Stiamo assistendo alla crisi di quello che la corrente a cui facciamo riferimento ha definito "L'imperialismo delle portaerei" (1957):
"Imperialismo capitalista è anzitutto egemonia nel mercato mondiale. Ma, per conquistare tale supremazia, non bastano una possente macchina industriale e un territorio che le assicuri le materie prime. Occorre una grandissima marina mercantile e militare, cioè il mezzo con cui controllare le grandi vie intercontinentali del traffico commerciale. Gli avvenimenti storici mostrano infatti come la successione nel primato imperialista sia strettamente legata, in regime di mercantilismo capitalista, alla successione nel primato navale."
L'imperialismo delle portaerei si è caratterizzato per il controllo di mari e oceani, inteso non come dominio capillare di ogni chilometro quadrato, bensì come presidio dei principali snodi strategici - porti, stretti, choke points - che costituiscono passaggi obbligati: Suez, Panama, Malacca, Bab el-Mandeb, Hormuz, Gibilterra. Il mare collega la terraferma, dove viene prodotto il plusvalore: non a caso il 90% delle merci viaggia via nave. Quando parliamo di declino degli USA non ci riferiamo a un processo graduale, ma a lunghi accumuli che trovano una soluzione discontinua, come nel caso di una trave sottoposta ad un carico crescente: prima scricchiola e poi si spezza. Quella che, per la Sinistra Comunista, viene definita una transizione catastrofica.
Il blocco di Hormuz da parte degli USA si inserisce nel wargame che coinvolge tutto il mondo: dai Paesi del Golfo alla Cina, fino al continente europeo. Siamo nella fase della "politiguerra", termine che indica la fusione tra politica e guerra, già teorizzata da Carl von Clausewitz. Il ruolo degli Stati Uniti come rentier mondiale, fondato sulla propria supremazia militare, appare oggi profondamente in crisi. Nell'articolo "Teoria e prassi della politiguerra americana" scrivevamo:
"La politiguerra è la lunga mano dello Stato. Data la situazione attuale, il capitale mondiale avrebbe bisogno di uno Stato mondiale e la strategia degli Stati Uniti dunque, per essere coerente, dovrebbe essere impostata verso questo obiettivo. Ma, dato che ciò è impossibile da realizzare, essi sono costretti a muoversi sul piano del vecchio imperialismo nazionale. Ma allora essi vengono a trovarsi su una contraddizione insuperabile, legata al fatto che non si può impiantare una strategia politica di un periodo storico passato all'interno della dinamica storica presente".
Ad oggi non si intravede all'orizzonte una nuova architettura mondiale in grado di sostituire l'imperialismo a guida americana e di reggere il capitalismo globale. Se gli USA perdessero il controllo degli snodi strategici, ci sarebbero importanti ripercussioni sulla solidità del dollaro.
L'Iran aveva annunciato di voler applicare un pedaggio in criptovalute o yuan alle navi in transito nello Stretto di Hormuz. L'area è controllata attraverso postazioni missilistiche mobili lungo le coste, piccole imbarcazioni veloci e mine "intelligenti" posizionate sui fondali marini. All'imperialismo delle portaerei si contrappongono così risorse militari più limitate, ma in grado di colmare il divario e stabilire una simmetria.
Qualche settimana fa The Economist, nell'articolo "The nightmare scenario for global trade", ha analizzato i flussi commerciali che attraversano i vari stretti, richiamando l'attenzione sul fatto che l'estendersi e il prolungarsi del conflitto potrebbe generare ulteriori intoppi e nuovi ingolfamenti. Dopo il blocco di Suez nel 2021 (causato da una portacontainer che si è incagliata nel canale), si sono registrate criticità anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, a seguito dell'offensiva degli Houthi. Analogamente, durante la pandemia da Covid-19, i lockdown hanno provocato blocchi e forti rallentamenti nel traffico marittimo mondiale. Nel caso dello Stretto di Hormuz, si è già manifestato il problema dell'approvvigionamento di fertilizzanti per l'agricoltura, tanto che la FAO avverte che una chiusura prolungata potrebbe innescare una crisi alimentare globale.
Negli anni '50 del secolo scorso la Sinistra scriveva che mai la merce sfamerà l'uomo. La produzione in ambito mercantile non sfama l'uomo perché non ha come riferimento i bisogni umani, ma la valorizzazione del capitale. Nel mercato mondiale si producono cereali in determinate aree, in altre si estrae petrolio, e in altre ancora si esportano differenti materie prime. Se le catene logistiche venissero interrotte in modo netto e continuativo, intere popolazioni si ritroveranno rapidamente senza cibo, gas ed energia. Si tratta, in ultima analisi, di un problema di natura esistenziale per la specie.
I principali Paesi capitalistici registrano tassi di crescita prossimi allo zero, l'encefalogramma del capitalismo appare piatto ormai da anni, e quest'ultima crisi bellica non farà che peggiorare la già grave situazione economica. In questo quadro, le capitolazioni ideologiche della borghesia di fronte al marxismo diventano sempre più numerose; la rivista di gepolitica Limes nel numero 3 del 2026 afferma che stiamo assistendo ad una "rivoluzione permanente per preservare l'esistente" ("Bussando alla porta dell'inferno").
Limes si concentra anche sul ruolo della Turchia, che nella contesa dell'area mediorientale emerge come attore fondamentale, in linea con quanto da noi scritto nell'articolo "L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia: la Turchia come fulcro dinamico". Anche qualora Israele riuscisse a neutralizzare l'asse sciita guidato dall'Iran, o quantomeno a indebolirlo, resterebbe un altro nemico, rappresentato appunto dalla Turchia, ovvero dall'asse sunnita.
La guerra iniziata con l'attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 non si esaurirà certo con un accordo con l'Iran. La Turchia si configura come un elemento di connessione tra il conflitto in Ucraina e la faglia Mediorientale. Un altro attore rilevante è l'Egitto, che controlla il Canale di Suez.
Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno recentemente avviato accordi con l'obiettivo di sviluppare una cooperazione nel settore della difesa. Il Pakistan, potenza nucleare, ha schierato truppe e mezzi militari in Arabia Saudita nell'ambito di intese bilaterali. La Turchia, da parte sua, offre da anni sostegno militare al Qatar in cambio di forniture di gas ed investimenti finanziari. Queste "forme di collaborazione" non sono viste di buon occhio dagli USA e da Israele.
La terza guerra mondiale sarà anche combattuta a pezzi, come sosteneva Papa Francesco, ma questi pezzi iniziano a saldarsi. Nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" avevamo evidenziato l'andamento del sistema e, basandoci su dati e proiezioni nel tempo, avevamo individuato un possibile punto di non ritorno intorno al 2030.
Anche dal punto di vista sociale il sistema capitalistico è sempre più caotico ed instabile. Molte aziende ed imprenditori che si occupano di software lanciano allarmi per il recente sviluppo dell'Intelligenza Artificiale. Nel campo finanziario, si teme che Mythos, il nuovo avanzatissimo modello IA di Anthropic, possa mettere in pericolo la sicurezza di banche, istituti creditizi e Stati, poichè capace di individuare vulnerabilità dei sistemi informatici ad oggi sconosciute ai programmatori umani e alle varie tecnologie di controllo. È altrettanto vero che questo modello potrebbe essere impiegato proprio per costruire nuove difese. Come al solito, non si tratta di demonizzare uno strumento, tutto dipende da chi lo usa, dalle finalità per cui è impiegato e, soprattutto, dalla lotta in corso per l'egemonia nel campo dell'IA.

