Come diceva la Sinistra Comunista "italiana", il Pianeta è piccolo e non c'è spazio per tutti.
Gli interessi specifici degli USA non coincidono esattamente con quelli di Israele, che da anni cerca di eliminare il cosiddetto asse della resistenza guidato da Teheran. Il prolungarsi dei conflitti a Gaza, in Cisgiordania e in Libano fa sì che migliaia di riservisti israeliani non possano lavorare; l'industria è in affanno e il turismo è praticamente scomparso.
L'Iran è una potenza regionale con una media proiezione e dispone di una propria area di influenza nel Medio Oriente, anche grazie ad una rete di alleanze e al sovvenzionamento di partigianerie (Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Assad in Siria fino alla sua caduta, Houthi in Yemen). La "guerra dei 12 giorni", iniziata da Israele lo scorso giugno, non ha "risolto" nulla, ma è servita a saggiare le capacità di difesa dell'Iran e a individuarne i punti deboli. L'operazione di regime change, lanciata da USA e Israele, non sembra essere andata a buon fine e il conflitto potrebbe prolungarsi nel tempo. L'aumento del prezzo di gas e petrolio potrebbe riaccendere l'inflazione, in una situazione già molto critica per l'economia mondiale. I paesi europei cercano intanto di non farsi coinvolgere nella guerra, muovendosi però in ordine sparso e senza alcun coordinamento.
Per quanto riguarda le mosse strategiche sul campo, Americani e Israeliani avevano preparato un wargame che prevedeva la decapitazione della leadership iraniana (oltre a Khamenei, sono stati uccisi decine di generali) e la distruzione di impianti missilistici e postazioni militari; parimenti, l'Iran aveva elaborato dei piani, volti alla regionalizzazione del conflitto, attuabili anche nel caso in cui fossero stati eliminati i vertici politici e militari. Infatti, in risposta ai primi attacchi di sabato 28 febbraio, sono stati lanciati immediatamente missili e droni contro Israele e contro diversi obiettivi dei vicini paesi del Golfo, come basi militari e ambasciate americane, raffinerie, porti ma anche strutture civili, come l'hotel-simbolo Burj Khalifa a Dubai.
L'Iran sta esercitando pressioni strategiche sui paesi dell'area, causando ripercussioni politiche ed economiche interne: Dubai, polo turistico del lusso, si sta velocemente svuotando; il Qatar ha momentaneamente sospeso l'estrazione di gas; la forte componente sciita (oltre il 50%) del Bahrein comincia a dare segni di irrequietezza. L'Ayatollah Khamenei non era soltanto una figura chiave per l'Iran, ma anche un simbolo religioso che lo poneva secondo solo a Ali al-Sistani, massima figura per gli sciiti di tutto il mondo. Paesi come Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita e la Giordania hanno strutture statali fragili (sorrette da migliaia di proletari immigrati) la cui economia si basa principalmente sulla rendita; le petromonarchie non sono attrezzate per far fronte ad un conflitto esteso e prolungato. L'Iran, al contrario, è uno stato moderno con una storia unitaria millenaria. Paese con oltre 85 milioni di abitanti, è grande 5 volte l'Italia (1,6 milioni di kmq) ed è molto improbabile che qualcuno possa pensare di occuparlo.
Il fattore tempo è cruciale: se gli Iraniani resistono per qualche settimana potrebbero creare seri problemi di approvvigionamento di munizioni per Israele e USA. L'Economist, nell'articolo "Are Gulf states running out of missile interceptors?", sottolinea come i paesi del Golfo stiano rapidamente esaurendo gli intercettori missilistici. Nella prima guerra del Golfo, nel 1991, Saddam Hussein lanciò 42 missili contro Israele e 46 contro l'Arabia Saudita; nei primi tre giorni dell'attacco israelo-americano, l'esercito iraniano ha lanciato più di 300 missili balistici contro Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Per l'Iran, lanciare un drone costa molto meno di quanto costi agli USA e ai loro alleati regionali abbatterlo. Teheran ha anche colpito dei datacenter di Amazon Web Services e Microsoft negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Il conflitto ha causato uno dei più grandi blocchi aerei della storia, con oltre 12 mila voli cancellati.
Il protrarsi della guerra per settimane o addirittura mesi, con il relativo blocco dello Stretto di Hormuz, provocherebbe il rallentamento del commercio mondiale. Potrebbe inoltre verificarsi la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, considerato che gli Houthi sono solidali con l'Iran. Il conflitto regionale potrebbe quindi diventare mondiale e, per certi versi, lo è già: gli attacchi sono arrivati fino a Cipro, stato membro dell'Unione Europea, dove è stata colpita una base militare inglese. Da settimane si registrano scontri molto cruenti tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che bombarda postazioni dei talebani. Si sa come iniziano i conflitti, ma è sempre difficile prevederne l'esito.
Il fattore tempo sembrerebbe dunque giocare a sfavore degli USA, oltre che di Israele, poichè sono emerse le prime crepe nella "galassia" MAGA di cui Trump stesso si fa portavoce. Trump era stato eletto con la promessa di porre fine alle guerre, ma in realtà ne sta cominciando diverse. Uno dei rappresentanti del MAGA contro l'attacco all'Iran è il vicepresidente J. Vance, ma anche negli apparati (Pentagono, esercito) ci sono voci dissonanti. Manifestazioni contro la guerra sono state organizzate a New York, Washington ed in diverse altre città americane.
Le crescenti difficoltà nella vendita dei buoni di tesoro USA portano ad un aumento dei rendimenti. Il mondo comincia a svincolarsi dal sostegno del debito americano, preferendo rifugiarsi altrove, ad esempio nell'oro.
La crisi in corso può essere compresa partendo dal diagramma ad imbuto (figura 6) riportato nell'articolo "Un modello dinamico di crisi"(n+1, n. 24), in cui si può osservare la sincronizzazione del PIL dei vari paesi, tendezialmente prossima allo zero. Lo schema rappresenta gli incrementi relativi della produzione industriale dei maggiori paesi dal 1914 al 2008 e questo andamento rispecchia quello del saggio di profitto. La crisi mondiale di valorizzazione produce l'esplosione dei debiti pubblici dei vari paesi, in primis degli USA, generando la necessità di "intercettare" quote di plusvalore mondiale, unica linfa per un sistema asfittico. La crisi storica del capitalismo senile determina un'accelerazione dello scontro, a questo punto automatico, tra potenze capitaliste.
Non è la sete di sangue dei capitalisti a produrre la guerra, come scrivono alcuni luogocomunisti, ma i meccanismi anonimi ed impersonali di funzionamento del capitalismo. Gli stessi meccanismi che determinano la necessità di "liberalizzare" il mercato del lavoro, come nel caso dell'Argentina o della Grecia, che hanno rispristinato per legge la possibilità di estendere la giornata lavorativa fino a 12 ore.
Si stanno intrecciando numerosi processi che, se per facilità espositiva, trattiamo separatamente (guerra, economia, tecnologia, ecc.), in realtà fanno parte di un'unica dinamica, quella che conduce alla "singolarità storica".

