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  • Resoconto teleriunione  16 settembre 2025

Guerra imperialista e guerra civile

Durante la teleriunione di martedì 16 settembre abbiamo ripreso gli argomenti affrontati nell'incontro precedente, ovvero la crescita del marasma sociale (Nepal, Francia, USA) e della guerra (Medioriente).

A seguito all'uccisione dell'attivista MAGA Charlie Kirk, sugli organi di stampa della borghesia si parla apertamente del rischio di un conflitto armato interno agli Stati Uniti. L'espressione "guerra civile" è entrata a pieno titolo nel dibattito sui media mainstream.

David Betz, professore al Dipartimento di studi sulla guerra del King's College di Londra, nell'articolo "Civil War Comes to the West" sostiene che, sebbene sia difficile prevedere quale sarà la scintilla che farà da innesco, il combustibile è già presente in grande quantità nelle nostre società, comprese quelle occidentali. Il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fette di popolazione, il disagio crescente, la polarizzazione economica e politica sono tutti fattori di destabilizzazione del sistema.

Una qualsiasi motivazione può innescare una rivolta. In Serbia è stato il crollo di una pensilina in una stazione dei treni, in Nepal la corruzione della classe politica. Le rivoluzioni "scoppiano" quando il materiale accumulato diventa esplosivo, cioè quando la vecchia società non è più in grado di rispondere alle istanze provenienti dal tessuto sociale. Questa società è stracolma di materiale infiammabile, ciò che manca, per adesso, è un indirizzo complessivo.

Oggi ha poco senso affermare la necessità di "trasformare la guerra imperialista in guerra civile", dato che c'è sia l'una che l'altra. Ci sono ancora le trincee e i soldati che si sparano addosso (come in Ucraina), ma l'impronta generale del conflitto è quella data dai wargame computerizzati.

A Gaza centinaia di migliaia di persone si spostano alla ricerca disperata di un rifugio. Israele ha condotto un atto di guerra contro il Qatar, bombardando un edificio dove riteneva fossero presenti membri di Hamas. La lista di paesi implicati nel conflitto israelo-palestinese è lunga: il Qatar è un alleato degli USA, svolge un ruolo di mediazione in diversi tavoli; lì gli Americani hanno la base di Al Udeid, una delle più grandi del Medioriente. All'interno degli apparati di intelligence israeliani non tutti sembrano d'accordo sulla linea da seguire, dall'attacco a Doha all'occupazione di Gaza. Con questa serie di azioni, Israele rischia tutto, anche la sua esistenza come Stato. Paesi fino all'altro giorno disponibili a firmare gli accordi di Abramo, una sorta la copertura nucleare di Israele ai paesi arabi alternativa alla rete iraniana, ormai sembrano non avere più fiducia nella politica israeliana e americana e stanno volgendo la loro attenzione verso altri attori, in primis la Cina.

Alcuni mesi fa Israele ha colpito l'Iran, ne è seguito un contrattacco da parte iraniana che, nonostante la copertura dell'Iron Dome, è riuscito a colpire il territorio israeliano. Senza la protezione militare e gli investimenti americani, Israele avrebbe incontrato serie difficoltà nel far fronte alla risposta militare dell'Iran. Anche i paesi confinanti Egitto e Giordania attraversano diverse criticità; la Siria, governata per decenni dalla dinastia Al Assad, è adesso disgregata; il Libano, un tempo definito la 'Svizzera del Medio Oriente', è ormai uno stato fallito.

Astraendo dalle peculiarità geo-storiche, ciò che accade nel mondo è qualcosa di inedito per il capitalismo: ci riferiamo al collasso degli Stati ("Lo Stato nell'era della globalizzazione").

Nell'articolo "Marasma sociale e guerra" si sottolineava come gli avvenimenti che avevano scombussolato lo statu quo della grande area che va dal Nordafrica al vicino Oriente avessero una causa unitaria. Il capitale ha bisogno dello Stato come elemento controllore della società, ma oggi è il capitale a governare gli Stati, i quali si gonfiano e si inflazionano pur di restare in piedi. Questo processo riguarda Israele, che sta rischiando il collasso, ma a maggior ragione gli USA, in preda a spinte sociali centrifughe.

Il bisogno di un controllo economico e sociale planetario si scontra con la guerra come fenomeno dilagante, condotta da tutti contro tutti. Il ruolo di sbirro globale svolto dagli USA a partire dal dopoguerra si è radicalmente trasformato, diventando fattore di destabilizzazione. La dissoluzione delle vecchie strutture (famiglia, parrocchia, fabbrica, partiti) si accompagna a quella degli Stati, che hanno ancora eserciti, polizie e prigioni funzionanti, ma alla lunga nulla possono contro le leggi interne al capitalismo, che ne decretano la morte.

L'Economist nell'articolo "China is ditching the dollar, fast" analizza il mutato rapporto economico tra Cina e USA. Pechino, anche in seguito ai dazi americani, sta riducendo il possesso di titoli del tesoro americano e spinge per l'utilizzo dello yuan in alternativa al dollaro. La politica commerciale del presidente Trump, i deficit fiscali enormi e le minacce all'indipendenza della Federal Reserve rischiano di indebolire gravemente il dollaro, che da gennaio è crollato del 7% negli scambi commerciali, mentre la valuta cinese ha raggiunto il livello più alto dall'elezione di Trump. Gli investitori stranieri stanno riversando i loro investimenti sullo yuan, ma sebbene la Cina sia responsabile di quasi un quinto dell'attività economica globale, la sua valuta viene utilizzata solo nel 4% dei pagamenti internazionali in termini di valore (rispetto al 50% del dollaro). La Cina ha progettato un proprio sistema di pagamento, CIPS, che permetterebbe a diversi paesi (vedi BRICS) di bypassare la piattaforma occidentale SWIFT.

Alessandro Aresu, collaboratore di Limes, ha scritto un saggio intitolato "La Cina ha vinto", nel quale cerca di dimostrare come Pechino, anche solo dal punto di vista del "capitale umano", non abbia rivali: milioni di nuovi ingegneri ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro e ciò apporta una vitalità al sistema cinese che gli USA non hanno più. Alla parata militare per celebrare l'80° anniversario della "guerra di resistenza del popolo cinese contro l'aggressione giapponese", sono state mostrate al mondo armi e tecnologie (inclusi nuovi dispositivi autonomi guidati dall'intelligenza artificiale) che testimoniano la potenza militare moderna della Cina.

America contro America è un saggio scritto qualche anno fa da Wang Huning, attualmente uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista Cinese, che ha vissuto e studiato negli USA. In effetti, il peggior nemico dell'America è l'America stessa. Trump aveva tutto l'interesse a disimpegnarsi dal Medioriente per occuparsi dell'Indo-Pacifico, ma in pochissimi mesi l'apparente equilibrio che permeava la regione è saltato. Il mondo capitalistico non è più controllato dall'America, ma all'orizzonte non si intravede alcuna altra potenza in grado di prenderne il posto ("Accumulazione e serie storica"). Nella struttura profonda della società capitalistica la situazione è fuori controllo, se non altro per le future conseguenze economiche e sociali conseguenti all'impiego di sistemi produttivi automatici e allo sviluppo dell'intelligenza artificiale.

Una delle cause del collasso degli Stati è la crescente massa dei senza riserve che non potranno più trovare alcuna collocazione all'interno del processo di produzione capitalistico: essi non sono disoccupati, ma inoccupabili (Fili del tempo: "Marxismo e miseria", "Lotta di classe e offensive padronali", "Precisazioni su 'Marxismo e miseria' e 'lotta di classe e offensive padronali'"). Nel capitalismo senile si allarga la fascia della sovrappopolazione assoluta, quella quota di popolazione mondiale che dev'essere mantenuta dagli stati, i quali però non riescono più a far funzionare il Welfare State, ovvero la distribuzione delle briciole che cadono dal banchetto imperialistico.

È necessario disporre di formalizzazioni, schemi e modelli per comprendere quanto sta succedendo intorno a noi, altrimenti si viene risucchiati dall'attualità, dalle notizie impacchettate da appositi uffici della classe dominante. È importante essere informati sui fatti del giorno, della settimana o del mese, ma occorre partire da una concezione del fenomeno "marasma sociale e guerra" interna alla generale teoria delle transizioni di fase.

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