Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  3 marzo 2026

Attacco all'Iran: un nuovo capitolo della "politiguerra americana"

La teleriunione di martedì sera è iniziata con un'analisi delle modalità e delle conseguenze dell'attacco condotto da USA e Israele contro l'Iran.

Come abbiamo scritto nello scorso resoconto, il tentativo degli USA è quello di preservare con ogni mezzo possibile il dominio del biglietto verde. Il Venezuela, così come l'Iran, esportava petrolio e materie prime che, ad esempio, la Cina pagava in yuan o attraverso accordi bilaterali finalizzati alla costruzione di infrastrutture.

Ormai gli Stati Uniti stanno "giocando a carte scoperte", mentre sono scomparsi i richiami ideologici al diritto internazionale. Con 13 milioni di barili al giorno, essi sono i maggiori produttori di petrolio, seguiti dall'Arabia Saudita, che ne produce 10 milioni; la produzione dell'Iran si attesta invece su circa 3,5 milioni. L'obiettivo degli USA non è dunque accaparrarsi il petrolio, bensì estromettere tutti gli altri dal controllo dei flussi di valore, obbligando il resto del mondo (Cina, India, ecc.) ad utilizzare il dollaro ("Teoria e prassi della nuova politiguerra americana"). Marx scrive: "Ogni rendita fondiaria è plusvalore, prodotto di pluslavoro" (Il Capitale, Libro III, cap. XXXVII); perciò, quando si parla di petrolio, si parla del controllo del plusvalore su scala planetaria.

Come diceva la Sinistra Comunista "italiana", il Pianeta è piccolo e non c'è spazio per tutti.

Gli interessi specifici degli USA non coincidono esattamente con quelli di Israele, che da anni cerca di eliminare il cosiddetto asse della resistenza guidato da Teheran. Il prolungarsi dei conflitti a Gaza, in Cisgiordania e in Libano fa sì che migliaia di riservisti israeliani non possano lavorare; l'industria è in affanno e il turismo è praticamente scomparso.

L'Iran è una potenza regionale con una media proiezione e dispone di una propria area di influenza nel Medio Oriente, anche grazie ad una rete di alleanze e al sovvenzionamento di partigianerie (Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Assad in Siria fino alla sua caduta, Houthi in Yemen). La "guerra dei 12 giorni", iniziata da Israele lo scorso giugno, non ha "risolto" nulla, ma è servita a saggiare le capacità di difesa dell'Iran e a individuarne i punti deboli. L'operazione di regime change, lanciata da USA e Israele, non sembra essere andata a buon fine e il conflitto potrebbe prolungarsi nel tempo. L'aumento del prezzo di gas e petrolio potrebbe riaccendere l'inflazione, in una situazione già molto critica per l'economia mondiale. I paesi europei cercano intanto di non farsi coinvolgere nella guerra, muovendosi però in ordine sparso e senza alcun coordinamento.

Per quanto riguarda le mosse strategiche sul campo, Americani e Israeliani avevano preparato un wargame che prevedeva la decapitazione della leadership iraniana (oltre a Khamenei, sono stati uccisi decine di generali) e la distruzione di impianti missilistici e postazioni militari; parimenti, l'Iran aveva elaborato dei piani, volti alla regionalizzazione del conflitto, attuabili anche nel caso in cui fossero stati eliminati i vertici politici e militari. Infatti, in risposta ai primi attacchi di sabato 28 febbraio, sono stati lanciati immediatamente missili e droni contro Israele e contro diversi obiettivi dei vicini paesi del Golfo, come basi militari e ambasciate americane, raffinerie, porti ma anche strutture civili, come l'hotel-simbolo Burj Khalifa a Dubai.

L'Iran sta esercitando pressioni strategiche sui paesi dell'area, causando ripercussioni politiche ed economiche interne: Dubai, polo turistico del lusso, si sta velocemente svuotando; il Qatar ha momentaneamente sospeso l'estrazione di gas; la forte componente sciita (oltre il 50%) del Bahrein comincia a dare segni di irrequietezza. L'Ayatollah Khamenei non era soltanto una figura chiave per l'Iran, ma anche un simbolo religioso che lo poneva secondo solo a Ali al-Sistani, massima figura per gli sciiti di tutto il mondo. Paesi come Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita e la Giordania hanno strutture statali fragili (sorrette da migliaia di proletari immigrati) la cui economia si basa principalmente sulla rendita; le petromonarchie non sono attrezzate per far fronte ad un conflitto esteso e prolungato. L'Iran, al contrario, è uno stato moderno con una storia unitaria millenaria. Paese con oltre 85 milioni di abitanti, è grande 5 volte l'Italia (1,6 milioni di kmq) ed è molto improbabile che qualcuno possa pensare di occuparlo.

Il fattore tempo è cruciale: se gli Iraniani resistono per qualche settimana potrebbero creare seri problemi di approvvigionamento di munizioni per Israele e USA. L'Economist, nell'articolo "Are Gulf states running out of missile interceptors?", sottolinea come i paesi del Golfo stiano rapidamente esaurendo gli intercettori missilistici. Nella prima guerra del Golfo, nel 1991, Saddam Hussein lanciò 42 missili contro Israele e 46 contro l'Arabia Saudita; nei primi tre giorni dell'attacco israelo-americano, l'esercito iraniano ha lanciato più di 300 missili balistici contro Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Per l'Iran, lanciare un drone costa molto meno di quanto costi agli USA e ai loro alleati regionali abbatterlo. Teheran ha anche colpito dei datacenter di Amazon Web Services e Microsoft negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Il conflitto ha causato uno dei più grandi blocchi aerei della storia, con oltre 12 mila voli cancellati.

Il protrarsi della guerra per settimane o addirittura mesi, con il relativo blocco dello Stretto di Hormuz, provocherebbe il rallentamento del commercio mondiale. Potrebbe inoltre verificarsi la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, considerato che gli Houthi sono solidali con l'Iran. Il conflitto regionale potrebbe quindi diventare mondiale e, per certi versi, lo è già: gli attacchi sono arrivati fino a Cipro, stato membro dell'Unione Europea, dove è stata colpita una base militare inglese. Da settimane si registrano scontri molto cruenti tra Pakistan e Afghanistan, con Islamabad che bombarda postazioni dei talebani. Si sa come iniziano i conflitti, ma è sempre difficile prevederne l'esito.

Il fattore tempo sembrerebbe dunque giocare a sfavore degli USA, oltre che di Israele, poichè sono emerse le prime crepe nella "galassia" MAGA di cui Trump stesso si fa portavoce. Trump era stato eletto con la promessa di porre fine alle guerre, ma in realtà ne sta cominciando diverse. Uno dei rappresentanti del MAGA contro l'attacco all'Iran è il vicepresidente J. Vance, ma anche negli apparati (Pentagono, esercito) ci sono voci dissonanti. Manifestazioni contro la guerra sono state organizzate a New York, Washington ed in diverse altre città americane.

Le crescenti difficoltà nella vendita dei buoni di tesoro USA portano ad un aumento dei rendimenti. Il mondo comincia a svincolarsi dal sostegno del debito americano, preferendo rifugiarsi altrove, ad esempio nell'oro.

La crisi in corso può essere compresa partendo dal diagramma ad imbuto (figura 6) riportato nell'articolo "Un modello dinamico di crisi"(n+1, n. 24), in cui si può osservare la sincronizzazione del PIL dei vari paesi, tendezialmente prossima allo zero. Lo schema rappresenta gli incrementi relativi della produzione industriale dei maggiori paesi dal 1914 al 2008 e questo andamento rispecchia quello del saggio di profitto. La crisi mondiale di valorizzazione produce l'esplosione dei debiti pubblici dei vari paesi, in primis degli USA, generando la necessità di "intercettare" quote di plusvalore mondiale, unica linfa per un sistema asfittico. La crisi storica del capitalismo senile determina un'accelerazione dello scontro, a questo punto automatico, tra potenze capitaliste.

Non è la sete di sangue dei capitalisti a produrre la guerra, come scrivono alcuni luogocomunisti, ma i meccanismi anonimi ed impersonali di funzionamento del capitalismo. Gli stessi meccanismi che determinano la necessità di "liberalizzare" il mercato del lavoro, come nel caso dell'Argentina o della Grecia, che hanno rispristinato per legge la possibilità di estendere la giornata lavorativa fino a 12 ore.

Si stanno intrecciando numerosi processi che, se per facilità espositiva, trattiamo separatamente (guerra, economia, tecnologia, ecc.), in realtà fanno parte di un'unica dinamica, quella che conduce alla "singolarità storica".

Articoli correlati (da tag)

  • Crisi del debito, piazze occupate e collasso degli Stati

    La teleriunione di martedì sera è iniziata con una rassegna di articoli di The Economist, New York Times e Financial Times sulla crisi del debito.

    A livello europeo cresce la tensione legata all'instabilità economica e sociale: dopo Spagna e Francia, si sono aggiunti al marasma sociale anche Belgio e Portogallo. In Belgio ci sono state manifestazioni contro una manovra di bilancio che punta a risanare i conti pubblici con un risparmio di dieci miliardi di euro entro la fine della legislatura. Il piano del governo ha scatenato le proteste nel settore pubblico, dai trasporti alla scuola, e tra gli studenti. In Portogallo, si sono svolti cortei in tutte le maggiori città, con un'acampada a Porto, sotto lo slogan: "Non possiamo continuare a vivere così".

    La crisi economica in Francia si è tramutata in crisi sociale. L'Italia ha un rapporto debito-PIL che ha superato il 130%, quindi superiore a quello francese, ma Parigi paga un deficit più alto (3,1% l'Italia, 5,4% la Francia). Il modo più semplice per un governo di ridurre il deficit - le uscite che superano le entrate - è tagliare la spesa pubblica: questo significa aumento dell'età pensionabile e riduzione della spesa sanitaria e del welfare più in generale. Ciò equivale a gettare benzina sul fuoco. Gli scioperi e le manifestazioni recenti sono prodotto di una situazione critica, e diventano fattore di ulteriore criticità, poiché fanno schizzare in alto i rendimenti dei titoli di Stato. Per The Economist ("The countries most threatened by turbulent bond markets"), la forza più preoccupante che spinge verso l'alto i rendimenti obbligazionari è il rischio politico e fiscale. Per il FT ("France: between the bond market and the barricades"):

    "Lo stallo politico francese e il peggioramento del debito hanno cambiato radicalmente la situazione. Una serie di declassamenti del rating ha contribuito a far aumentare i costi di finanziamento del paese, che hanno superato quelli della Grecia alla fine del 2024 e quelli dell'Italia lo scorso anno."

  • L'intelligenza agentica nella transizione di fase

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dall'articolo "What if AGI is already here, and it's made of... children?'", pubblicato su X da @IAmPascio.

    Secondo l'autore vi sono forti analogie tra l'intelligenza biologica e quella artificiale: la prima si è sviluppata lungo circa quattro miliardi di anni senza che nessuno l'abbia progettata, e anche la seconda è un fenomeno emergente. Nessun neurone, preso a sé, è intelligente: lo è il cervello, dove decine di miliardi di neuroni con oltre centomila miliardi di connessioni producono quel fenomeno che chiamiamo "intelligenza". Riguardo allo sviluppo dell'IA generale (AGI), molti immaginano l'avvento di HAL 9000 o Skynet, ovvero qualcosa di "singolare", ma per l'autore ciò che sta emergendo potrebbe essere un sistema composto da milioni di pezzi minuscoli, in connessione tra loro, distribuiti in rete. Un sistema di IA può, infatti, produrre agenti che coordinano sub-agenti e così via, una struttura che ricorda le reti autorganizzate, o gli sciami, dove ogni elemento è concatenato agli altri e, per mezzo di regole semplici, si coordina con essi dando luogo a un'architettura che produce soluzioni capaci di sorprendere gli stessi ricercatori.

  • Intelligenza artificiale e catastrofe sociale

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dalle ultime dichiarazioni riguardanti le perplessità e i timori per lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale (IA).

    Eric Schmidt, ex CEO di Google, ha lanciato un allarme sulla possibilità che l'IA sfugga al controllo degli esseri umani. Schmidt ha dichiarato di "preoccuparsi dell'IA più di ogni altra cosa", dati i pericoli legati all'interazione autonoma tra agenti (agent-to-agent) e ai rischi di conflitti cibernetici avanzati. Schmidt non è stato l'unico a rilasciare questo tipo di dichiarazioni. La Chiesa, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha posto il problema della gestione di una simile tecnologia, e recentemente anche Dario Amodei, cofondatore di Anthropic (Claude), ha scritto un saggio incentrato sulla necessità di rallentare lo sviluppo dell'IA ("We Must Pace the Frontier"). Ci sono poi ex sviluppatori come Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, che ha deciso di dimettersi, sostenendo che "le persone che sviluppano l'IA credono fermamente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio". Rischi esistenziali che, secondo il ricercatore, dipendono dal fatto che le aziende sono più impegnate a competere che a garantire la sicurezza di questi sistemi.

    Le dichiarazioni di Coxon hanno avuto una forte eco sulla stampa. Sia Donald Trump sia il ministero degli Esteri cinese hanno respinto le richieste di rallentamento, ribadendo l'importanza di proseguire nello sviluppo dell'IA, e soprattutto la volontà politica di non lasciarsi sopraffare d'allarmismo. D'altronde, un coordinamento globale in una forma sociale basata sulla guerra di tutti contro tutti (concorrenza) è impossibile.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter