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  • Resoconto teleriunione  10 febbraio 2026

Crisi del Giappone o della legge del valore?

La teleriunione di martedì sera è iniziata con un focus sulla situazione economica del Giappone.

Il Paese fa i conti con gli effetti della finanziarizzazione dell'economia, una condizione di crisi cronica che dura da ormai trent'anni, e che ha portato il debito pubblico al 250% del PIL e quello privato al 48% del totale complessivo. Tale debito è "sostenibile" grazie al fatto che è detenuto per il 90% internamente, da banche e investitori locali, circostanza che lo rende immune alla speculazione straniera. Ma la legge del valore, alla fine, si vendica.

Dopo decenni in cui il Paese ha rappresentato una sorta di "anomalia" nel capitalismo avanzato, caratterizzata da un debito crescente ma da un'apparente stabilità, gli analisti finanziari lanciano ora l'allarme su un possibile collasso economico, che potrebbe avere ripercussioni a livello globale, a partire dagli Stati Uniti, di cui il Giappone è il principale acquirente di buoni del Tesoro. Nel video pubblicato su YouTube, intitolato "Perché il Giappone può innescare una crisi globale", viene spiegata in maniera sintetica la parabola storica che ha portato il Paese del Sol Levante all'attuale situazione.

Nel 2002 nell'articolo "La crisi giapponese" abbiamo scritto:

"Non c'è eccesso di capitali senza eccesso di merci e viceversa. La sovrapproduzione capitalistica è necessariamente generatrice di esuberanza finanziaria e di rendita 'parassitaria'... Il Giappone ha percorso fino in fondo questa strada. La base produttiva si restringe, pur producendo più che mai, e si fa frenetica la ricerca di valorizzazione dei capitali."

Alla fine degli anni '90, prima dell'ascesa della Cina, Tokyo era un competitor di Washington. La sua industria era all'avanguardia, sia nell'organizzazione del lavoro (toyotismo) sia nel campo della robotica. Ma proprio questo portò il Paese ad un punto di flesso, con un'economia che non sapeva che fare dei propri capitali. Il Giappone diventò così il più grande finanziatore del pianeta. Per decenni gli investitori hanno comprato yen con tassi d'interesse prossimi allo zero per investirli sui mercati internazionali. Con il recente aumento dell'inflazione, però, il governo è stato costretto ad alzare i tassi, rendendo meno conveniente la pratica del carry trade (speculazione sui cambi). La rottura di questo meccanismo potrebbe mettere in discussione il flusso di capitali esportati dal Giappone verso l'estero, in particolare verso gli Stati Uniti, che potrebbero così trovarsi esposti nel sostegno alla propria economia.

Il processo di decomposizione capitalistica è più visibile in Giappone che altrove. Produrre con sempre meno operai significa mantenere una popolazione che non lavora, e di conseguenza aumentare il debito pubblico. Il Giappone è un hub fondamentale dell'economia mondiale e tutti temono un effetto domino. Anche la bolla globale dell'Intelligenza Artificiale è dovuta al fatto che gli utili sono inferiori rispetto alla capitalizzazione delle aziende; in aggiunta, si investono quantità enormi di capitale proprio in un settore che accelera il processo di eliminazione del lavoro umano.

Le recenti elezioni giapponesi, vinte dalla premier Sanae Takaichi, continuatrice della politica economica liberale di Shinzo Abe meglio nota come Abenomics, difficilmente potranno cambiare lo scenario generale. Tokyo non può continuare a stampare moneta, poichè un ulteriore aumento dell'inflazione rischierebbe di destabilizzare la società, minando il potere d'acquisto dei lavoratori e mettendo in crisi i possessori di mutui variabili. Se lo Stato lascerà crescere l'inflazione, ci saranno effetti negativi sul mercato interno (calo dei consumi e riduzione del potere d'acquisto); se, invece, interverrà con una politica economica espansiva (denaro gratis, tagli delle tasse), aumenterà il debito pubblico.

Quando si diffonde la percezione che una bolla finanziaria stia per scoppiare, i capitali "fuggono" verso un'altra bolla in via di formazione. La situazione giapponese appare simile a quella che potrebbe caratterizzare l'Italia nei prossimi anni: invecchiamento della popolazione (tanti pensionati da mantenere da parte di pochi lavoratori), debito alle stelle e finanze pubbliche fuori controllo. La corsa al riarmo in funzione anticinese potrebbe essere usata per il rilancio dell'attività produttiva anche se, data l'attuale composizione organica del capitale, non si vedono all'orizzonte altri boom economici. Il problema del Giappone è il problema del capitalismo: troppe merci, troppo capitale, troppa automazione ed eccessiva finanziarizzazione.

Una causa rilevante nella crescita dell'inflazione in Giappone è stata la guerra in Ucraina, che ha determinato un rincaro di gas e petrolio, materie prime di cui il Paese è importatore netto. Tokyo spende troppo rispetto alle sue risorse, e per questo motivo è precipitata in una situazione di enorme indebitamento. Crisi vuol dire fatto improvviso, acuto, catastrofico, mentre in realtà è da decenni che il Capitale si è indirizzato verso la circolazione, illudendosi di poter "creare" valore bypassando la produzione ("La crisi del capitalismo senile", 1984).

Ora si è capito che non si può vivere solo di rendita (ultima fase del capitalismo, come descritto da Marx nel III Libro del Capitale): servono i fondamentali. Perciò gli USA stanno costruendo un sistema che comprende il Venezuela e la Groenlandia; la Russia l'ha fatto in Ucraina; la Cina potrebbe farlo con Taiwan. Il mondo si sta preparando agli scenari futuri, cercando di indirizzare il capitale verso investimenti ritenuti appetibili. La crescita del prezzo dell'oro è spiegata dalla sua natura di bene rifugio, ma anche in questo caso ci sono dei limiti.

Dazi, invasioni, minacce, alleanze: le azioni degli Stati seguono la teoria dei giochi, in cui ad azione corrisponde reazione in una spirale che porta deterministicamente allo scontro, come sottolineato durante il nostro recente incontro di lavoro. In Minnesota, in risposta ai rastrellamenti contro gli immigrati condotti dall'ICE (agenzia federale anti-immigrazione), si stanno formando strutture di mutuo aiuto che, per certi versi, ricordano Occupy Sandy: oltre alla solidarietà tra e per i perseguitati, vengono organizzati blocchi stradali ("filter blockade") che impediscono alle truppe federali di operare indisturbate nei quartieri. Questi blocchi diventano anche punti di coordinamento, dove si distribuiscono cibo e informazioni e ci si organizza. Le modalità di azione dell'ICE determinano quelle dei manifestanti, in una specie di coevoluzione, in cui una parte cerca di anticipare le mosse dell'altra.

Comunità di lotta simili sono emerse nel 2016 ad Oaxaca in Messico, nel 2018 in Francia con i Gilets jaunes, nel 2021 in Colombia: strutture logistiche auto-organizzate in grado di spostare uomini, cibo, mezzi, oltre che informazione. Al tempo di Internet, costituire reti di solidarietà non è un'operazione particolarmente difficile; alla loro base, naturalmente, deve esserci una qualche forma di polarizzazione sociale.

Negli USA, pur non essendoci ancora una situazione di "contropotere", è in corso una marcata polarizzazione politica e sociale. I manifestanti anti-ICE sono definiti dall'attuale amministrazione terroristi interni; dall'inizio delle operazioni dell'agenzia ci sono stati diversi morti (Renee Good ed Alex Pretti sono i più conosciuti) sia per strada che nei centri di detenzione. A Philadelphia, durante le proteste anti-ICE, si sono visti alcuni membri delle Pantere Nere, armati di tutto punto.

I cittadini americani sono tra i più armati al mondo, con 89 armi ogni 100 abitanti per un totale di 270 milioni di armi in circolazione. Alcuni di essi sono organizzati in milizie, di vario genere e natura, addestrate e pronte allo scontro armato. Negli USA, ogni anno oltre 30.000 persone perdono la vita a causa di scontri a fuoco, una media di circa 82 morti al giorno.

In America la guerra civile c'è già, per adesso a bassa intensità; quella futura sarà quella d'oggi elevata a potenza.

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