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  • Resoconto teleriunione  17 giugno 2025

Chi fa la guerra a chi?

La teleconferenza di martedì sera è iniziata con alcune considerazioni riguardo l'evoluzione del conflitto in Medioriente.

Israele, un paese con una popolazione di nemmeno 10 milioni di abitanti, ha mosso guerra all'Iran, che ne conta oltre 90 milioni (Teheran ha 600 mila soldati, mentre Tel Aviv 200 mila). L'attacco condotto in profondità in territorio iraniano ha richiesto un notevole lavoro di intelligence, che ha permesso l'eliminazione di generali e scienziati impegnati nello sviluppo del programma nucleare.

In risposta all'attacco, la repubblica islamica ha lanciato decine di missili su Israele, dimostrando che il sistema per la difesa antimissile israeliano non è infallibile. Ufficialmente, l'operazione contro l'Iran mira a impedire che il paese raggiunga la capacità di costruire armi nucleari, mettendo a rischio la deterrenza esercitata da Israele nell'area.

A differenza del mondo dominato dal condominio USA-URSS, un assetto che aveva trovato una sua stabilità nonostante l'alto numero di guerre "fredde" e morti (250 milioni), ora siamo precipitati in una fase di disordine globale. Dall'equilibrio del terrore si è passati al terrore dell'equilibrio economico, commerciale, militare, sociale. Lo scontro in Medioriente coinvolge, in maniera più o meno diretta, tutti gli attori mondiali: dai paesi dell'area mediorientale agli USA, dalla Russia fino alla Cina.

Un wargame basato sull'attuale situazione mondiale non evidenzia blocchi capitalistici compatti o chiaramente definibili. Il sistema sta perdendo energia e procede verso il massimo di entropia; gli USA faticano sempre più a svolgere il ruolo di sbirro globale. È improbabile un passaggio indolore da un mondo unipolare ad uno multipolare, teorizzato sia dalla Cina che dal blocco tutt'altro che coeso dei BRICS, quei paesi intenti a ritagliarsi una maggiore autonomia rispetto all'egemonia del dollaro. Anche in Occidente ci sono forze politiche che si richiamano a questo nuovo assetto, facendosi partigiani chi della Cina, chi della Russia o chi dell'Iran.

Il conflitto tra Israele e Iran, qualora si prolungasse nel tempo con conseguenti danni all'industria petrolifera iraniana, avrebbe ripercussioni a livello mondiale; al tempo stesso, ci sarebbero paesi che trarrebbero vantaggio dall'aumento del prezzo del petrolio (Russia, USA e Arabia Saudita). Dallo stretto di Hormuz, che l'Iran minaccia di chiudere, passa il petrolio iraniano, ma anche il 70% delle merci cinesi. L'Iran non è la Siria o la Libia, ha un'altra storia ed un altro ruolo nell'area mediorientale.

Se non è possibile avere un'idea precisa di quanto accadrà nei prossimi mesi, possiamo comunque trarre un'indicazione generale che conferma la nostra teoria e cioè quanto sosteniamo da anni sulla disgregazione degli stati, sul caos deterministico, sul rapporto tra sviluppo tecnologico e cambiamento nel modo di fare la guerra. La complessità della situazione richiede un'indagine basata sui "nostri" schemi e modelli. Di fronte al marasma sociale e alla guerra dilagante, è importante disporre di precise chiavi di lettura, sia per evitare di schierarsi per un paese imperialista contro l'altro (l'imperialismo non è una politica di uno stato, ma il modo di essere del capitalismo senile), sia per non abboccare alla propaganda borghese.

Con l'annunciato ritiro delle truppe USA dal Vecchio Continente, i paesi europei si sono trovati esposti nel conflitto con la Russia. Per due anni hanno sostenuto la difesa l'Ucraina, inviando armi e consulenti militari, mentre ora non sanno bene come gestire il conflitto e la loro ritrovata "autonomia". Anche Israele non ha forza e risorse sufficienti per tenere aperti diversi fronti di guerra (Gaza, Libano del Sud, Siria, Iran, Houthi, Cisgiordania, milizie filoiraniane in Iraq), per mesi o addirittura per anni. L'obiettivo iniziale dell'azione militare nella Striscia di Gaza era quello di eliminare Hamas e portare a casa gli ostaggi, ma non è stato portato a termine. Rimagono invece città completamente distrutte, nessuna soluzione per i palestinesi e decine di migliaia di morti. Per porre fine alla guerra contro l'Iran gli israeliani hanno bisogno dell'intervento diretto degli Stati Uniti. L'Iran concentra le sue basi per l'arricchimento dell'uranio in area impervie del paese, protette da bunker; solo gli Americani possiedono ordigni in grado di di perforare il suolo in profondità. Ma se da una parte non hanno intenzione di farsi coinvolgere direttamente nel conflitto, dall'altra non possono lasciare Israele solo in un contesto di guerra regionale.

