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  • Resoconto teleriunione  12 maggio 2026

Rivoluzione a titolo umano

La teleriunione di martedì sera si è aperta con il commento delle notizie relative ai casi di contagio da hantavirus (nella nave da crociera MV Hondius), una malattia virale trasmessa da roditori selvatici, come topi e ratti.

Il ceppo in questione, noto come Andes, è uno dei pochi hantavirus per cui è stata documentata una trasmissione interumana, elemento che rappresenta un fattore di rischio non trascurabile. Il Ministero della Salute italiano ha disposto un periodo di quarantena di 6 settimane per coloro che sono entrati in contatto con i soggetti infetti, dato che il virus sembra avere un periodo di incubazione che arriva fino a 40 giorni.

Secondo David Quammen, autore del celebre saggio Spillover. L'evoluzione delle pandemie, oggi siamo meno preparati ad affrontare quel processo naturale per cui un patogeno acquisisce la capacità di infettare, replicarsi e trasmettersi tra specie diverse, poichè i governi non avrebbero ancora metabolizzato le procedure necessarie in caso di pandemia. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) da anni segnala la possibilità dell'emergere di nuovi virus, tra cui la malattia X, un ipotetico agente patogeno attualmente sconosciuto.

Gli interessi economici contrapposti, a cominciare da quelli degli Stati, ostacolano qualsiasi tentativo di coordinamento globale. Il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus in una recente conferenza stampa tenuta insieme al premier spagnolo Sanchez, ha dichiarato: "Al momento non ci sono segnali che indichino l'inizio di un'epidemia su larga scala. Ma, naturalmente, la situazione potrebbe cambiare. E dato il lungo periodo di incubazione del virus, è possibile che nelle prossime settimane si registrino altri casi". E ancora: "I Paesi hanno la sovranità, quindi non possiamo obbligarli ad adottare i nostri protocolli. Possiamo solo fornire consigli e raccomandazioni, ma spero che li seguiranno."

Nell'editoriale dell'ultimo numero della rivista di geopolitica Limes ("Lo scisma d'Occidente", n. 4/26), si mette in luce la difficoltà della società attuale nel controllare sé stessa, soprattutto da un punto di vista politico e militare. Basti pensare ai sistemi automatici impiegati in campo bellico, che rappresentano un rischio enorme per la specie umana:

"Per la prima volta nella storia dell'umanità dobbiamo considerare la probabilità che a distruggerci siano le macchine iper sofisticate che stiamo allestendo. L'intelligenza artificiale (Ai) che infiniti benefici promette e alcuni ne produce ha una faccia nascosta, di cui percepiamo i terribili contorni: armi autonome dall'enorme potenziale distruttivo. Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze stanno sviluppando ordigni talmente 'intelligenti' da identificare, selezionare e colpire il bersaglio senza o contro ogni intervento umano. Applicate a missili ipersonici dotati di testate nucleari multiple – campo nel quale i russi sono in vantaggio – queste tecnologie 'fine di mondo' esprimono un potenziale apocalittico che sconvolge ogni strategia. Se non provvederemo a impedirlo, non saremo più noi a scegliere il nemico. Le nostre armi lo faranno per noi."

Limes, nello scongiurare il rischio esistenziale legato allo sviluppo dell'intelligenza artificiale, ripone fiducia nel dialogo tra USA, Russia e Cina ai fini di una sua regolamentazione. Resta il fatto che gli appelli lanciati da capitalisti e addetti ai lavori, così come le moratorie sullo sviluppo dell'IA, lasciano il tempo che trovano. Le tempistiche si stanno velocemente restringendo, al punto che in pochi mesi si registrano avanzamenti tecnologici che in passato avrebbero richiesto anni. Quando Marx afferma che la prossima rivoluzione sarà a titolo umano, insiste sul fatto che il proletariato, negando sé stesso, nega tutte le classi, riportando la specie in armonia con sé stessa e con il resto della natura.

Nel frattempo, l'inflazione negli Stati Uniti balza al 3,8% a causa dell'impennata dei costi energetici dovuta alla guerra con l'Iran; il debito pubblico globale ha raggiunto la cifra record di 353 trilioni di dollari, oltre tre volte il PIL mondiale. Il blocco dello stretto di Hormuz (semichiuso da quasi due mesi) ha effetti disastrosi sull'economia mondiale.

