddito di base universale sganciato dalla prestazione lavorativa. Nei Grundrisse Marx sostiene che, superata una certa soglia, la ricchezza non è più quella misurata con il lavoro umano (legge del valore):

"Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro - la mera quantità di lavoro - è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione - della creazione di valori d'uso - e vengono ridotti sia quantitativamente a una proporzione esigua, sia qualitativamente a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale, all'applicazione tecnologica della scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall'articolazione sociale nella produzione complessiva dall'altro - produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione."

A proposito di redistribuzione del reddito, abbiamo commentato il capitolo "Ridistribuzione del reddito o negazione del Capitale?" tratto dal nostro articolo "L'uomo e il lavoro del Sole". Il settore agricolo è in gran parte assistito dallo Stato perché strategico nell'alimentazione delle popolazioni. Il punto allora non è applicare ancora più capitale alla terra né tantomeno vagheggiare il ritorno ad una agricoltura precapitalistica, bensì ritrovare un bilancio energetico della produzione di cibo.

La Sinistra Comunista "italiana" ha prodotto materiale importante sul tema della dissipazione capitalistica. Pensiamo all'industria della disoccupazione, che prospera con l'aumento del numero di persone senza lavoro: agenzie per il lavoro, corsi di formazione, enti bilaterali, uffici di collocamento, ecc. Senza contare l'immane spreco di energia sociale determinata dal dilagare delle guerre: la specie dissipa sempre più energia per tenere in piedi un sistema antiumano ("Capitale e teoria dello sciupio").

La fine dell'economia naturale e la conseguente mercificazione della Terra è stata resa possibile anche dal progresso scientifico:

"La rivoluzione agraria, come quella industriale, si imponeva con premesse scientifiche universali già utili a un'umanità potenzialmente emancipata dal bisogno, ma il capitalismo distillò da subito soltanto la parte utile alla valorizzazione del Capitale e portò alle estreme conseguenze i frutti delle ricerche scientifiche fino all'uso indiscriminato della chimica, premessa della mineralizzazione del suolo." ("L'uomo e il lavoro del Sole")

La società futura risolverà il problema del bilancio energetico non certo con il ritorno a forme di produzione del passato e nemmeno redistribuendo la terra al contadino proprietario, figura oggi in via di estinzione. La scienza non è il problema, ma parte della soluzione. La conoscenza umana, finché rimane all'interno dei limiti angusti della presente forma sociale, non è veramente tale.

"Gli spasmodici tentativi di tutti gli organismi mondiali per giungere ad un controllo generale dell'economia è un implicito riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive alla scala globale, una vera e propria capitolazione di questa società di fronte al marxismo." ("L'uomo e il lavoro del Sole")

Si tratta dunque di rompere con la forma aziendale (da quella a conduzione familiare fino a quella multinazionale), con la divisione sociale del lavoro e con i confini nazionali, per affrontare i vari ambiti del vivere sociale (dimora, spostamenti, cibo, ecc.) da un punto di vista scientifico unitario. È ciò che abbiamo cercato di fare sviluppando i punti schematizzati nella riunione di Forlì del '52 (Programma rivoluzionario immediato nell'Occidente capitalistico, PCInt.).

Articoli correlati (da tag)

  • L'intelligenza agentica nella transizione di fase

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dall'articolo "What if AGI is already here, and it's made of... children?'", pubblicato su X da @IAmPascio.

    Secondo l'autore vi sono forti analogie tra l'intelligenza biologica e quella artificiale: la prima si è sviluppata lungo circa quattro miliardi di anni senza che nessuno l'abbia progettata, e anche la seconda è un fenomeno emergente. Nessun neurone, preso a sé, è intelligente: lo è il cervello, dove decine di miliardi di neuroni con oltre centomila miliardi di connessioni producono quel fenomeno che chiamiamo "intelligenza". Riguardo allo sviluppo dell'IA generale (AGI), molti immaginano l'avvento di HAL 9000 o Skynet, ovvero qualcosa di "singolare", ma per l'autore ciò che sta emergendo potrebbe essere un sistema composto da milioni di pezzi minuscoli, in connessione tra loro, distribuiti in rete. Un sistema di IA può, infatti, produrre agenti che coordinano sub-agenti e così via, una struttura che ricorda le reti autorganizzate, o gli sciami, dove ogni elemento è concatenato agli altri e, per mezzo di regole semplici, si coordina con essi dando luogo a un'architettura che produce soluzioni capaci di sorprendere gli stessi ricercatori.

    L'evoluzione dei sistemi complessi, dalla vita organica all'IA, è stata possibile grazie a mutazioni. Nel caso dell'intelligenza a base carbonio questo processo è durato miliardi di anni, mentre la velocità con cui evolve l'IA si conta in anni, se non in mesi. Dalla replicazione degli algoritmi alla loro selezione, fino alla retro-propagazione, abbiamo una struttura evolutiva che produce conseguenze che l'attuale società non sa gestire. Abituati a una concezione gerarchica dei processi sociali, facciamo fatica ad accettare l'organicità come modo di essere della natura. L'autore porta l'esempio delle formiche: una formica ha circa 250.000 neuroni, ma non è in grado di risolvere alcun problema significativo. Un'intera colonia di formiche è invece un sistema complesso in grado di risolvere una lunga serie di problemi: ricerca del cibo, cura delle larve, difesa del nido e sua manutenzione. Nessuno è responsabile del formicaio, non c'è un dirigente. L'intelligenza della colonia emerge dalle relazioni tra le formiche. L'architettura dei sistemi di IA più avanzati assomiglia più a una colonia di formiche che a un singolo individuo. Un neurone isolato non è solo poco intelligente: semplicemente non può esistere. Esiste invece una rete di neuroni, che interagiscono tra loro e con altre parti del corpo, il quale è in feedback costante con il mondo "là fuori". E' proprio questa retroazione ad aver reso possibile l'evoluzione della nostra specie (Engels e poi Leroi-Gourhan, sulla dialettica mano-lavoro-cervello).

  • Intelligenza artificiale e catastrofe sociale

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dalle ultime dichiarazioni riguardanti le perplessità e i timori per lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale (IA).

    Eric Schmidt, ex CEO di Google, ha lanciato un allarme sulla possibilità che l'IA sfugga al controllo degli esseri umani. Schmidt ha dichiarato di "preoccuparsi dell'IA più di ogni altra cosa", dati i pericoli legati all'interazione autonoma tra agenti (agent-to-agent) e ai rischi di conflitti cibernetici avanzati. Schmidt non è stato l'unico a rilasciare questo tipo di dichiarazioni. La Chiesa, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha posto il problema della gestione di una simile tecnologia, e recentemente anche Dario Amodei, cofondatore di Anthropic (Claude), ha scritto un saggio incentrato sulla necessità di rallentare lo sviluppo dell'IA ("We Must Pace the Frontier"). Ci sono poi ex sviluppatori come Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, che ha deciso di dimettersi, sostenendo che "le persone che sviluppano l'IA credono fermamente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio". Rischi esistenziali che, secondo il ricercatore, dipendono dal fatto che le aziende sono più impegnate a competere che a garantire la sicurezza di questi sistemi.

    Le dichiarazioni di Coxon hanno avuto una forte eco sulla stampa. Sia Donald Trump sia il ministero degli Esteri cinese hanno respinto le richieste di rallentamento, ribadendo l'importanza di proseguire nello sviluppo dell'IA, e soprattutto la volontà politica di non lasciarsi sopraffare d'allarmismo. D'altronde, un coordinamento globale in una forma sociale basata sulla guerra di tutti contro tutti (concorrenza) è impossibile.

  • Il problema del controllo

    La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie riguardanti le tecnologie impiegate nelle guerre moderne.

    Secondo le stime più recenti, l'Ucraina produce circa quattro milioni di droni l'anno, ma nel 2026 punta quasi a raddoppiarne la produzione; la Russia procede in modo simmetrico, aumentando a sua volta i propri ritmi produttivi. Se Kiev mantiene un vantaggio negli attacchi con droni a lungo raggio, sta però esaurendo i missili intercettori, e in alcuni casi il tasso di intercettazione dei missili balistici russi è sceso fino quasi allo zero.

    Da anni producono droni a scala industriale anche l'Iran e la Turchia, che si sono candidati a offrirli sul mercato: si tratta di vettori di vario tipo e natura, sempre più difficili da intercettare. Negli ultimi anni, con l'avvento di sensori e attuatori autonomi, di velivoli senza pilota e di missili ipersonici, sta cambiando il modo di fare la guerra. Come in fabbrica, gli uomini sono divenuti appendici delle macchine.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter