Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  14 aprile 2026

La crisi delle catene logistiche nella guerra mondiale

La teleriunione di martedì sera è iniziata con un aggiornamento sulle ultime notizie relative alla guerra in Iran.

Dopo il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran svoltisi a Islamabad, in Pakistan, l'amministrazione Trump ha annunciato il blocco dello stretto di Hormuz. La chiusura avrà ripercussioni immediate sia sul traffico di petrolio mondiale sia sull'approvvigionamento di beni e materie prime da e verso Teheran.

La guerra, come spesso affermiamo, non è un fenomeno governabile: essa produce effetti che possono sfuggire a qualsiasi controllo. Il blocco avviato il 13 aprile dagli USA rappresenta - come osserva The Economist - una scommessa rischiosa, che potrebbe aggravare la crisi energetica globale e innescare una nuova escalation ("Donald Trump's blockade of Hormuz is a dangerous gamble").

E' significativo il recente scontro tra l'amministrazione Trump e la Chiesa cattolica, che ha assunto una posizione netta nei confronti del conflitto e della politica statunitense. Forte della sua tradizione bimillenaria, la Chiesa già con Papa Francesco metteva in guardia dal pericolo di una terza guerra mondiale.

Stiamo assistendo alla crisi di quello che la corrente a cui facciamo riferimento ha definito "L'imperialismo delle portaerei" (1957):

"Imperialismo capitalista è anzitutto egemonia nel mercato mondiale. Ma, per conquistare tale supremazia, non bastano una possente macchina industriale e un territorio che le assicuri le materie prime. Occorre una grandissima marina mercantile e militare, cioè il mezzo con cui controllare le grandi vie intercontinentali del traffico commerciale. Gli avvenimenti storici mostrano infatti come la successione nel primato imperialista sia strettamente legata, in regime di mercantilismo capitalista, alla successione nel primato navale."

L'imperialismo delle portaerei si è caratterizzato per il controllo di mari e oceani, inteso non come dominio capillare di ogni chilometro quadrato, bensì come presidio dei principali snodi strategici - porti, stretti, choke points - che costituiscono passaggi obbligati: Suez, Panama, Malacca, Bab el-Mandeb, Hormuz, Gibilterra. Il mare collega la terraferma, dove viene prodotto il plusvalore: non a caso il 90% delle merci viaggia via nave. Quando parliamo di declino degli USA non ci riferiamo a un processo graduale, ma a lunghi accumuli che trovano una soluzione discontinua, come nel caso di una trave sottoposta ad un carico crescente: prima scricchiola e poi si spezza. Quella che, per la Sinistra Comunista, viene definita una transizione catastrofica.

Il blocco di Hormuz da parte degli USA si inserisce nel wargame che coinvolge tutto il mondo: dai Paesi del Golfo alla Cina, fino al continente europeo. Siamo nella fase della "politiguerra", termine che indica la fusione tra politica e guerra, già teorizzata da Carl von Clausewitz. Il ruolo degli Stati Uniti come rentier mondiale, fondato sulla propria supremazia militare, appare oggi profondamente in crisi. Nell'articolo "Teoria e prassi della politiguerra americana" scrivevamo:

"La politiguerra è la lunga mano dello Stato. Data la situazione attuale, il capitale mondiale avrebbe bisogno di uno Stato mondiale e la strategia degli Stati Uniti dunque, per essere coerente, dovrebbe essere impostata verso questo obiettivo. Ma, dato che ciò è impossibile da realizzare, essi sono costretti a muoversi sul piano del vecchio imperialismo nazionale. Ma allora essi vengono a trovarsi su una contraddizione insuperabile, legata al fatto che non si può impiantare una strategia politica di un periodo storico passato all'interno della dinamica storica presente".

Ad oggi non si intravede all'orizzonte una nuova architettura mondiale in grado di sostituire l'imperialismo a guida americana e di reggere il capitalismo globale. Se gli USA perdessero il controllo degli snodi strategici, ci sarebbero importanti ripercussioni sulla solidità del dollaro.

L'Iran aveva annunciato di voler applicare un pedaggio in criptovalute o yuan alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. L'area è controllata attraverso postazioni missilistiche mobili lungo le coste, piccole imbarcazioni veloci e mine "intelligenti" posizionate sui fondali marini. All'imperialismo delle portaerei si contrappongono così risorse militari più limitate, ma in grado di colmare il divario e stabilire una simmetria.

Qualche settimana fa The Economist, nell'articolo "The nightmare scenario for global trade", ha analizzato i flussi commerciali che attraversano i vari stretti, richiamando l'attenzione sul fatto che l'estendersi e il prolungarsi del conflitto potrebbe generare ulteriori intoppi e nuovi ingolfamenti. Dopo il blocco di Suez nel 2021 (causato da una portacontainer che si è incagliata nel canale), si sono registrate criticità anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, a seguito dell'offensiva degli Houthi. Analogamente, durante la pandemia da Covid-19, i lockdown hanno provocato blocchi e forti rallentamenti nel traffico marittimo mondiale. Nel caso dello Stretto di Hormuz, si è già manifestato il problema dell'approvvigionamento di fertilizzanti per l'agricoltura, tanto che la FAO avverte che una chiusura prolungata potrebbe innescare una crisi alimentare globale.

Negli anni '50 del secolo scorso la Sinistra scriveva che mai la merce sfamerà l'uomo. La produzione in ambito mercantile non sfama l'uomo perché non ha come riferimento i bisogni umani, ma la valorizzazione del capitale. Nel mercato mondiale si producono cereali in determinate aree, in altre si estrae petrolio, e in altre ancora si esportano differenti materie prime. Se le catene logistiche venissero interrotte in modo netto e continuativo, intere popolazioni si ritroveranno rapidamente senza cibo, gas ed energia. Si tratta, in ultima analisi, di un problema di natura esistenziale per la specie.

I principali Paesi capitalistici registrano tassi di crescita prossimi allo zero, l'encefalogramma del capitalismo appare piatto ormai da anni, e quest'ultima crisi bellica non farà che peggiorare la già grave situazione economica. In questo quadro, le capitolazioni ideologiche della borghesia di fronte al marxismo diventano sempre più numerose; la rivista di gepolitica Limes nel numero 3 del 2026 afferma che stiamo assistendo ad una "rivoluzione permanente per preservare l'esistente" ("Bussando alla porta dell'inferno").

Limes si concentra anche sul ruolo della Turchia, che nella contesa dell'area mediorientale emerge come attore fondamentale, in linea con quanto da noi scritto nell'articolo "L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia: la Turchia come fulcro dinamico". Anche qualora Israele riuscisse a neutralizzare l'asse sciita guidato dall'Iran, o quantomeno a indebolirlo, resterebbe un altro nemico, rappresentato appunto dalla Turchia, ovvero dall'asse sunnita.

La guerra iniziata con l'attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 non si esaurirà certo con un accordo con l'Iran. La Turchia si configura come un elemento di connessione tra il conflitto in Ucraina e la faglia Mediorientale. Un altro attore rilevante è l'Egitto, che controlla il Canale di Suez.

Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno recentemente avviato accordi con l'obiettivo di sviluppare una cooperazione nel settore della difesa. Il Pakistan, potenza nucleare, ha schierato truppe e mezzi militari in Arabia Saudita nell'ambito di intese bilaterali. La Turchia, da parte sua, offre da anni sostegno militare al Qatar in cambio di forniture di gas ed investimenti finanziari. Queste "forme di collaborazione" non sono viste di buon occhio dagli USA e da Israele.

La terza guerra mondiale sarà anche combattuta a pezzi, come sosteneva Papa Francesco, ma questi pezzi iniziano a saldarsi. Nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" avevamo evidenziato l'andamento del sistema e, basandoci su dati e proiezioni nel tempo, avevamo individuato un possibile punto di non ritorno intorno al 2030.

Anche dal punto di vista sociale il sistema capitalistico è sempre più caotico ed instabile. Molte aziende ed imprenditori che si occupano di software lanciano allarmi per il recente sviluppo dell'Intelligenza Artificiale. Nel campo finanziario, si teme che Mythos, il nuovo avanzatissimo modello IA di Anthropic, possa mettere in pericolo la sicurezza di banche, istituti creditizi e Stati, poichè capace di individuare vulnerabilità dei sistemi informatici ad oggi sconosciute ai programmatori umani e alle varie tecnologie di controllo. È altrettanto vero che questo modello potrebbe essere impiegato proprio per costruire nuove difese. Come al solito, non si tratta di demonizzare uno strumento, tutto dipende da chi lo usa, dalle finalità per cui è impiegato e, soprattutto, dalla lotta in corso per l'egemonia nel campo dell'IA.

Articoli correlati (da tag)

  • Verso il grande ingorgo

    La teleriunione di martedì sera è iniziata con il commento delle ultime notizie sulla guerra all'Iran.

    Nel mese di aprile, un attacco iraniano ha colpito un impianto petrolchimico saudita nella città industriale di Jubail, causando l'interruzione della produzione di una resina fondamentale per i circuiti stampati, componenti presenti in quasi tutti i dispositivi elettronici. Recentemente, l'Iran ha minacciato un possibile attacco ai cavi sottomarini, una mossa che potrebbe compromettere gravemente le comunicazioni Internet nei paesi del Golfo. Lo Stretto di Hormuz, infatti, non è soltanto un punto di transito per le navi che trasportano materie prime e semilavorati, ma anche un corridoio attraversato da una rete di dorsali di importanza strategica.

    I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche che trasportano il 90% del traffico Internet globale e risultano sempre più vulnerabili ad attacchi e incidenti, come dimostrato dalla rottura simultanea di quattro collegamenti nel Mar Rosso nel febbraio 2024, che provocò gravi disservizi tra Europa, Africa e Asia. Il Corriere della Sera titola un suo articolo "Hormuz, il nuovo fronte sono i cavi sottomarini in fibra ottica: la strategia dell'Iran e l'incubo della «catastrofe digitale»" (Giusi Fasano):

    "Quei cavi (secondo alcuni analisti trasportano oltre il 15% del traffico globale di dati) sono ossigeno digitale per Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Iraq... Danneggiarli non vorrebbe dire soltanto interrompere i social media o avere una connessione lenta nella regione. Il fronte più grave sarebbe quello economico. Salterebbero ogni giorno milioni di transazioni bancarie e dei mercati finanziari. Avrebbero problemi considerevoli i data center dell'Intelligenza artificiale negli Emirati e l'Hub finanziario globale di Dubai. Ci sarebbero probabili conseguenze per i cloud delle grandi aziende digitali. Sarebbero inevitabili, a cascata, problemi economici (sia pure minori) anche in Africa, Asia, Europa."

  • La Turchia come fulcro geopolitico

    La teleriunione è iniziata riprendendo l'articolo "L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia: la Turchia come fulcro dinamico", pubblicato sul numero 23 della rivista.

    È notizia di queste ultime settimane che Ankara sta promuovendo un progetto per convogliare il greggio estratto nel sud dell'Iraq verso il Mediterraneo, bypassando il passaggio attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. La guerra israelo-americana contro l'Iran ha spinto la Turchia ad accelerare lo sviluppo del Corridoio meridionale (Middle Corridor), una rete di infrastrutture per il trasporto di merci ed energia che collegherebbe l'Asia (Cina) all'Europa attraverso l'Azerbaigian, suo alleato.

    Anche il progetto India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), piano nato come alternativa alla Via della seta cinese e sponsorizzato da Israele, Emirati Arabi Uniti ed India, arriverebbe nel Mediterraneo. Dalla collisione di interessi contrapposti derivano conflitti di varia natura, la ridefinizione delle rotte commerciali e, in alcuni casi, l'interruzione delle catene logistiche.

    Il governo israeliano sta lavorando alla realizzazione di un "esagono" di sicurezza, un insieme strategico di alleanze che si estenderebbe dall'India alla Grecia e a Cipro, includendo anche alcuni paesi arabi "moderati", con l'obiettivo di contrastare sia l'asse sciita (Iran, Hamas, Houthi, Hezbollah) sia quello sunnita ("NATO Islamica", patto tra Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Qatar). La Turchia, membro della NATO e dotata del secondo esercito più grande dell'Alleanza dopo quello statunitense, è al tempo stesso rivale di Israele, Grecia e Russia. Utilizzando il metodo del wargame implementato con la teoria degli insiemi, si può osservare come un attore possa essere alleato in un determinato contesto e avversario in un altro. Il sistema capitalistico contemporaneo appare così sempre più caratterizzato da configurazioni "fuzzy", sfumate.

  • Imperialismo con l'acqua alla gola

    La teleriunione di martedì sera è iniziata con alcune considerazioni riguardo le recenti manifestazioni negli Stati Uniti.

    Dopo le mobilitazioni di giugno e ottobre dello scorso anno, sabato 28 marzo una nuova protesta sotto lo slogan "No Kings" ha portato in strada oltre 8 milioni di persone solo negli Stati Uniti. Nella stessa giornata, manifestazioni con lo stesso slogan si sono svolte a Berlino, Roma, Londra, così come in Australia e Giappone. In Israele, le proteste contro la guerra sono state duramente represse a Haifa e Tel Aviv. Cosa spinge piazze così distanti a sincronizzarsi?

    Come abbiamo scritto in "Wargame. Parte seconda", le determinazioni materiali che spingono milioni di persone a manifestare, scontrarsi con la polizia, ecc., vanno ricercate nella crisi della legge del valore. Da anni osserviamo come i senza riserve di tutto il mondo dispongano di strumenti potenti per coordinarsi — smartphone, social network, app — strumenti che vanno intesi come forze produttive fuoriuscite dai confini aziendali e che rendono gli uomini spontaneamente "organizzati".

    Al di là dello slogan "No Kings", lanciato da alcune forze "progressiste" in risposta alle politiche dell'amministrazione Trump, le manifestazioni hanno avuto un chiaro profilo anti-guerra, proprio come avvenuto nello scorso autunno per le mobilitazioni Pro-Pal. Milioni di persone percepiscono un drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita: guerra significa insicurezza, disagio, aumento del costo della vita. Quando si muovono masse di "atomi sociali", non si possono ridurre le manifestazioni agli slogan lanciati dagli organizzatori; la nostra sonda ci permette di andare oltre ciò che i singoli, o persino i movimenti, dicono di sé stessi.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter