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  • Resoconto teleriunione  21 aprile 2026

La Turchia come fulcro geopolitico

La teleriunione è iniziata riprendendo l'articolo "L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia: la Turchia come fulcro dinamico", pubblicato sul numero 23 della rivista.

È notizia di queste ultime settimane che Ankara sta promuovendo un progetto per convogliare il greggio estratto nel sud dell'Iraq verso il Mediterraneo, bypassando il passaggio attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb. La guerra israelo-americana contro l'Iran ha spinto la Turchia ad accelerare lo sviluppo del Corridoio meridionale (Middle Corridor), una rete di infrastrutture per il trasporto di merci ed energia che collegherebbe l'Asia (Cina) all'Europa attraverso l'Azerbaigian, suo alleato.

Anche il progetto India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), piano nato come alternativa alla Via della seta cinese e sponsorizzato da Israele, Emirati Arabi Uniti ed India, arriverebbe nel Mediterraneo. Dalla collisione di interessi contrapposti derivano conflitti di varia natura, la ridefinizione delle rotte commerciali e, in alcuni casi, l'interruzione delle catene logistiche.

Il governo israeliano sta lavorando alla realizzazione di un "esagono" di sicurezza, un insieme strategico di alleanze che si estenderebbe dall'India alla Grecia e a Cipro, includendo anche alcuni paesi arabi "moderati", con l'obiettivo di contrastare sia l'asse sciita (Iran, Hamas, Houthi, Hezbollah) sia quello sunnita ("NATO Islamica", patto tra Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Qatar). La Turchia, membro della NATO e dotata del secondo esercito più grande dell'Alleanza dopo quello statunitense, è al tempo stesso rivale di Israele, Grecia e Russia. Utilizzando il metodo del wargame implementato con la teoria degli insiemi, si può osservare come un attore possa essere alleato in un determinato contesto e avversario in un altro. Il sistema capitalistico contemporaneo appare così sempre più caratterizzato da configurazioni "fuzzy", sfumate.

Il rapporto tra Israele e Turchia è peggiorato con la caduta del regime di Bashar Al Assad in Siria, deposto proprio da milizie filo turche. Il cuscinetto siriano è diventato così un terreno conteso, e lo stesso "attivismo" turco nella Striscia di Gaza (Fratellanza Musulmana) e in Libia è assai indicativo di una strategia di influenza chiara. Nel nostro articolo sulla Turchia facevamo notare come il Paese, proprio per la sua posizione geografica, sia sottoposto a pressioni provenienti da più direzioni, che tende a scaricare sia verso il Mediterraneo sia verso l'Heartland, il Cuore del Mondo. La sua proiezione di potenza si estende fino alle popolazioni turcofone della Cina occidentale, consentendo ad Ankara di esercitare una certa influenza su quell'area grazie alla comune matrice linguistica e culturale, che coinvolge complessivamente circa 200 milioni di persone.

La Turchia occupa un'importante cerniera geografica la cui centralità affonda le radici nella storia millenaria della regione. Si tratta di un ponte tra Europa (a nord ovest), Balcani (a nord), Asia (est), Medioriente (sud), condizione che ha favorito uno sviluppo storico e politico peculiare. Nella figura 1 riportata in "L'Europa virtuale e i nuovi attrattori d'Eurasia..." si evidenzia come, nei principali modelli dei padri della geopolitica, la Turchia si collochi in un punto di intersezione delle rotte commerciali ed economiche mondiali.

La Turchia è un paese moderno e popoloso (circa 85 milioni di abitanti), con un giovane e forte proletariato; il suo esercito di popolo, in più di un'occasione, ha operato colpi di stato in difesa della laicità dello Stato. Ankara è altresì uno dei principali produttori di droni per scopi militari: tra il 2018 e il 2023 ha esportato il 65% dei droni prodotti a livello mondiale, candidandosi a tutti gli effetti come partner strategico per numerosi paesi.

In Medioriente ci sono due ex imperi, la Turchia e l'Iran. Se quest'ultimo ha dimostrato una notevole resilenza che gli ha permesso una strategia adattiva contro avversari temibili come Israele e USA, la Turchia dispone di una maggiore robustezza militare convenzionale. Resta il fatto che, pur essendo alleato degli USA all'interno della NATO, Ankara ha progressivamente consolidato negli ultimi anni una propria autonomia geopolitica. Tel Aviv continua a rappresentare un perno fondamentale dell'alleanza con Washington, ma la Turchia riveste un ruolo strategico imprescindibile per il fianco orientale dell'Alleanza Atlantica. In questo quadro, un eventuale conflitto aperto tra Israele e Turchia rappresenterebbe uno shock sistemico per l'architettura di sicurezza consolidata negli ultimi decenni, sconquassando gli stessi USA.

La Turchia ha compiuto una rivoluzione borghese (dall'alto), perciò il nazionalismo turco non è altro che la conservazione dei risultati ottenuti a partire da quasi un secolo addietro (nel 2016 abbiamo scritto una newsletter in seguito al tentativo di colpo di stato nel Paese, di cui non si è mai capita bene l'origine). Israele, al contrario, non può vantare una così lunga storia, è un trapianto di capitalismo in pieno deserto, con una costante esposizione a pressioni interne ed esterne significative. Se nel corso della sua esistenza è sempre riuscita a condurre guerre rapide e mirate, dal 7 ottobre 2023 è precipitata in una dinamica bellica più estesa e prolungata, su sette diversi fronti, di cui non si vede la fine.

Gli USA stanno cercando di impedire che venga scalfito il loro potere, nonché il loro ruolo di rentier globale. La guerra all'Iran è una prova di forza, anche nei confronti della Cina, e un segnale chiaro ai paesi del Golfo. Ma la situazione sul campo dimostra come la loro superiorità militare non sia sufficiente a imporre una piena sottomissione dell'Iran. L'esito di questo wargame potrebbe condurre ad un collasso generale del sistema capitalistico, dato che nessun attore può prendere il sopravvento in un modo di produzione che perde sempre più energia. L'ordine imperialistico unipolare a guida americana presenta diverse criticità, mentre potenze come Cina, Russia, Turchia, India, non dispongono di una struttura economico-finanziaria in grado di sostituire quella di Washington.

Il capitalismo ha fatto il suo tempo. Lo dimostra la corsa globale alla leadership nell'intelligenza artificiale, che produce sistemi sempre più performanti in grado di eliminare milioni di posti di lavoro. Sugli account X di Peter Thiel e Alex Karp, rispettivamente fondatore e CEO di Palantir, il colosso tecnologico che fornisce servizi tecnologici (Software basati su sistemi di IA) al governo degli Stati Uniti, sono stati postati 22 punti di un manifesto che racchiude un chiaro programma politico-imprenditoriale. Il punto 1 dice: "La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ha reso possibile la sua ascesa. L'élite ingegneristica della Silicon Valley ha l'obbligo di partecipare attivamente alla difesa della nazione". Al punto 12 leggiamo: "Un'era di deterrenza, l'era atomica, sta per concludersi e una nuova era di deterrenza basata sull'intelligenza artificiale sta per iniziare."

Il manifesto si ispira al saggio di A. Karp, La repubblica tecnologica, nel quale si sostiene che, per preservare l'attuale civiltà, sia necessaria una fusione tra Stato americano e mondo delle nuove tecnologie.

Anthropic, finita recentemente sotto i riflettori per l'uscita di Mythos, il suo ultimo potente modello di intelligenza artificiale, ha ricevuto 5 miliardi di dollari da Amazon e 40 da Google. Google, Palantir, Amazon hanno avuto un ruolo nello sviluppo di sistemi IA utilizzati a Gaza, in particolare nel decifrare i movimenti dei miliziani di Hamas; il gigante dell'e-commerce con sede a Seattle utilizza sistemi avanzati nei magazzini della logistica, nella movimentazione e nel controllo di uomini e merci. La guerra, come il business, è sempre più gestita da macchine intelligenti che relegano l'intervento umano a fattore secondario. Come abbiamo scritto in "Ideologie di un capitalismo che nega sé stesso":

"Un nuovo corporativismo tecnologicamente avanzato sta prendendo piede (composto da sistemi di IA collegati ad una miriade di sensori) e ad esso non è sensato rispondere con un frontismo tipo Terza Internazionale, già sbagliato ed inefficace all'epoca in cui venne teorizzato. Non serve nemmeno ripetere come pappagalli gli slogan della rivoluzione passata, la realtà materiale ci spinge oltre, modificando approcci e linguaggi; chi non si adatta al cambiamento adottando un paradigma di tipo cibernetico è destinato all'estinzione. Non c'è invarianza (rivoluzionaria) nel tempo senza trasformazione."

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