L'Economist, nell'articolo "Mapping the Iran war's trade disruption", sostiene che la crisi di Hormuz abbia provocato uno dei più grandi shock energetici della storia, e ne analizza le conseguenze, come ad esempio il brusco calo di marzo, quando si è passati da circa 1.500 petroliere mensili in transito nello Stretto a 180. I paesi più colpiti sono le Filippine, l'India, il Pakistan, la Thailandia, l'Indonesia (che, insieme, arrivano a quasi due miliardi di abitanti). I prezzi della benzina sono schizzati alle stelle e, in alcuni paesi asiatici, ci sono stati aumenti superiori al 70%. Negli USA un gallone di benzina costa ora quasi 4,60 dollari, rispetto ai 3 dollari di febbraio. Sono in crisi i produttori di plastica e le industrie ad essa connesse. Ras Laffan, un impianto in Qatar che produce un terzo dell'elio mondiale, è stato chiuso durante il conflitto a causa degli attacchi iraniani. L'interruzione delle forniture ha rappresentato un problema per la Corea del Sud e Taiwan, paesi leader nella produzione di chip, che utilizzano il gas per raffreddare i supermagneti impiegati nella loro fabbricazione.

Non intravedendosi all'orizzonte una possibile fine della guerra, è probabile un ulteriore aggravamento delle difficoltà di approvvigionamento globale. Il prossimo step, secondo alcuni analisti di geopolitica, potrebbe essere lo Stretto di Malacca, uno dei principali punti di strozzatura del commercio mondiale.

Dalla Cina, ma non solo, arrivano dati su massicci investimenti in robotica e nell'impiego di intelligenza artificiale nelle fabbriche. Robot vengono utilizzati dall'esercito ucraino per contrastare le forze russe sul campo di battaglia, e viceversa. Sistemi di arma automatici sono impiegati da Israele nella Striscia di Gaza, così come in Libano e in Cisgiordania. Bruce Schneier, esperto di sicurezza informatica e crittografia, ha messo in discussione la definizione classica di robot come unità autonoma capace di percepire, elaborare e agire. Non dobbiamo più pensare, sostiene, all'arrivo di un esercito di automi, poichè ciò che abbiamo costruito è un robot delle dimensioni del mondo intero. Viviamo all'interno di una società-robot, ne facciamo parte.

Nell'articolo "Che cosa fa l'intelligenza artificiale in guerra", pubblicato sul sito Guerre di Rete, vengono descritte le modalità con cui l'intelligenza artificiale è oggi impiegata nei conflitti. Le grandi aziende hi-tech statunitensi hanno partecipato allo sviluppo di software come Gospel e Lavender, utilizzati dall'esercito israeliano nell'invasione di Gaza, e Maven, sviluppata a partire dal 2017 da Palantir e utilizzato dagli Stati Uniti come sistema di supporto decisionale. Maven è "una piattaforma di comando e controllo che offre anche 'consapevolezza situazionale in tempo reale', ovvero una rappresentazione di ciò che accade sul terreno, comprese posizioni delle forze amiche e nemiche, asset disponibili e minacce attive, e supporto alla pianificazione operativa".

I Large Language Model (LLM) trasformano questi flussi informativi in un linguaggio comprensibile per i militari, facilitando la pianificazione delle operazioni. Le aziende di intelligenza artificiale, sia statunitensi sia cinesi, risultano sempre più integrate con i rispettivi apparati statali, contribuendo a una progressiva ibridazione tra settore tecnologico e dimensione militare. Lo scontro tra Musk e Trump prima e quello tra Anthropic e il Pentagono poi riflettono l'acquisizione di un potere sempre maggiore da parte delle Big Tech.

L'operatore umano è dominato dai mezzi che crede di dominare. La guerra automatica non produce soldati dotati di sistemi intelligenti, ma soldati che diventano protesi del grande automa, come nel caso della fabbrica moderna descritta da Marx nei Grundrisse e nel I Libro del Capitale. La guerra rispecchia la società, così come le armi rispecchiano lo stato dell'industria. Per condurre un conflitto armato come quello in corso, è necessaria l'integrazione di processi industriali e logistici su scala globale, che vanno dal reperimento delle materie prime (dal petrolio ai microchip) fino al controllo dei choke points. Il confine tra militare e civile è sempre più sfumato. La "nostra" corrente sosteneva la necessità di bloccare la guerra al suo avvio, proprio perché, una volta sviluppato questo tipo di conflitto, tutta la società ne viene coinvolta e diventa estremamente difficile tornare indietro.

Anche la Seconda guerra mondiale è stata combattuta da sistemi di macchine, ma oggi tali sistemi si stanno autonomizzando dall'uomo. Ciò rappresenta un cambiamento epocale, una transizione di fase. Il sistema risponde automaticamente agli input che riceve dall'interno, e la guerra è una risposta ad una situazione diventata insostenibile. Alcune componenti della classe dominante esprimono preoccupazione per tale dinamica, cogliendone l'estrema pericolosità (vedi appunto l'ultimo editoriale di Limes). Ma essendo sprovviste degli strumenti teorici per individuare una possibile via d'uscita, brancolano nel buio.

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