Paesi che sembrano invincibili, dotati di portaerei, sommergibili e caccia di ultima generazione, devono confrontarsi con il fatto che senza l'invasione del suolo nemico con i fantaccini terrestri non ci può essere vittoria.

Un aspetto cruciale di questa guerra è la rapidità con cui le munizioni a disposizione vengono consumate. Da aprile ad ottobre l'Iran ha usato circa 300 missili balistici ed in questi ultimi due giorni circa 200: calcolando che gli Iraniani nei loro arsenali ne hanno 3 mila, in brevissimo tempo il conflitto si interromperebbe per mancanza di munizioni. Inoltre i costi lievitano: un missile dell'Iron Dome lanciato contro una testata iraniana costa 50 mila dollari, e la spesa sale fino a 150 mila se si considera l'intero processo di intercettazione. Il nuovo tipo di guerra non si è ancora affermato in pieno, e si combatte ancora con missili balistici e carrarmati.

Determinati processi sono destinati a maturare nel tempo. La stragrande maggioranza del mondo sta vivendo una situazione insostenibile. Negli USA è scattata una guerra contro chi non è in regola con la cittadinanza, magari lavoratori che vivono lì da anni. Anche la working class bianca, quella che in parte ha votato Trump sperando di ritornare ad un'idealistica situazione passata, quando l'America vedeva crescere il proprio tenore di vita, esprime a suo modo un forte malessere.

Negli Stati Uniti ci sono state quasi un migliaio di manifestazioni convocate dal movimento "No Kings". Masse di persone si sono mobilitate per obiettivi tutto sommato limitati rispetto a quanto sta succedendo nel mondo. Detto questo, gli uomini lottano per conservare i livelli di vita raggiunti e con ciò sono spinti a rivoluzionare tutti i rapporti sociali vigenti. Il movimento MAGA va oltre la figura dell'attuale inquilino della Casa Bianca e potrebbe rivoltarsi contro quest'ultimo qualora non venissero risolti i problemi per cui è sorto. Trump, che si presentava come il presidente della pace, è invece costretto a sostenere militarmente Israele.

Anche a causa dello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale (che eliminano lavoro umano), è impossibile che la classe operaia americana ritorni forte e numerosa. Il ceo di Amazon, in una lettera indirizzata ai dipendenti, ha annunciato che l'IA nei prossimi anni ridurrà significativamente la forza lavoro della società. Nell'articolo "Non potete fermarvi, solo la rivoluzione proletaria lo può, distruggendo il vostro potere" (1951) si afferma che i capitalisti non possono fare altro che seguire i diktat del capitale:

"La oligarchia dell'alto capitalismo che essi rappresentano opera nell'economia, nella produzione, nella industria, nella finanza con una prassi che conduce alla guerra, poiché un diverso operare ne diminuirebbe i profitti e lederebbe gli interessi per vie diverse. Ma anche i membri di questa oligarchia, personalmente presi, non potrebbero anche volendo operare in modo radicalmente opposto, e anche se pensassero di conciliare la tutela dei loro interessi col rinvio o lo scongiuramento della guerra, arriverebbero alle stesse conseguenze."

Nonostante molteplici tipi di rete che tutto collegano, questo mondo composto da 8 miliardi di essere umani ha enormi problemi di coordinamento. La Sinistra parlava di rivoluzione di specie, proprio perchè il capitalismo ne mette a repentaglio la sopravvivenza.

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    I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche che trasportano il 90% del traffico Internet globale e risultano sempre più vulnerabili ad attacchi e incidenti, come dimostrato dalla rottura simultanea di quattro collegamenti nel Mar Rosso nel febbraio 2024, che provocò gravi disservizi tra Europa, Africa e Asia. Il Corriere della Sera titola un suo articolo "Hormuz, il nuovo fronte sono i cavi sottomarini in fibra ottica: la strategia dell'Iran e l'incubo della «catastrofe digitale»" (Giusi Fasano):

    "Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell'Intelligenza artificiale negli Emirati e l'Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa."

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